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Si è parlato di violenza giovanile venerdì sera a Palazzo Marcacci a Locarno. «
Quali risposte diamo alla violenza?: la non-violenza tra esclusione e prevenzione
». Questo il tema al centro di una tavola rotonda promossa dell’Acli
Ticino (Associazioni Cristiane Lavoratori Internazionali) e da Sos
Ticino. «
Cosa sta capitando in Ticino? Io ho paura, ma non ho timore per i
giovani, piuttosto mi chiedo se non sono loro ad essere le prime
vittime della violenza. È la società che non funziona
». Non ha usato mezzi termini, Edo Carrasco, educatore e Direttore
della Fondazione Il Gabbiano, intervenuto al dibattito – moderato da
fra Martino Dotta, direttore di Sos Ticino – unitamente a Tamara
Magrini, docente e Municipale di Locarno (capodicastero giovani) e a
Leonardo Da Vinci, assistente alla Supsi nonché operatore sociale di
Sos Ticino. Carrasco, forte anche di un’esperienza trascorsa a
Losanna… sulla strada, in mezzo ai giovani ascoltandone i disagi e le
speranze disilluse
da una società che non va per il sottile e che spesso non aspetta chi
viaggia più lento perché ha un fardello pesante da trascinare. «
Sovente gli immigrati dispongono di meno tempo per educare i
propri figli; a volte ci si ritrova confrontati con situazioni
poverissime di grandi stenti e poi ci si lamenta se tirano fuori
l’aggressività. La radice del problema sta nella società: siamo una
miseria come identità
». Continuando nel suo dire l’operatore sociale si è chiesto: in cosa credono i giovani? «
Spesso non vedono un futuro, hanno difficoltà ad impegnarsi in
progetti a media-lunga scadenza perché non vedono uno sbocco sicuro
» Cosa si può fare? «
Facciamo tante cose con loro: apriamo le palestre, lasciamo aperti
i centri, se necessario giochiamo alle bocce davanti alla stazione: una
volta coinvolti li abbiamo presi dal loro lato migliore, infine –
ha concluso –,
ascoltiamoli e diamo loro più fiducia».
«
Locarno non è il Bronx anche se i media dicono il contrario
» – ha esordito la municipale Tamara
Magrini – .
In città c’è sì una situazione di degrado e quando succedono
eventi di estrema gravità i riflettori illuminano una situazione che
purtroppo però c’era già. Il mondo politico può fare molto, ma
occorrono sinergie a livello regionale. Sulla prevenzione si gioca
d’anticipo, ma per questo ci vogliono le risorse. A Locarno qualcosa
si muove – Centro giovanile, mentori – ma occorre lavorare in rete, in
modo trasversale, poiché
– ha concluso la municipale –
le richieste d’aiuto ci giungono… urlate».
Nel discorso politico si è inserito l’intervento di Anna Biscossa,
«siamo una società a spicchi, caratterizzata da uno scarica barile
generale: la famiglia abdica, la scuola idem, gli sportelli non adatti
a dare risposte; spesso attività scolastiche non di materia ma di
progetto vengono cancellate per motivi finanziari. Tanti “spicchi”,
ma abbiamo poco futuro senza una visione di comunità
». Dal canto suo Leonardo Da Vinci, ha ripercorso l’esperienza di un progetto di accompagnamento con giovani immigrati
nell’ambito del Soccorso operaio, entrando nel vivo di un mondo del
lavoro e della formazione irto di difficoltà, in particolare per i
giovani portatori di altre culture.
Ragazzi che arrivano spesso senza contesti familiari, a confronto con
problemi linguistici, con prospettive che non rispondono alle loro
aspettative.
«La violenza ha radici molto profonde è qualcosa che ha a che fare
con tutti noi; questa serata è un tentativo per cercare di dare delle
risposte, faremo altri incontri simili in tutto il Ticino, poiché è
essenziale prendere coscienza del fenomeno » –
ha aggiunto fra Martino Dotta, aprendo la discussione in sala. Dialogo
partito a briglia sciolte (forse troppo), ma l’argomento è ampio e
difficile.
In parecchi hanno infatti preso la parola, e ad interventi mirati, ne
sono seguiti anche vari che hanno ruotato al largo dalla problematica,
relegando il tema violenza fuori dalla porta; troppi i luoghi comuni e
gli scarica
barile.
Un corteo silenzioso
Un fiume di persone, colme di speranza, ha attraversato il cuore di
Locarno, teatro, il mese scorso, della barbara uccisione di Damiano
Tamagni. Rispondendo all’invito degli organizzatori – gli amici del
giovane picchiato a morte e i responsabili del Carnevale – centinaia
di persone, sabato sera, alla luce delle fiaccole, hanno camminato
senza parole, senza slogan, segni di appartenenza o canti dalla
stazione di Muralto, anch’essa zona sovente scenario di episodi di
violenza, fino alla Piazza Sant’Antonio. Lì i cantori della Scuola
corale della Cattedrale di Lugano hanno proposto
alcuni brani. Dall’altare della chiesa della Collegiata, don Samuele
Tamagni e l’arciprete di Locarno don Carmelo Andreatta hanno invece
rivolto una preghiera in memoria del giovane di Gordola. La
manifestazione silenziosa che non prevedeva una parte ufficiale, è
stata voluta per lanciare un messaggio forte e chiaro contro la
violenza e contro il razzismo e la xenofobia e a favore di una
convivenza pacifica fra tutte le componenti della nostra società. Le
decine e decine di ragazzi e bambini con le loro luci tremolanti
strette fra le mani sono stati, in particolare, il simbolo di questa
iniziativa di solidarietà, uguaglianza e pace.
f.p.v/d.l.
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