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Da: CdT, 8.6.10 pag 1 e 2
Minori in cella senza colpe. La testimonianza
Gina Rubeli ha avuto un solo «torto»: nascere in una
famiglia nella quale la sua mamma naturale e il suo padre adottivo
litigavano
sulle sue sfide adolescenziali ai divieti paterni. E una
mattina si è svegliata nel carcere femminile di Hindelbank, a Berna.
Senza aver commesso reati, senza aver avuto processi, senza che i suoi
stessi genitori ne fossero informati. Gina Rubeli ha ricostruito per noi
la sua storia, una fra molte. Tra il 1942 e il 1981 furono migliaia i
minori incarcerati
per casi analoghi.
1942-1981: migliaia di minori svizzeri incarcerati senza colpe né processi
Non si sa quante siano state di preciso le
vittime, ma tra il 1942 e il 1981, in Svizzera, centinaia, forse
migliaia di ragazzi e ragazze tra i 14 e i 18 anni vennero incarcerati
senza aver commesso alcun reato. E senza alcun processo. A spedirli in
prigione, infatti, erano semplici decisioni amministrative. Chi le
subiva? Ragazze rimaste incinta con uomini più anziani, per esempio.
Oppure figli provenienti da famiglie disastrate. Il carcere, in questi
casi, era considerato una semplice «misura educativa». Sembrano
cronache da mondi poco civilizzati, o quanto meno da Paesi privi di un
vero stato di diritto. Invece sono un reale, doloroso e perlopiù
ignorato capitolo della nostra storia recente. E per capirlo meglio
abbiamo chiesto ad una ex vittima di raccontarci la sua esperienza.
L'uscita, qualche anno fa, di un libro-testimonianza dell'ex
(ingiustamente) detenuta Ursula
Biondi - «Geboren in Zürich. Eine
Lebensgeschichte» - e le inchieste del giornalista del settimanale Beobachter , Dominique Strebel , che sta ora preparando un saggio sull'argomento,
hanno dato finamente visibilità a queste storie nascoste. Al punto che
il 30 aprile dello scorso anno la consigliera nazionale Jacqueline Fehr ha
depositato un'interpellanza per chiedere al Consiglio federale di fare
chiarezza sulla vicenda e di esaminare la prospettiva di «accordare una
riparazione
morale» alle vittime. Un passo che sembra avverrà, in
modo ufficiale, alla fine dell'estate. Ciò che è già certo, per ora, è
che simili mostruosità sul piano della giustizia non si verificheranno
più. Nella sua risposta a Jacqueline Fehr, il Consiglio federale ha
scritto: «Né adesso, né in futuro ci saranno nuovi casi di minori
collocati in istituti educativi in virtù di una decisione
amministrativa».
Meno male. Ma come poteva accadere che un ragazzo o
una ragazza poco più che adolescente da un giorno all'altro finisse in
carcere senza aver commesso alcun reato? Lo abbiamo chiesto a Gina Rubeli che ha
ricostruito la sua vicenda per i lettori del Corriere del Ticino.
PAGINA DI CARLO SILINI
L'INTERVISTA
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Signora Rubeli, ci racconti il contesto della sua
esperienza.
«Il mio è uno dei
numerosi casi svizzeri di detenzione amministrativa pronunciata da
un'autorità tutoria. Queste autorità avevano il potere di incarcerarci
senza alcun procedimento giuridico. Non c'era inchiesta, non
esisteva un'accusa. Niente».
Chi
erano le persone toccate da queste decisioni?
«Erano persone che avevano a che fare con le autorità
tutorie o perché erano orfani o perché erano abbandonati dalla loro
famiglia oppure figli di genitori a cui era stata ritirata l'autorità
parentale per problemi familiari. Giovani che non erano conformi al
parere delle autorità».
Che cosa
significa?
«A quell'epoca la società
era in piena evoluzione. C'era stata la pillola, il Sessantotto. I
giovani cominciavano a ribellarsi. Ma l'apparato dei funzionari era
ancora legato alla mentalità del XIX secolo. Se qualcuno non era
conforme
a questo sistema era già una ragione per incarcerarlo. La
maggior parte di queste persone provenivano dall'ambiente operaio, non
da quello borghese. Non avevano quindi nessuna difesa».
Ci parli della sua storia.
«Sono una delle rare detenute amministrative che ha
vissuto tutta l'infanzia in famiglia. L'80% dei detenuti
amministrativi, invece, proveniva da case per bambini, orfanotrofi ecc. I
miei genitori avevano parecchi problemi».
Come mai?
