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Il PP Perugini: perché lasciare che i minori vaghino di notte?

Da: CdT 6.10.08 pag 9

Per divertirsi ci si inventa la follia
 Il PP Perugini: perché lasciare che i minori vaghino di notte?


 Il Gruppo operativo giovani-violenza-educazione, nominato dal Consiglio di Stato e coordinato dal procuratore pubblico Antonio Perugini, ha re­centemente stilato il suo secondo rapporto trimestrale. Il documento ap­profondisce alcune proposte ventilate in maggio e valuta misure concer­nenti la possibilità di accesso dei minori agli esercizi pubblici. Inoltre ri­prende l'argomento del coprifuoco che in maggio aveva suscitato un'al­zata di scudi da più parti. Intervistato, il procuratore pubblico Perugini con­ferma le proposte già avanzate, senza ripensamenti. È preoccupato dal fat­to che i minorenni vaghino di notte, da coloro che per divertirsi «si inven­tano la follia» e dalle ragazzine a volte più sboccate e violente dei maschi.
  Procuratore Perugini, il secondo rapporto tri­mestrale sulla violenza giovanile stilato dal grup­po operativo da lei coor­dinato approfondisce le misure per prevenire e contrastare il fenomeno. Si riparla del «coprifuo­co » notturno per i mino­renni, proposta controver­sa, ma nel frattempo adottata in alcune loca­lità svizzere. Lei la conferma nono­stante le critiche?
 «La misura già contenuta nel pri­mo rapporto ha attirato, come era prevedibile, un'attenzione a mio giudizio spropositata rispetto al­le tante altre misure proposte, for­se anche più importanti e neces­sarie. Mi risulta che là dove è ap­plicata non causa problemi di sorta, anzi sta dando buoni risul­tati. D'altronde qualcuno dovreb­be spiegare perché sia sano, edu­cativo e formativo lasciare i mi­norenni vagabondare di notte, a qualsiasi ora, anche la più picco­la. Il buon senso e la responsabi­lità degli adulti dovrebbero già dare una risposta senza che sia lo Stato ad imporla. Purtroppo la re­altà invece non fa che renderla attuale oltre che, forse, necessa­ria. Tengoperòaprecisare chela misura, anziché restrittiva della libertà della gioventù, è stata vista più come supporto e ausilio a quanto ormai i genitori faticano ad imporre ai figli».
 Alcune misure sono di fatto proibizio­ni. Attuandole, lo Stato non rischia di operare in campi dove la famiglia dovrebbe essere sovrana?
 «Certamente, ma non c'è alterna­tiva visto che ormai si tende a de­legare ad altri, dalla scuola alla polizia, dalla magistratura alla re­te sociale, quei compiti di vigilan­za e di educazione propri della funzione dell'adulto in generale, non solo dei genitori».
 Un divieto non rischia di calamitare i giovani verso realtà dalle quali invece li si vorrebbe tenere lontani?
 «Se oggi c'è un problema eviden­te è la quasi assoluta mancanza di limiti:infatti per «divertirsi» bi­sogna addirittura inventarsi la «follia». Non esiste contesto se­riamente educativo senza regole e disciplina. E non vi è regola che, se violata, non comporti conse­guenze.
  Questo vale per tutti i comporta­menti della vita e gli adulti dovrebbero in­segnarlo ai giovani».
 In che misura inasprire la repressione può risultare educativo per i giovani?
  «Nella misura in cui trasmette la concezio­ne che c'è un valore su­periore, privato o col­­lettivo, da salvaguarda­re. Perché non c'è solo libertà nel­la vita: anzi!»
 Il fenomeno della violenza, o quanto­meno del bullismo, vede sempre più in prima linea le ragazze, specie in grup­po. Come valuta il fenomeno?
 «È preoccupante, poiché a livel­lo verbale risultano più sboccate e violente dei maschi. Basta ascol­tare per strada il frasario giovani­le corrente. Ma il problema sta a monte, e cioè nell'educazione - scarsa - trasmessa dagli adulti».
 Fra i problemi da esaminare nei pros­simi rapporti compare una più effica­ce prevenzione a livello di ambienti sportivi, che non sono immuni da fe­nomeni di violenza. Quale è la strada da seguire?
 «Lo si leggerà nel prossimo rap­porto. Se abbiamo preso in con­siderazione il tema è perché quanto avviene negli ambienti sportivi giovanili, viene genera­to, a ben vedere, dalla medesima matrice di degrado che si consta­ta in casa, a scuola, per strada».
 Ci sono ancora misure da perfeziona­re nell'ambito della violenza giovani­le?
 «Certamente. Siamo anche con­sapevoli che non saranno risolu­tive nemmeno quelle proposte dal nostro Gruppo. È necessario che tutti riflettano e che la mobi­litazione sia generale per assicu- rare un futuro culturale ed edu­cativo migliore alle generazioni che si apprestano a diventare adulte».
 Qual è, infine, l'aspettativa del Grup­po operativo dopo avere lanciato le proposte al mondo politico?
 « L'auspicio è che il Paese in ge­nerale ne discuta, ci rifletta e an­che che formuli critiche costrut­tive. Il nostro mandante è il Con­siglio di Stato e noi gli rendiamo conto trimestralmente. Sta ora al Governo prendere la parola sulle proposte formulate e deciderne il destino».
  Il procuratore Perugini ed il Gruppo che coordina continua­no il loro lavoro, incuranti delle critiche e in attesa che il Consi­glio di Stato si pronunci. Il magi­strato si riconferma dunque nel­la linea dura e decisa. Auspica an­che un dibattito che coinvolga il Cantone: la posta in gioco è alta ed i rischi, lo dimostra la crona­ca, sono temibili. Urge interveni­re, secondo Perugini, anche con misure che potrebbero avere un sapore impopolare; ma gli spazi di azione, fa intendere, ci sono: basta individuarli e delimitarli.
 IL PP
Antonio Perugini.
 







VIOLENZA GIOVANILE Il Gruppo operativo ha lanciato varie proposte per contrastarla, ora auspica un dibattito costruttivo. (foto N. Demaldi)
  Romina Lara Emanuele Gagliardi

 

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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