Da: CdT 23.9.11 pag 5
«Processo e aula penale non sono un ring»
Paolo Bernasconi, avvocato ed ex procuratore riflette sui ruoli di accusa e difesa «Condanne e assoluzioni non si valutano con i criteri del k.o. o vittorie ai punti»
DI
PAOLO BERNASCONI
■ I procedimenti penali possono terminare o con la condanna o con l'assoluzione. Affermazione banale, ma che merita una riflessione poiché, da decenni, in Svizzera, a differenza di altri Paesi, il pubblico è abituato a veder concludere i processi con la condanna. Rare sono le assoluzioni, al punto che, talvolta, le assoluzioni vengono recepite male. Basta riandare al maxiprocesso Swissair, oppure alle assoluzioni degli organi della Banca cantonale vodese pronunciate a Losanna qualche anno fa, oppure alla recente assoluzione quasi totale degli organi della Banca del Canton Ginevra. Vi si aggiungono poi le assoluzioni pronunciate prima di finire davanti al Tribunale penale, ossia i cosiddetti abbandoni o archiviazioni decretati dal Pubblico ministero. L'assoluzione è una sconfitta per il Pubblico ministero? L'abbandono pronunciato da quello stesso Pubblico ministero che, magari due o tre anni prima, aveva avviato un procedimento penale, costituisce un'autodichiarazione di fallimento? Certamente, per il fotoreporter, rappresenta una chicca il viso corrucciato del rappresentante della Pubblica accusa che abbandona frettolosamente l'aula dopo avere ascoltato, in rispettoso silenzio, un verdetto di assoluzione pronunciato dal Tribunale davanti al quale per giornate o settimane si era sforzato di convincere dell'esistenza delle prove di reato e del buon fondamento dell'impianto accusatorio. Ma il processo penale non è un match di boxe e l'aula penale non è un ring. Quindi le condanne o le assoluzioni non si valutano con i criteri usati sul ring: k.o., vittoria ai punti ecc.
Abituatevi ai proscioglimenti
Dal 1. gennaio di quest'anno gli interrogativi suddetti sono diventati sterili. Infatti, il nuovo Codice di procedura penale (CPP), ormai in vigore per tutte le autorità penali sia federali sia cantonali, ha rovesciato il sistema previgente: oggi vige l'obbligo per il Pubblico ministero di aprire un procedimento penale, salvo i casi in cui manifestamente difettano i presupposti processuali. Di conseguenza, la promozione del procedimento penale è diventata, per legge, un cosiddetto “atto dovuto”. Mentre il Codice previgente prevedeva una fase intermedia, che fungeva da filtro fra l'accusa contenuta in un rapporto di polizia oppure in una denuncia penale, da una parte e, dall'altra parte, la valutazione del Pubblico ministero, oggi il Pubblico ministero deve aprire il procedimento penale. Aumenterà quindi enormemente il numero delle persone imputate. Di conseguenza, aumenterà anche il numero delle persone che verranno messe al beneficio di un decreto di abbandono, ossia di un'assoluzione decretata dal Pubblico ministero prima del processo davanti al Tribunale penale. Così hanno deciso le Camere federali, in un impeto garantista, per evitare che Pubblico ministero e polizia potessero indagare per mesi e magari per anni sul conto di una o più persone, senza che queste venissero informate in modo da poter esercitare tutti i diritti della difesa.
Ma l'intero procedimento penale, dal 1. gennaio di quest'anno, ha subito un altro violento scossone: mentre permane il principio sacrosanto “in dubio pro reo” (lasciatemi usare il latino, quando si deve manifestare che un principio esiste da almeno duemila anni), quando il giudice deve decidere sulla colpevolezza o l'innocenza di una persona, nella fase precedente, ossia quando il Pubblico ministero deve decidere se deferire al tribunale una persona, vale il principio inverso, ossia in dubio contra reum, oppure, in dubio pro accusatione. Così si sono espressi unanimemente i numerosissimi giuristi che da tutte le parti in Svizzera si sono chinati a commentare il nuovo CPP e la norma secondo cui il Pubblico ministero emana l'atto d'accusa non appena ritenga di disporre di sufficienti indizi di reato. Anche questo è il frutto di un sussulto garantista da parte delle Camere federali, unanimi (compresi i deputati delle curve nord). Le prove si formano al processo, sotto i fari dell'opinione pubblica (ma non delle televisioni) e sempre meno nelle stanze riservate del Pubblico ministero. Di conseguenza, quando i Pubblici ministeri avranno assimilato questo rovesciamento dei meccanismi processuali, dovrebbe aumentare il numero degli atti d'accusa e dei processi e, di conseguenza, prepariamoci ad assistere all'aumento delle assoluzioni. Ma c'è di più: sempre il nuovo CPP ha codificato severamente il diritto degli imputati e successivamente assolti ad essere risarciti di tutte le spese e i danni connessi al procedimento penale e al processo. Ne conseguono indennizzi milionari a favore degli imputati assolti, con conseguente aggravio a carico delle casse dello Stato. Per decisione unanime delle Camere federali. Le garanzie procedurali costano.
