La prassi. La prassi nel divorzio è quella di dare affidamento e autorità parentale dei figli alla madre: per default. Il primo provvedimento che ogni pretore intraprende in caso di separazione, è di privare il padre dell’autorità parentale, affidare la custodia dei figli alla madre e sbattere il malcapitato ex marito fuori di casa, senza averlo manco visto. Se un padre si ostinasse a voler mantener l’autorità parentale sui propri figli ( crescerli, educarli, istruirli, amarli) urta contro un gigantesco muro di gomma: la legge, la prassi. E ci si fa male, tanto male. E così che, senza aver assistito al processo del 38enne condannato a 5 anni di reclusione per abusi sessuali sulla figliastra minorenne (11 anni) mi sorgono domande inquietanti:
come mai un pretore ha potuto a suo tempo creare una famiglia “monoparentale” con a capo una donna totalmente inaffidabile? È stata una garanzia per il pretore che la madre fosse una persona di buona famiglia locale? È stato richiesto a tale pretore di assumersi la responsabilità di tanta devasante sentenza? Dov’era il padre della bimba, vittima della violenza del nuovo compagno della madre? Allontanato dalla burocrazia divorzista? Sicuramente, secondo la prassi. O forse no. O forse semplicemente svuotato di autorità e responsabilità nei confronti della figlia. Se questo padre, invece ci fosse stato, chi avrebbe ascoltato la sua voce (giacché anche l’Sos della figlia è stato “purtroppo disatteso”)? Poi altre domande sgorgano come sangue da profonde ferite: dove sono le istituzioni (avvocati divorzisti/ presidenti di Ctr, pretori, tutorie, curatori, psicologi, ecc) che pretendono di garantire il bene dei nostri figli in caso di divorzio? Parlare in questa sede di responsabilità, pare, sia fuori luogo poiché si sa che viviamo in una società deresponsabilizzata o come dice il poeta nostalgico: “Siamo passati da una società responsabile ad una di diritto”. Non sarebbe meglio, invece di far intervenire pesantemente lo Stato nella famiglia, che il padre faccia il padre anche da divorziato? Ma una domanda ben più inquietante mi turba seguendo sui giornali la cronaca di questo processo: si legge del comportamento “ambivalente” della madre e la sua “dabbenaggine”. Mi chiedo: come può una “donna affidataria”, con tanto di pantaloni in casa, non venir accusata di complicità in un si grave delitto? Sarà che alle donne vien concesso quanto all’uomo è giustamente negato? Sarà tale disparità di trattamento frutto delle conquiste femministe? O sarà la prassi a considerare gli “incidenti” di questo genere un semplice effetto collaterale di una prassi consolidata?
Infine: a partire da oggi, questa innocente vittima del sistema, sarà ancora sotto l’autorità parentale materna e ne condividerà ancora la quotidianità? Finirà in una delle strutture governative preposte alla tutela dei minorenni?
È forse giunto il tempo anche nel nostro bel Paese di inserire nella legge e nella prassi l’autorità parentale congiunta, a beneficio delle future generazioni. LETTERA FIRMATA
(La Regione, Lettere dei lettori, 21.09.2007)


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