Dal papà, per legge
Il volo di due ragazzi verso la Macedonia e un affido combattuto
Tra l’applicazione delle leggi di uno Stato di diritto e la dimensione del vissuto e della sofferenza umani può starci... un volo. Il volo che ieri ha riportato in Macedonia dal loro padre, e contro la loro volontà, due fratellini. Lui poco più che dodicenne, lei di appena 5 anni.
Quel volo è l’epilogo di una complessa, ma soprattutto dolorosa, vicenda familiare. Nata laggiù, nel paese balcanico, ma consumatasi in buona parte qui, sul suolo ticinese. Padre e madre dei ragazzi si sono conosciuti in Macedonia e là, senza sposarsi, li hanno concepiti. Mentre queste piccole vite crescevano, quelle già adulte dei loro genitori si ingarbugliavano. In un viluppo di incomprensioni segnato anche da episodi forti. Al punto che, a un certo punto, la madre decide di lasciare le mura domestiche portandosi con sé i due figlioletti. Un ‘esodo’ che porta i tre, circa un anno e mezzo fa, a un ricongiungimento con membri della famiglia da parte di madre qui nel Luganese. La mamma ottiene il permesso di soggiorno e il figlio maggiore inizia a frequentare le nostre scuole.
Senonché dalla Macedonia il padre naturale, cui era stato riconosciuto un affido congiunto dei figli, avvia una causa per riaverli. Diritto che il Tribunale di Tetovo, senza comunque poter sentire madre e bambini, gli riconosce con decisione provvisoria. Reperiti mamma e figli da noi, il padre viene per riprenderseli. Ed è subito scontro (anche fisico, le cronache recenti ne hanno parlato) con i parenti. Intanto la rivendicazione paterna ha seguito pure le vie giuridiche. Sulla base di una convenzione tra Svizzera e Macedonia la sentenza del Tribunale di Tetovo (peraltro sub judice) è in cerca di esecutività da noi. In prima istanza l’Autorità di vigilanza in materia di tutela sostiene le ragioni della madre (e dei figli che non vogliono tornare dal padre). Sentenza però ribaltata in sede di Tribunale d’appello. Senza assistenza giuridica la mamma adisce allora il Tribunale federale, che giudica irricevibile il suo ricorso in quanto giunto fuori dai termini utili (anche se di fatto era giunto entro i termini erroneamente indicati dalla Corte ticinese). Insomma: i due figli devono lasciare il Ticino per raggiungere il padre in Macedonia.
A questo punto entra in scena la nuova rappresentante legale della madre, l’avvocatessa Paola Masoni, che si rivolge direttamente alla Commissione europea dei diritti dell’uomo (Cedu) chiedendo la sospensione dell’esecuzione della misura di rimpatrio dei due bambini e contestualmente l’annullamento della decisione presa.
Sicura che comunque le autorità, prima di procedere all’esecuzione della decisione, la informeranno, la madre lascia che i figli continuino a frequentare le scuole. Senonché ieri mattina, mentre la mamma veniva portata in Polizia a Lugano, agenti della Cantonale hanno prelevato la bimba dall’asilo e il ragazzo alle medie, per caricarli poi, senza nemmeno poter salutare la mamma, su di un aereo ad Agno da dove, in compagnia del padre, sono tornati in Macedonia.
Immediata la reazione della controparte. Con una conferenza stampa organizzata d’urgenza l’avvocatessa Paola Masoni ha illustrato ai giornalisti i contorni della vicenda lamentando in particolare le modalità con cui si è giunti a questo epilogo. In una missiva subito inviata alle autorità (al consigliere di Stato Luigi Pedrazzini, alla Sezione enti locali, alla Divisione della Giustizia, all’Ufficio federale di giustizia e alla Cedu), l’avvocatessa Masoni, lanciando un accorato appello a favore di madre e figli, denuncia il fatto che l’esecuzione sia avvenuta senza alcun preavviso e senza adeguata preparazione, in un contesto in cui erano state invece fornite rassicurazioni sul fatto che si stesse cercando « una soluzione che tenesse conto della posizione di rifiuto al trasferimento dei minori interessati ». In replica, nel pomeriggio la Direzione del Dipartimento delle istituzioni ha a sua volta ripercorso la vicenda, sottolineando come l’operazione di ieri mattina sia stata « condotta in stretta collaborazione fra l’Autorità di vigilanza sulle tutele, il servizio di aiuto alle vittime e la Polizia cantonale ». Per « garantire un costante riguardo ai ragazzi » sono stati coinvolti « specialisti nella preparazione e nell’accompagnamento in patria » (ci risulta che sul volo di ieri vi fosse anche il delegato all’aiuto alle vittime Roberto Sandrinelli). E oltre a ciò « i competenti servizi del Dipartimento delle istituzioni hanno tenuto costantemente informata l’autorità federale e richiesto che all’arrivo dei ragazzi in patria fossero presenti i servizi sociali e i rappresentanti dell’Ambasciata svizzera ».
