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Leggi anche l'articolo tratto da: Corriere della Sera, pag.23 del 28/10/08, di Guastella Giuseppe
Il caso. Accusato di violenza e assolto. La figlia data in adozione dai giudici di Milano e ritrovata dopo 9 anni.
MILANO - Condannato a 13 anni con l'accusa infamante di aver violentato la sua bambina di 7 anni, assolto in appello dopo che si era fatto 28 mesi di carcere, per dieci lunghi anni un padre non ha più potuto vedere la figlia che il Tribunale per i minorenni di Milano aveva allontanato da casa e dato in adozione. Una decisione irrevocabile nonostante l'innocenza, contro la quale ha combattuto finché non ha rintracciato la figlia che, ormai grande, è tornata a casa.
Ora la Corte europea dei diritti dell'uomo condanna lo stato italiano (leggi la Sentenza CEDU) a pagare 80mila euro per i danni morali subiti dalla famiglia per l'interruzione forzata dei rapporti con la bambina protrattasi anche dopo l'assoluzione. «Bisogna credere nei miracoli», commenta amaro l'uomo, che già si era visto riconoscere dai giudici italiani 160mila euro per essere stato imprigionato ingiustamente.
Il 26 gennaio 1996 i carabinieri bussano alla porta della casa di un piccolo imprenditore del milanese. Due mesi prima sua figlia era stata prelevata da scuola perché una perizia del Tribunale, in un'indagine scaturita dalle dichiarazioni di una cuginetta che convolgevano sei persone, aveva accertato «un comportamento compatibile con quello di una vittima di abusi sessuali». Li avrebbe rivisti 10 anni dopo.
Quando il 20 marzo 1997 l'uomo viene condannato, la moglie disperata si incatena per protesta davanti al centro che ospita la figlia a Milano. Dovrà attendere dicembre '99 prima che l'innocenza del marito - assistito dagli avvocati Guido Bomparola e Raffaele Scudieri - venga riconosciuta in appello, e giugno 2001 perché il verdetto sia confermato dalla Cassazione. Solo uno degli altri imputati verrà condannato, ma per fatti che non riguardavano la bimba.
Tutto risolto? Affatto. Dopo l'assoluzione, la coppia chiede di riavere la bambina. Niente da fare. Quello penale e quello minorile, rispondono i giudici, sono procedimenti «indipendenti» e bisogna guardare «all'interesse superiore del minore».
Mamma e papà non si danno per vinti. Si trasformano in detective, spulciano gli atti, drizzando le orecchie, seguono piste segrete e nell'estate 2005 imboccano la strada che li porta a ritrovare la figlia in una città del litorale ligure. Per quattro weekend setacciano il lungomare confondendosi tra i bagnanti. «Ci chiedevamo se l'avremmo riconosciuta. Sapevo che una voce mi avrebbe detto "è lei" », racconta l'uomo. «Era l'ultimo giorno, c'era tanta gente, all'improvviso i miei occhi sono andati sul suo viso. Non era cambiata tanto».
Il primo istinto è di correrle incontro: «Mia moglie era come impazzita, volevamo abbracciarla, dirle che eravamo lì, portarla via. Ma non dovevamo fare niente perché avremmo violato la legge e non volevamo darle un altro trauma».
La targa dell'auto carica di bagagli sulla quale la vedono salire li conduce a un paese lombardo. «Per settimane ce ne siamo stati a guardarla da lontano uscire dalla messa. Una sofferenza, ma si vedeva che stava bene». Quindi la mossa decisiva. «Una lettera del fratello ci sembrò la cosa da fare». A consegnarla sarà il ragazzo. «Pensavo volesse farmi il filo racconta la ragazza ma quando ho letto ho capito che sarebbe successo un casino». Una sera decide di contattarlo per un incontro. Un momento commovente al quale si presentano anche i genitori. «Le abbiamo detto che la cercavamo da anni, ma non volevamo invadere la sua vita. Ci bastava vederla qualche volta».
La giovane non nasconde l'incontro ai genitori adottivi, ma quando la situazione precipita dopo uno screzio fugge per raggiungere quelli naturali, che provano a farla tomare sui suoi passi temendo di infrangere la legge. E quasi maggiorenne. Tutto resta così.
La sentenza della Corte di Strasburgo riconosce che, in presenza di un quadro probatorio così complesso, l'allontanamento iniziale della bambina era una misura «proporzionata e necessaria». I giudici, invece, censurano la decisione di impedire i rapporti senza avviare alcun «programma di riavvicinamento». Censurata anche la dichiarazione di adottabilità le cui «ragioni principali» si basano sul «sostegno» dato dalla moglie al marito (che poi è stato assolto, annotano) e sulla «sua incapacità a comprendere i pi profondi bisogni della figlia», che non è ragione sufficiente per disporre una «rottura totale e definitiva» delle relazioni.
Giuseppe Guastella


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