Da: CdT 10.2.09 pag 39
LETTERE
AL CORRIERE
Autorità parentale: per il bene dei figli
Lo
spunto di questo mio contributo è stato l'articolo apparso su questo
quotidiano il 29 gennaio scorso concernente la modifica della legge
sull'autorità parentale (diritto del genitore quale educatore e
rappresentante del figlio) in caso di divorzio, attualmente in
procedura di consultazione. Si tratta di una modifica di default: viene
cioè sostituito l'automatismo che esclude per legge un genitore (con
possibilità d'accordo in corso di divorzio di entrambi i genitori
per l'autorità congiunta), con la regola per cui l'autorità parentale è
assegnata ad ambedue i genitori (con possibilità ad un solo genitore
per motivi gravi). Durante il divorzio non penso però che i genitori siano di animo adatto
per trovare le soluzioni migliori per il bene della prole comune.
Qualsiasi modifica di legge che metta entrambi i genitori davanti alle
proprie responsabilità e che impedisca tatticismi, abusi e ricatti tra
le parti (e qui penso che moltissimi lettori possano «ein Lied
singen»), atti che col bene dei figli non hanno nulla a che vedere ma
sono unicamente oggetto di pressione sull'altro genitore, è la
benvenuta. Il legislatore deve impedire che diritti e doveri dei
genitori
si tramutino in diritti per una parte e doveri per l'altra. In questa
direzione va pure la misura coercitiva proposta con la modifica del
codice penale: sarà punibile anche chi si rifiuta di affidare un
minorenne al titolare del diritto di visita. Quanto sopra vale anche
per il diritto di visita, che mi pare piuttosto una formulazione adatta
all'ambito carcerario piuttosto che l'espressione del diritto dei figli
ad ambedue i genitori. Con diritto di visita s'intende attualmente il
diritto e dovere del genitore che non ha l'affidamento (i figli sono
presso l'altro genitore) di visitare la propria prole. Se non erro, di
prassi i figli vengono affidati alla madre, mentre il padre può
visitare due giorni ogni due
settimane. Ci sono due aspetti: un genitore lavora e paga (di solito il
padre) mentre l'altro resta a casa coi figli (di solito la madre) e,
matematicamente, i figli sono resi de jure orfani di un genitore per
2/14 (85%) del loro sviluppo. C'è da chiedersi se la legislazione
attuale in materia, possibilmente basata sul modello familiare
padre-che-lavora-madrecasalinga
in tempi di pochi divorzi non
sia stata superata dagli eventi.
Se, come dice il titolo dell'articolo in oggetto, «Per il Governo in
gioco c'è il bene dei figli, che per crescere hanno bisogno di entrambi
i genitori», si potrebbe iniziare a pensare anche ad un aggiornamento
del diritto di
custodia. Nel matrimonio i figli sono col padre e la madre: perché non
valutare in caso di divorzio la possibilità di un equo affidamento per
prassi visto come diritto alla relazione, conforme alla nostra realtà?
Entrambi i genitori avrebbero l'obbligo di occuparsi della prole, che
abiterebbe in alternanza con entrambi i genitori, con una
responsabilizzazione in particolare dei padri e un'emancipazione delle
madri.
L'idea del diritto di custodia comune è già stata adottata da alcuni
Paesi; penso valga sicuramente la pena di chinarsi sulla problematica e
valutarla. Per il bene dei nostri figli.
Ettore Balmelli, Figino


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