L'incubo di un giovane torinese, in
carcere con l'accusa di abuso di minori e dopo quasi 3 anni assolto perché il
fatto non sussiste «La fatica è rinascere»
(Estratto da www.falsiabusi.it)
18 luglio 2004
La denuncia nata dalla battuta di una piccola iscritta alla materna dove il ragazzo lavorava
In realtà la bimba era turbata dal «Grande Fratello»
L'incubo di un giovane torinese, in carcere con l'accusa di abuso di minori e dopo quasi 3 anni assolto perché il fatto non sussiste «La fatica è rinascere»
Di Lucia Bellaspiga
Quasi tre anni fa. Torino, 26 ottobre 2001, ore 7 del mattino. Semaforo rosso in via Po. Si affianca una macchina e un uomo in borghese tira fuori la paletta: Accosti. «Acc... - ho pensato - non ho la cintura, qui mi multano».
Inizia così la tragedia da poco conclusa di V.A., allora 24 anni, presidente di una scuola materna di La Loggia, nel Torinese: con la paura di una multa. «Invece hanno aperto la portiera e mi hanno prelevato di peso. Mi hanno portato in questura, lì mi hanno perquisito, poi sono passati allo studio di mio padre, a casa nostra, alla mia macchina, hanno prelevato tutti i nostri computer, hanno ribaltato la nostra vita... Se uno non ha fatto nulla di male, se non ha mai avuto a che fare con la giustizia, c'è da impazzire.
Chiedevo spiegazioni e non mi dicevano nulla. Dopo ore mi dissero che ero accusato di abuso di minori. È il mondo che ti crolla addosso».
Quella stessa notte fu la sua prima in carcere, da solo in cella. «Nella mia ingenuità - racconta oggi il giovane, stringendo la sentenza di assoluzione del Tribunale di Torino rilasciata il 31 marzo 2004 "perché i fatti non sussistono" - quella notte pensai: non c'è problema perché sono innocente, domani parlo al magistrato e si torna a casa».
Invece a casa, tra i mille abitanti di La Loggia, ci è tornato pochi giorni fa, dopo due anni e mezzo tra carcere alle Vallette, arresti domiciliari presso parenti e divieto di dimora. Ci è tornato, ha atteso solo le motivazioni dell'assoluzione (depositate in questi giorni, a 90 giorni dalla sentenza) e se n'è andato di nuovo. «In vacanza?», gli chiediamo. Sorride e scuote il capo: «Vacanza...». Una parola sciocca, che mal si adatta a chi «a 27 anni deve ricominciare a vivere, deve almeno provarci, dimenticare l'inferno, le ingiurie subite, il marchio infamante di pedofilia, il tradimento di chi gli ha girato le spalle, la perdita del lavoro, delle amicizie, della fiducia nel prossimo. Ogni notte rivivo il trauma del carcere, le risparmio le umiliazioni e le violenze subite dai detenuti, e non solo da loro, quando hanno saputo di cosa ero accusato...».
Come in tanti altri casi di "falso abuso", anche in questo tutto inizia con la battuta di una bambina iscritta alla materna dove V.A. è da poco presidente. Poi l'ansia della madre: Chi te l'ha insegnato? Il seguito è il solito: le domande sempre più pressanti della madre nonostante i dinieghi della piccola, gli interrogatori induttivi, suggestivi, perfino invasivi, contenenti già la risposta che la donna vuole sentire.
Poi la visita dal pediatra, il cui referto (V.A. sciorina tutte le carte) parla di "nessun segno di violenza, solo un discreto arrossamento", ma il medico, colpito da una movenza "inconsueta" per una bimba, fa partire la denuncia. La voce circola, il paese ha il suo mostro, i giornali, senza attendere i tempi della giustizia, parlano di "brutta storia di sesso", di "rapporti intimi tra il giovane e la direttrice della materna in presenza dei piccoli", di "scene boccaccesche", una valanga che si ingrossa e, specie in un paese di mille abitanti, stritola. «Ora voglio solo vivere, ma non posso dimenticare - racconta V.A. -: il mio primo progetto è un'associazione che combatta il "falso abuso" perché a nessuno capiti ciò che è successo a me. I pedofili meritano l'ergastolo, ma prima di sbattere la gente in galera ci vorranno pure delle prove... E penso anche a quei poveri bambini, torchiati con domande oscene: abusati, sì, ma non da me, abusati da questo sistema. Da una famiglia che, di fronte al presunto abuso della sua piccola, pensava a chiedere duecentomila euro di risarcimento più spese legali...».
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Dalla sentenza di assoluzione, marzo 2004: "Nei confronti della piccola teste - si legge - è evidente la pressione materna: devi parlare, avevamo fatto un patto, ti compravo un cane e un gatto se parlavi...". La piccola ride, non ha accuse da muovere. Poi, invitata dalla mamma a fare il nome di V.A. "come facevi a casa", la piccola, candidamente: "Eri tu a dirlo". E un finale inquietante, che ci riguarda tutti: "Nella piccola è assai ricorrente il riferimento a comportamenti sessualizzati certamente esterni all'ambiente scolastico, fruibili attraverso la televisione...".
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In pratica le movenze inconsuete per una bimba altro non erano che il ballo tormentone del 2001 "Yo soy Candela" con tutti i suoi ammiccamenti sexy, e il racconto di "uomini nudi" altro non era che "il Grande Fratello che vedevo a casa".
"In V.A. non si vedono segni di ravvedimento e pentimento. È insensibile a qualsiasi legge morale e giuridica", dicembre 2001. Per queste motivazioni doveva restare in carcere.


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