Fiori, uova marce, pagelle
Poiché l'aula penale non è il ring della boxe, in caso di condanna non bisogna lanciare fiori al rappresentante della pubblica accusa. Coerentemente però, in caso di assoluzioni, non bisogna lanciare uova marce, tramite i mass media. Anzitutto per oggettività, poiché chi ignora l'incarto e non ha nessuna competenza specifica, non è in grado di giudicare quali siano stati i motivi che hanno portato ad una condanna piuttosto che ad un'assoluzione. Oggi, molti hanno la pagella facile, anche se spesso non hanno la competenza per allestirla. Così come coloro, tanto per rimanere nell'attualità, che pronunciano sentenze sulla recente perdita in danno dell'UBS di Londra senza avere mai passato almeno due ore nella sala mercati di una banca e nell'ispettorato interno. Così come sembra rozzo il rating distribuito negli USA ai rappresentanti della Pubblica accusa sulla base del numero di assoluzioni e del numero di condanne. Preferirei, se proprio dovessimo inventare un rating, il numero di milioni scoperti come provento di reato, il numero di autori di reato identificati, ossia, in altre parole, l'efficacia nella protezione del territorio e di coloro che ci vivono e ci lavorano. Come rappresentante dell'accusa ho passato più giorni e più notti, con qualche poliziotto, e senza computer, piuttosto che a stendere atti d'accusa, a identificare quei giovani che in Ticino, davano assistenza alle Brigate Rosse e alla RAF tedesca, oppure quei negozianti di Basilea o di Lugano che rifornivano di kalashnikov la camorra napoletana. Non si puntava alle condanne ma alla prevenzione, alla difesa del territorio. Oppure, più che il numero delle condanne, mi interessava il numero delle espulsioni e dei divieti di entrata nei confronti di persone che utilizzavano il nostro territorio come base oppure rifugio per la criminalità organizzata attiva fuori dai nostri confini.
Missione: l'inchiesta leale
Detesto il magistrato ignavo, quello che attende che le prove gli cadano dal cielo. Si può interrogare distrattamente una persona cavandone le prove di una rapina oppure, mettendoci l'anima, cavandone le prove di dieci rapine. Ma detesto anche il magistrato e il poliziotto scorretto, ossia quello che a tutti i costi, magari minacciando o addirittura pestando, vuole arrivare ad un risultato istruttorio. Certamente la ricerca della verità richiede un atteggiamento aggressivo, nel senso intellettuale del termine, così come lo esprimono, non a caso, in tutte le lingue, i concetti di “scoprire, svelare, scovare” e sinonimi. Tutti manifestano la fatica per rimuovere l'ostacolo che impedisce la scoperta della verità. Questa attività, aggressiva ma solo intellettualmente, deve rispettare la legge, ossia le norme di procedura e anche tutte le garanzie e, come dicono bene i primi articoli del nuovo CPP, la dignità di tutte le persone coinvolte nel processo. Siamo servi delle leggi, per poter essere liberi. Ai magistrati, ai poliziotti e all'investigatore leale, gettiamo i fiori, anche in caso di assoluzione. All'investigatore pavido e a quello sleale, le uova marce (ma anche quelle, per carità, solo virtuali).
PAGINA A CURA DI
EMANUELE GAGLIARDI e GIOVANNI MARICONDA
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La promozione del procedimento penale è diventata per legge «un atto dovuto» Adesso al processo le prove si formano sotto i fari dell'opinione pubblica

BERNA La statua della Giustizia: quanti si fermano ancora a guardarla ed a riflettere?
(Foto swiss-image.ch/Stephan Engler)


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