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SE IL PADRE DIVENTA GENITORE DI SERIE B

Da: CdT, 13.08.12 pag 15

L'OPINIONE

ROBERTO FLAMMINII*

roberto flamminii

Negli ultimi de­cenni è avvenuto un profondo cambia­mento nella perce­zione del ruolo geni­toriale, soprattutto di quello paterno: si richiede al padre una partecipazione sempre maggiore a tutte le questioni at­tinenti alla famiglia, in special modo quelle riguardanti l'accudimento e l'edu­cazione dei figli, un tempo l'appannag­gio della sola madre. Gli si chiede da una parte di aderire a responsabilità e com­piti tradizionali (autorevolezza, prote­zione, sostentamento, attività ludiche classicamente «maschili», ecc.), dall'al­tra di non essere troppo autoritario ed al contempo di non cadere in un rapporto coi figli di tipo amicale. Per i «nuovi pa­dri» le difficoltà constano soprattutto nel­la necessità di dover concretizzare un ruo­lo educativo ed un ruolo maschile in equi­librio fra opzioni e richieste differenti e, non di rado, opposte ed inconciliabili tra loro. Gli si chiede per esempio di realiz­zare una sintesi fra gli antitetici ruoli au­toritario-amicale, paterno-materno, ma­scolino/forte - femminile/accomodan­te, severo/risoluto - dolce/flessibile, di­staccato-affettuoso. In molte madri, mal­grado i profondi cambiamenti, resta co­munque radicato il sentimento che i figli siano una loro proprietà, un territorio di competenza esclusiva.


Da questo che appare come una mesco­lanza di elementi al contempo tradizio­nali e non, classici e «post-moderni», au­toritari ed anti-autoritari , pre- e post­sessantottini, dai contorni alle volte ni­tidi ed alle volte ambigui, emerge la figu­ra di un padre che si vuole più presente, più coinvolto nell'educazione e nell'ac­cudimento dei figli, ma allo stesso tempo più «debole», meno autoritario e, nel ca­so la partner smetta di amarlo e chieda la separazione, allontanabile dal nucleo familiare, cancellabile e perfino sostitui­bile da altre figure maschili: dopo aver­lo chiamato ad un maggior coinvolgi­mento e, dopo una specie di femmini­lizzazione del suo ruolo genitoriale, fi­nanche padre intercambiabile. Cultura, società, movimenti e lobby femministe, con una mano paiono voler invitare i pa­dri ad assumere ruoli, atteggiamenti, compiti, antitetici e per certi aspetti fem­minilizzati; con l'altra, con il sostegno of­ferto dall'attuale sistema socio-giuridi­co, paiono volerli dissuadere a lottare nei tribunali per l'affidamento dei figli, an­che se nella misura del 50-50, in quanto battaglia perduta in partenza. La legge in questi casi, non è uguale per tutti: con la madre che si separa è infatti «più ugua­le». Il padre è decisamente sfavorito, squa­lificato, sia come compagno, sia come ge­nitore. Dal momento della separazio­ne, la madre è eletta a genitore affidata­rio, genitore di serie A, il padre, moder­no o tradizionale, coinvolto o non coin­volto nell'accudimento e nell'educazio­ne dei figli, anche se amatissimo dai fi­gli e da sempre ineccepibile, è automa­ticamente declassato a genitore non af­fidatario, dunque di serie B. Dopo aver­gli chiesto (preteso?) di fare i salti morta­li per conciliare ruoli finanche inconci­liabili, d'essere più presente ed attivo in famiglia, gli si ripete ed ordina: è per il bene dei tuoi figli, togliti di mezzo e pa­ga gli alimenti! L'affidamento monoge­nitoriale alle madri, accompagnato dal­l'automatico allontanamento dei padri dalla vita dei figli, e dei figli da quella dei padri (!), pare fabbricato apposta per in­fliggere sofferenze altrimenti evitabili, per alimentare frustrazioni e, tanto nei figli quanto nei padri, un profondo sen­timento d'impotenza.


Quanto sono consapevoli le donne-ma­dri dell'enorme importanza, anche per l'intera comunità e per il futuro della na­zione, del ruolo paterno nella crescita e nello sviluppo del bambino? Quante don­ne, al di là della legge, della giurispru­denza che regola i casi di separazione e divorzio, dei diritti loro garantiti (anche senza alcuna contropartita in doveri), spingono in direzione di rapporti dei fi­gli con il padre, solidi e continuativi? Quante invece, con il puntello offerto dal­le leggi attuali, non si servono dei figli per ricattare, minacciare ed impoverire il pa­dre - ex partner? Quante di loro hanno deciso, chiedendo la separazione, spac­cando la famiglia in due, di voler condur­re una vita del tutto indipendente anche se non dal punto di vista economico? Se una donna non fosse sicura, con la sepa­razione, di ricevere l'affidamento dei fi­gli, la casa, se non fosse certa di ottenere contributi alimentari per sé e per i figli, se avesse dinanzi alla legge un 50% di pro­babilità e non fosse certa di nulla, ricor­rerebbe ancora, come fa invece oggi, al­la separazione? L'80% delle separazioni è voluto dalle donne e non dagli uomini. Se gli alimenti fossero stabiliti esclusiva­mente nei casi di vera necessità (come quelli nei quali il genitore beneficiario per motivi di salute o di età non fosse in grado di svolgere un'attività lucrativa) e in ogni caso per un periodo non superio­re ad un anno, non cesserebbero automa­ticamente di rappresentare una sorta di rendita pensionistica e pure allettante? Una tale modifica significherebbe che chi riceve i contributi alimentari, per render­si indipendente anche dal profilo econo­mico, avrebbe a disposizione ben un an­no di tempo per trovare un'adeguata fon­te di sostentamento. Se invece una don­na, come avviene a tutt'oggi, è certa che questi denari entreranno automatica­mente nelle sue tasche, per anni, perfi­no vita natural durante, che incentivo potrà mai avere a cercarsi un'adeguata fonte di sostentamento?


Nel 2007, il cardinale Angelo Bagnasco, a proposito dei «Patti civili di solidarie­tà» (un contratto firmato in tribunale, meno convenzionale e più snello del ma­trimonio che, dal 1999, è previsto dalla legge francese) aveva ribadito: «Di que­sta legge non c'è bisogno. Non c'è una ra­gione evidente, secondo me, perché due persone che decidono di vivere insieme, prima rifiutino l'istituto giuridico del ma­trimonio, ma poi di quell'istituto preten­dono le protezioni e i diritti». Ma non è quel che si sta permettendo con l'attua­le giurisprudenza? Consentire cioè ad una madre di rifiutare in qualunque mo­mento il matrimonio, ma poi da quel­l'istituto dargli modo di pretendere pro­tezioni e diritti? Uno dei doveri della leg­ge e della politica, non dovrebbe essere il tempestivo adeguamento ai mutamen­ti sociali? Per quali motivi la nostra giu­risprudenza sulla separazione e sul di­vorzio, la politica ed il diritto di famiglia, faticano tanto a recepire il manifestarsi di questa nuova generazione di uomi­ni, padri, e innanzitutto «nuove madri»?


* educatore SUPSI



Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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