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Dentro il tabù dei servizi sociali inutili e dannosi

Da: CdT 23.7.09 pag 32

IL CAPPELLO A SONAGLI
DENTRO IL TABÙ DEI SERVIZI SOCIALI INUTILI O DANNOSI
EROS COSTANTINI
Molta emozione, ma anche tanti interrogativi, rabbia e indignazione suscita al di là del Gottardo la tragedia avvenuta una settimana fa nel Nidwaldo. Quella della bambina undicenne e del bebè di sei mesi lasciati incustoditi da una madre 43.enne, disturbata psichicamente, travolti da un fiume in piena: una sua figlia di quattro anni è quasi miracolosamente sfuggita al dramma. Probabilmente la donna sarà processata per omicidio colposo e violazione dell’obbligo di assistenza verso i minori: il bebè trascinato dalla corrente era il figlio di una sua conoscente. Sarà comunque arduo spiegare o tentare di capire le situazioni e i percorsi interiori e le responsabilità che inducono una donna, definita psicologicamente disturbata, a occuparsi in maniera improvvisata dei suoi figli. Come già accaduto per il bimbo di quattro anni morto a Niederhasli (ZH) in seguito alle botte infertegli dalla madrina; come avvenuto a Meyrin (GE), dove una bimba di sedici mesi, figlia di una 22.enne tossicodipendente, è morta di fame abbandonata in casa dalla madre finita in carcere e che si era dimenticata della figlia; come accade assai regolarmente da alcuni anni a questa parte con tragedie fortunosamente o casualmente evitate a Berna, nel Giura e in altri Cantoni, l’operato di certi servizi sociali appare quanto meno discutibile. Non si tratta di casi isolati, come vorrebbero far credere circoli o movimenti interessati più all’occupazione dei loro iscritti che non alla protezione dei poveretti loro affidati.
Che sono troppi: una vera galassia, dicono in molti, della quale non esiste un censimento attendibile e un esatto conteggio delle loro spese. Come traspare dalle tante lettere arrivate ai media romandi e svizzero tedeschi, aumentano i cittadini che considerano certi servizi sociali degli impieghi e stipendifici politici. Più esplicitamente li si ritiene l’espressione di una forma di paternalismo di Stato, il cui fine non è tanto quello di aiutare i meno abbienti ma, con tale pretesto, di fare l’interesse di quanti arricchiscono la burocrazia e vivono alle spalle dello Stato. Gli sbandamenti e le rotture familiari aumentano. Quanto a religioni e chiese ignorano che diventare madre non significa automaticamente assumere un’identità materna. Perfino studiosi seri sostengono che forse sarebbe opportuno istituire anche un esame e una «patente per genitori», per contenere la dissennata crescita di quelli che una volta scodellati i figli li trovano ingombranti nonché un freno alle loro nuove aspirazioni. Ed è allora che la Provvidenza tanto cara alle fedi la trovano nello Stato. Non sempre oculato e provvido. Ogni qualvolta accadono fattacci simili i responsabili delle strutture sociali coinvolte giocano a scaricabarile rivelando fra l’altro, come accaduto a Ginevra e a Zurigo, una incompetenza e una superficialità quasi incredibile in un settore delicato come il loro. La Costituzione federale prevede che tale assistenza è competenza dei Cantoni: essa garantisce il sostentamento alle persone che si trovano nel bisogno, incoraggia la loro indipendenza materiale e personale, le accompagna moralmente e persegue il loro inserimento sociale e professionale. Le passioni, i sostegni e le spinte ideologiche o partitiche hanno non di rado la meglio sul ruolo importante di tali servizi nel contenere l’esclusione sociale. I controlli e gli accertamenti di come sono distribuiti gli aiuti e rispettati i diritti di minori, disadattati, tutelati e anziani sono a volte svolti in maniera approssimativa, inesistenti o palleggiati fra i vari enti e servizi.

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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