Da: La regione, 17.6.10 pag 41
LETTERE AL
CORRIERE
Le novità in arrivo nella
giustizia civile
All'ordine
del giorno della prossima seduta del Gran Consiglio spicca per
importanza l'adeguamento della legislazione cantonale all'introduzione
del codice di diritto processuale svizzero, che prevede l'unificazione
delle norme che regolano il processo civile. A partire dal 1. gennaio
2011 il nuovo codice di procedura civile svizzero (CPC-CH) sostituirà i
ventisei codici cantonali di procedura civile e quindi anche il nostro.
Tra le innovazioni introdotte dal nuovo codice mi piace moltissimo
l'istituzione di un tentativo di conciliazione preventivo obbligatorio e
la possibilità per le parti di far capo ad una procedura di mediazione.
In pratica, salvo alcune eccezioni, le parti prima di litigare sul
merito della causa dovranno sedersi al tavolino e tentare di trovare un
accordo con l'aiuto di un conciliatore.
Con questa novità il
legislatore sembra porre particolare attenzione alla
responsabilizzazione delle parti in causa obbligandole a collaborare con
la giustizia, anzi direi a diventarne parte integrante per costruire
insieme un accordo che alla fine diventa decisione giudiziaria. Questo
obbliga le parti a ragionare anche sulle motivazioni - a volte veramente
puerili - sottese all'instare in causa. La procedura di conciliazione è
anche un buon esercizio per riaffermare i principi democratici che
governano la giustizia, sia per chi l'amministra sia per chi la chiede.
Vedo però un pericolo di fallimento per
questo nuovo e affascinante istituto della conciliazione: la competenza
dei conciliatori e l'organizzazione dell'apparato giudiziario. Problemi
questi che rischiano di vanificare lo scopo ultimo della novità
legislativa: alleggerire e sveltire il lavoro delle autorità del merito e
del ricorso.
Il messaggio del Consiglio di Stato - condiviso anche
dalla Commissione della legislazione - attribuisce anche ai giudici di
pace la competenza di tentare la conciliazione per tutte le cause che
non eccedono il valore di 5.000 franchi. C'è da chiedersi se i giudici
di pace abbiano le capacità e la competenza di esperire e riuscire i
tentativi di conciliazione soprattutto se, come sarà il caso,
confrontati ai patrocinatori delle parti (art. 204 CPCCH) che di certo
non si seducono con l'appello alla ragionevolezza né si guidano con i
sentimenti.
Finirà che per queste cause si andrà di sicuro alla
«guerra» del merito per poter poi impugnare
il giudizio.
In questo modo si sovraccarica l'autorità di ricorso,
che già oggi annaspa per uscire dal guado.
È quindi auspicabile che
la competenza conciliativa dei giudici di pace si limiti, come finora,
ad un valore di causa di poco conto (2.000 franchi), così com'è
auspicabile che il potere decisionale di questi giudici non venga
aumentato - come auspica la Commissione della legislazione - ma rimanga
invariato entro il medesimo limite.
Di tutt'altra natura è invece il
discorso per le Preture di valle, sulla cui esistenza ed organizzazione
il messaggio del Consiglio di Stato non pone mano.
Messaggio e
rapporto commissionale negano ai pretori di valle l'aiuto di un pretore
aggiunto, come invece concesso alle Preture di città.
Le assenze dei
pretori di valle non saranno quindi coperte. Ora si sa che per il 40/60
% del loro tempo i pretori di valle sono
impegnati presso la Pretura penale.
Durante le loro assenze a
presidiare le preture di valle rimarranno i soli segretari assessori,
uno per ciascuna Pretura, ma con una gamba zoppa: infatti non potranno
istruire il processo né decidere per proprio conto (art. 124 CPC-CH). I
segretari assessori potranno solo svolgere il ruolo di conciliatori. Il
merito delle cause rischia quindi di infilarsi in un collo di bottiglia
da cui non è facile uscire.
C'è da chiedersi se il risparmio sui
costi - salari (dei pretori aggiunti) - valga l'ingombro della
giustizia, come c'è da chiedersi se la paura della perdita di consenso
politico giustifichi il mantenimento delle Preture di valle.
In
generale, l'adeguamento delle norme cantonali al nuovo codice di
procedura civile unificato avrebbe giustificato una rinfrescata di tutto
l'apparato giudiziario cantonale e anche del modo di elezione dei
nostri giudici, troppo spesso dipendente da accordi partitici.
Peccato, l'occasione non è stata colta.
Resta il principio o la
verità che non c'è giustizia senza fiducia in chi l'amministra.
Ognuno di noi può perdere un processo, ma il sentimento di ingiustizia
che ne deriva si eclissa davanti alla garanzia che quella che abbiamo
subito è una giustizia giusta: celere, qualificata, imparziale e
indipendente dal potere politico.
Facciamo in modo che alla nostra
giustizia non manchi mai una di queste premesse.
Michela Delcò Petralli, Bellinzona


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