«Perché vivevo con la
mia madre biologica e con un padre adottivo. Non sapevo di essere stata
adottata da mio padre, a quei tempi non si dicevano queste cose ai
bambini. Mio padre per potermi adottare aveva
dovuto aspettare l'età di 40 anni. Nel frattempo non osava avere
bambini suoi. Dopo nove anni l'adozione si è realizzata e allora è
arrivata una sorellina (sorellastra, n.d.r.) che aveva 15 anni meno di
me. Ho poi saputo che nel frattempo il mio padre naturale - un
ufficiale americano
che era dovuto partire per la guerra di Corea e
non aveva potuto contattare mia madre - aveva fatto delle ricerche per
trovare l'indirizzo di mia madre».
Che
cosa voleva?
«Non capiva perché ero
stata adottata e voleva recuperare i rapporti con me. Mia madre è
venuta a trovarsi in un conflitto di lealtà nei confronti di suo
marito che mi aveva adottato e di mio padre naturale».
E poi?
«Si è
acceso un conflitto tra i miei genitori che ha perturbato tutta la
nostra vita familiare. Stavo entrando
nella pubertà e non capivo che
cosa stesse succedendo. Sapevo che c'erano delle dispute su di me, ma
non sapevo il perché. Piano piano ho
cominciato ad isolarmi».
E lei come
reagiva?
«Non sopportavo tutte queste
tensioni in casa. Andavo via, da amici, a San Gallo. Appartenevano
all'ambiente degli studenti. Con loro ho scoperto un'altra visione
della vita. Ho conosciuto la letteratura. Mi interessava molto e mi
permetteva di fuggire dallo stress di casa mia. I miei genitori hanno
capito che stavano perdendo
il controllo su di me».
Che cosa facevano?
«Il
mio padre adottivo sosteneva che una ragazza non doveva avere nessuna
formazione professionale: lavorerai in fabbrica e poi ti sposerai,
diceva. Ho cominciato a ribellarmi. Mio padre allora se la prendeva con
mia madre dicendole che io volevo fare tutto quello che mi passava per
la testa, che non era possibile eccetera».
E sua madre?
«Mi minacciava che
sarebbe andata al Comune se non avessi cominciato
ad obbedire a mio
padre. E lo fece. Allora ho tentato il
suicidio. Mi hanno messo in una clinica psichiatrica. Poi è arrivata la
decisione del comune di trasferirmi
in un convento di suore nel
Canton Friburgo. Tempo mezza giornata, ho ingerito dei medicamenti che
avevo trovato nella farmacia del convento. Sono andata in coma. Mi
hanno portato all'ospedale cantonale di Friburgo e lì mi hanno
comunicato che mi avrebbero riportato alla clinica psichiatrica».
Quando l'hanno mandata in prigione?
«Al mio ritorno nella clinica psichiatrica il
capoclinica mi ha spiegato che aveva ricevuto la decisione del mio
Comune di trasferirmi a tempo
indeterminato nella prigione femminile
di Hindelbank. Ho reagito dicendo che non avevo commesso alcun reato.
Non ci fu nulla da fare».
Quanti anni
aveva?
« Diciotto».
Un incubo.
«Sì.
Chi non l'ha vissuto non può immaginare che tipo di trauma sia sentirsi
dire ‘a tempo indeterminato'. Se mi avessero detto: durerà un anno, magari avrei potuto in un qualche modo
farci i conti. Ma quando ti dicono “a tempo indeterminato” non sai se
non dovrai restarci per tutta la vita».
Come
ha reagito?
«Ho perso le staffe. Ho
chiesto di telefonare ai miei genitori e ai miei amici, ma il
capoclinica ha dato l'ordine di proibirmi di telefonare. Ho avuto una
crisi di nervi e allora mi hanno iniettato delle sostanze calmanti. Ho
perso la coscienza e quando mi sono svegliata ero in una cella. Ci ho
messo qualche giorno per realizzare che ero a Hindelbank. A tempo
indeterminato».
E i suoi genitori non
sono intervenuti?
«Ma non sapevano
nulla! Nessuno li aveva avvisati. Mia madre, però, ad un certo punto ha
insistito per sapere dove fossi finita e allora gliel'hanno detto: mi
avevano mandato a Hindelbank per “educarmi”. L'ha saputo solo tre mesi
dopo il mio internamento».
E cos'ha
fatto quando l'ha saputo?
«È venuta a
visitarmi e mi ha spiegato che era indignata perché non aveva mai dato
il suo accordo ad una decisione simile. Devo dire che sia lei, sia mio
padre adottivo hanno fatto tutti i passi possibili presso le autorità
di tutela perché tornassero sulle loro decisioni. Non è servito a
nulla».
