Intervista di Monica Mazzei a frate Martino Dotta,pubblicata da Ticinonews.ch in data 4/3/2008
Dal 1° gennaio di quest'anno, Fra' Martino Dotta è direttore di SOS Ticino, un ente umanitario che, da oltre vent’anni, opera nel Cantone a favore di disoccupati, richiedenti l’asilo e rifugiati riconosciuti e persone in stato di precarietà finanziaria e sociale. Ed inoltre è operativo nel dormitorio per poveri aperto ieri all'ex gattile di Lugano.
Qual è l'identikit dell'emarginato di oggi?
"L'emarginazione oggi ha diverse facce. Ho a che fare soprattutto con persone straniere, in difficoltà per trovare un alloggio, un lavoro; situazioni che spesso portano a difficoltà interpersonali, perché vivono sulla loro pelle lo sradicamento dal loro Paese con le conseguenze psicologiche che ciò comporta. Da parte mia vado loro incontro con tutta la sensibilità di cui sono capace, perché non è sufficiente trattare le questioni amministrative; spesso serve una parola buona che risollevi il cuore, che restituisca speranza, e la fede religiosa aiuta molto. In altri casi, l'emarginazione e lo stato di bisogno si sono verificati dopo stili di vita insani, che hanno stimolato negativamente i soggetti. In tali condizioni, cerco di essere di sostegno in un cammino di ricostruzione individuale e sociale, stimolando le persone a riscoprire le risorse in loro stessi. È un impegno ovviamente tutt’altro che semplice.
In che stato giungono a lei queste persone? E attraverso quali vie?
"Attraverso diverse modalità di arrivo. In genere, è per conoscenza diretta o indiretta. C'è, ad esempio, chi avendo appreso da me dai giornali o da altri mezzi di comunicazione, o ancora da un passaparola, si presenta alla mia porta! Ho finito per diventare, quasi mio malgrado, un simbolo e un punto di riferimento per chi non sa dove sbattere la testa! Naturalmente, ciò mi fa piacere; credo che corrisponda al mio ruolo, come Cappuccino".
Come direttore di SOS Ticino, Lei può accogliere chiunque abbia un accertato bisogno di aiuto?
"No, dobbiamo sottostare a precisi regolamenti cantonali o federali. Ad esempio, è il Cantone che ci attribuisce i disoccupati ai quali proponiamo i nostri programmi occupazionali, oppure i richiedenti l’asilo e i rifugiati che seguiamo".
Alle persone che chiedono un aiuto, viene chiesto in qualche modo di collaborare a risolvere i loro problemi?
"Certo ed è fondamentale. Come operatori di SOS Ticino, evitiamo un approccio assistenzialistico. La persona, che sia migrante o disoccupata, deve imparare di nuovo a camminare con le proprie gambe. Reintegrarsi nella società è comunque un passo vicendevole: le due parti debbono concatenarsi come in un mosaico; non solo l'individuo in difficoltà deve fare un passo, anche noi dobbiamo lasciargli lo spazio per compierlo, andandogli incontro".
L'emarginazione diventa spesso un'etichetta. Cosa si può fare per cambiare questa percezione?
"Stimolare l'autostima di colui o colei che si trovi nel disagio, prima di tutto. Chi è nel disagio spesso finisce per sentirsi abbandonato dalla gente, dalle istituzioni, talvolta persino dalla propria famiglia o cerchia di conoscenti. Tende perciò ad isolarsi, e la società ad isolare chi già si isola... Questo può portare ad estreme conseguenze, come un'altra piaga: il suicidio. Tutti noi dovremmo essere veramente solidali col prossimo".
In un periodo come questo, specie dopo tristi eventi come l'uccisione del Tamagni, è stato più difficile per lei trovare benevolenza verso la famiglia ucraina?
"No. Chi ha deciso di firmare la petizione ha sicuramente fatto la differenza, dimostrando appunto che non bisogna fare di tutta un'erba un fascio... In questo caso specifico poi, la presenza di bambini ha suscitato particolare commozione.
Ma posso dire allo stesso tempo che diverse persone hanno reagito in maniera molto negativa, aggiungendo ad esempio che non era compito di un frate occuparsi di aiutare persone simili o di stimolare la gente a prendere posizione sul caso, oppure affermando che la situazione di quella famiglia non giustificava il loro accoglimento in Ticino".
Con le nuove leggi federali sull’asilo e sugli stranieri ha riscontrato una difficoltà oggettiva in casi di persone bisognose?