Intanto però, sulle polveri di un percorso familiare e giudiziario pieno di inciampi, resta il pianto disperato di una madre (cui abbiamo assistito ieri) e resta (questo possiamo solo immaginarlo) lo sgomento di due giovani sguardi affacciati su un mondo di incomprensibile dolore. DF
(La Regione 19.10.2007)
Figli contesi rimpatriati
Due bambini restituiti al padre in Macedonia
I due fratelli, di 13 e 5 anni, prelevati ieri mattina a scuola ad Agno e imbarcati su un volo speciale. La madre: «rapiti» dalle autorità. Il Dipartimento: seguite le procedure per il bene dei bambini
Un conflitto famigliare, l’intervento dei tribunali, la burocrazia. E come spesso accade in queste situazioni, ad andarci di mezzo sono dei bambini.
In questo caso due fratelli di nazionalità serba e macedone, un ragazzino di 13 e una bimba di 5 anni, prelevati ieri mattina dalla polizia e nelle rispettive scuole ad Agno e messi su un volo speciale per la Macedonia per raggiungere il padre cui un giudice locale aveva affidato la custodia. Nel frattempo la madre, che era all’insaputa dell’operazione, era stata portata nella sede della Polcantonale a Lugano, in via Bossi, dove è rimasta per qualche ora.
L’avvocato della donna, Paola Masoni, contesta le modalità dell’intervento nei modi e nei tempi. In particolare il fatto che il bambino avesse espresso più volte – anche nei colloqui con uno psicologo – il suo desiderio di rimanere in Ticino con la madre e che ai bimbi non sia stato concesso nemmeno di salutarla. Ricorda inoltre che contro la decisione di rimpatrio è pendente un ricorso alla Commissione europea dei diritti dell’uomo, come pure si contesta presso le autorità macedoni l’affidamento al padre, un pregiudicato espulso dall’ Italia. Il legale ha aggiunto che non esiste alcun ordine scritto dell’esecuzione e che in precedenza era stato assicurato che non si sarebbe proceduto a un rimpatrio coatto.
«In pratica sono proprio le autorità che hanno «rapito» i miei figli – ha detto tra le lacrime la madre, Violeta Gajtani, davanti alla sede della polizia: «Stavamo cercando di trovare un accordo per l’affidamento, così non si fa: non si può «giocare» così con dei bambini ».
Il Dipartimento delle istituzioni replica che sono state rispettate tutte le procedure, obbedendo alla sentenza del Tribunale d’appello che affidava i bimbi al padre, e che i piccoli sono stati assistiti da specialisti sia prima che durante il viaggio e all’arrivo. Il direttore della Divisione interni, Guido Santini, ha ricordato che un tentativo di conciliazione avvenuto poco tempo fa tra i genitori era finito con un’ennesima lite in cui il padre era stato picchiato dai famigliari della donna. E il consigliere di Stato Luigi Pedrazzini ha aggiunto che «attendere ancora avrebbe peggiorato proprio la situazione dei bambini».
I bambini erano stati portati in Svizzera dalla madre – di origine kosovara e che ha famiglia in Ticino – un anno e mezzo fa contro la volontà del padre, che si era rivolto alle autorità locali ottenendo di riavere i figli. In prima istanza l’ Autorità di vigilanza ticinese non aveva dato seguito alla richiesta, concessa invece dal Tribunale d’appello. Un ricorso della madre al Tribunale federale era stato dichiarato irricevibile in quanto giunto oltre i 10 giorni del termine concesso. red
CONTRARIA L’avvocato Paola Masoni ha cercato invano di impedire il rimpatrio coatto dei due bambini.
(Corriere del Ticino, 19.10.2007)


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