C'era un diverso trattamento
per i prigionieri amministrativi?
«No.
Le nostre celle, tutte individuali, erano solo in un'altra ala. Ma i
lavori e il resto della giornata avvenivano assieme alle altre detenute
che si trovavano lì per pagare i loro delitti. Nella gerarchia interna
carceraria noi eravamo agli ultimi posti. In cima c'erano le donne
condannate a molti anni di prigione, magari per omicidio. In fondo noi.
Due volte all'anno avevamo il diritto di ricevere un pacchetto regalo
dalle famiglie. I nostri venivano sistematicamente
presi dalle
altre».
Non si faceva quindi nessuna
differenza tra voi e le altre detenute?
«No.
Le differenze, se proprio vogliamo,
stavano nel fatto che chi aveva
commesso dei delitti conosceva
la propria pena e sapeva quando sarebbe
uscita di prigione. Noi no. Loro avevano un avvocato
a cui
rivolgersi se c'erano dei reclami da fare. Noi no. Infine, loro
venivano risocializzate, noi no. Un'altra differenza consisteva nel
fatto che i costi dell'incarcerazione
erano sopportati dalle nostre
famiglie».
E gli orfani?
«La “pensione” era pagata con le loro rendite di
orfani».
C'erano anche dei o delle
ticinesi?
«So che c'erano, ma non li
ho conosciuti»
Quanto tempo è rimasta
in prigione?
«Un anno».
E come ne è uscita?
«Per un incredibile colpo di fortuna. Avevamo il diritto di
ascoltare la radio un paio d'ore ogni sera. Ci permettevano di
ascoltare emissioni scelte dai responsabili della prigione. Una sera ho
seguito una discussione tra giuristi sulla necessità o no per la
Svizzera di firmare la Convenzione dei diritti umani. C'era anche un
certo professor Eduard Nägeli che ricordava che i due ostacoli alla
firma erano costituiti dal diritto di voto negato alle donne e, appunto,
dalle detenzioni amministrative. Allora gli ho scritto riuscendo ad
inviargli una lettera che avevo fatto uscire dalla prigione di
nascosto».
E poi cosa è successo?
«Il prof. Nägeli ha contattato mia madre e le ha
consigliato di fare una domanda di tutela per me. Io non avevo un
tutore. Il professore le diceva di proporre un assistente per la mia
tutela e poi sarebbe
stato lui a dare l'ordine di liberarmi. E così è
stato».
Come ha vissuto il ritorno «in
società»?
«Quello, in realtà, è il
lato peggiore. La prigione è la prigione, ma una volta fuori ti senti
bandita dalla società. Ti senti così speciale e sbagliata da non avere
neppure bisogno di fare un processo. Ti senti qualcuno che per natura
non è conforme, non fa parte della società. Anche per i criminali
esistono delle regole del gioco. Per noi no. Esci dalla prigione
dopo
un anno e ti accorgi che non puoi spiegare a nessuno che non hai fatto
niente di male, che non sei una delinquente».
Non le credevano?
«No. Le poche
volte un cui ho timidamente
provato a dirlo mi sono sentita
rispondere che tutti i criminali, quando escono dalla prigione, dicono
di non aver fatto niente. La gente pensa che qualcosa dovevo aver pur
fatto se ero finita in cella. Allora cerchi di non parlarne, di
nascondere il fatto di essere stata in prigione. Se cerchi un lavoro
nascondi questi fatti. Io, per esempio, non l'ho ancora detto a mio
figlio. Il fatto è che vi sentite talmente privi di valore e avvertite
così forte l'impossibilità di cambiare la situazione che alla fine
avete una pessima opinione di voi stessi. Non riuscite a vedervi come
vittime. È difficile spiegarlo, ma quando vi sentite messi al bando,
non fate parte della gente “normale”».
E
oggi, a distanza di anni, che cosa vorrebbe per sé, signora Rubeli?
«Vorrei che la società svizzera si rendesse conto
che non solo io, ma migliaia di persone come me sono finite
ingiustamente in prigione, qui, in Svizzera».


INCUBI DIMENTICATI
La vicenda delle «Administrativ versorgte», cioè delle detenzioni di minori nei penitenziari per decisione amministrativa, è un capitolo poco noto, e poco onorevole, della nostra storia recente. La società le ha ignorate, ma migliaia di vittime ne sono rimaste segnate a vita. A destra: una delle tante inquietanti «prigioni» immaginate da Giovan Battista Piranesi.
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