Purtroppo, di fatto, sì. I NEM (cioè gli stranieri per cui è stata decretata una non entrata nel merito della loro domanda d’asilo) non hanno praticamente più alcun diritto e per i richiedenti l'asilo, quando pure accolti, tutto si è fatto più duro... Ci sono state persone che da un giorno all'altro si sono ritrovate sulla strada ed è grave. E a volte non si tratta solo di asilanti; ma pure di stranieri, verso i quali le leggi si sono pure di molto inasprite, a causa dell'aggiunta di nuove restrizioni. Ad esempio, chi abbia un coniuge svizzero, oppure con permesso C o B, se capita un divorzio, può ritrovarsi d'un colpo senza più il diritto di dimorare in Svizzera ed essere rimpatriato...
È sempre dell'idea che queste normative siano sbagliate?
"Rimango dell'idea che entrambe le leggi siano sbagliate, perché sono nate in seguito a campagne come quelle dell'UDC che, con la pretesa di lottare contro gli abusi, sono partite da presupposti ingiuste. Il problema, a mio avviso, è che nessuno ha mai specificato cosa siano in concreto questi abusi. Inoltre, posizioni simili hanno portato a far credere all'opinione pubblica che alcune eccezioni fossero la regola, e che tali leggi fossero indispensabili. La paura provocata da certi avvenimenti di cronaca ha poi certamente fatto il resto. Ovviamente in nessun modo si possono giustificare gli autori di un gesto come quello dell'uccisione del Tamagni!
Però, ripeto, non si può e non si deve credere che in ogni straniero viva un pericolo. Secondo me, lo straniero dovrebbe invece essere sempre una ricchezza potenziale per il Paese. Non bisogna dimenticare che, l’altro, prima di essere nemico può e quasi sempre vuol essere amico!
Un’altra cosa ancora più triste e sbagliata, è il fatto che con queste leggi, a volte non si esami più il singolo caso personale, ma sia ritenuto un numero tra i tanti. E su questo dato incidono molto anche le solite statistiche, talvolta fuorvianti e non sempre attendibili. Per queste ragioni, a mio avviso, tali leggi dimostreranno presto più i loro limiti che la loro efficacia".
Che rischi vede nel panorama internazionale?
"A livello internazionale, la gente dovrebbe capire che problemi come l'immigrazione e i popoli in fuga per svariate ragioni, non si risolvono da soli. Tutte le nazioni dovrebbero far capo all'ONU o enti simili e trovare degli accordi. Nell'era della globalizzazione, è impensabile per un Paese piccolo come la Svizzera, risolvere da solo problematiche così grandi. Infine, dare ai Paesi più poveri i contributi allo sviluppo che spettano loro, non sarebbe una cattiva idea... È quanto chiedono oltre sessanta organizzazioni umanitarie svizzere tramite la petizione “0.7% - insieme contro la povertà”".
I ticinesi in che modo aiutano?
"Riscontro un po' di schizofrenia in questo senso. A volte la gente rimane scioccata dalle immagini che scorrono in televisione e che parlano di grandi disastri, di guerre. Così si fa in quattro per mandare aiuti nel mondo. È bello che ciò accada. In altre situazioni, però, ho l’impressione che questa stessa gente non si renda conto che, sue determinate scelte possono avere ripercussioni negative sui problemi qui da noi, perché nemmeno da noi tutto vada bene come si è ancora portati a credere. Penso, ad esempio, alla volontà di aiutare i bisognosi lontani, senza accorgersi dello stato disagio del proprio vicino di casa".
Per finire. Lei ha da poco preso in mano le redini di SOS Ticino: cambierà qualcosa nelle procedure?
"Sono vincolato ai compiti attribuitici dal Cantone negli ultimi anni. Ora abbiamo soprattutto dei servizi come i programmi occupazionali e di accompagnamento sociale per i richiedenti l’asilo con ammissione provvisoria o per i rifugiati riconosciuti, la cui domanda è stata accolta. Vorrei tuttavia contribuire a superare una forma di isolamento che grava sullo stesso SOS Ticino: bisogna sensibilizzare la gente sul nostro lavoro e cercare di stabilire maggiori collaborazioni trasversali con enti simili al nostro. È quanto siamo riusciti a realizzare, ad esempio, grazie al progetto con-dividere, che consiste nel recupero delle derrate alimentari in buono stato messe a disposizione di persone bisognose".
Desidera aggiungere qualcosa?
"Sì. Impariamo a considerare chi ha bisogno per il suo valore personale e non come un semplice numero o, peggio ancora, come un approfittatore... Per il resto, dove mi è consentito intervenire, la mia porta è sempre aperta".


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