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dal corrispondente Silvano De Pietro
Zurigo – I minimi salariali e la perdita del potere d’acquisto sono tra
le maggiori preoccupazioni dei sindacati europei. Su tutto il
continente si è infatti innescata, secondo le organizzazioni dei
lavoratori, una doppia spirale contrapposta: mentre salari e potere
d’acquisto, complice la crescente precarizzazione del lavoro,
continuano a calare, i profitti delle imprese non cessano di salire. Il
conseguente aumento delle disparità diventa però una preoccupazione
minore rispetto all’enorme rischio di recessione che questa spirale fa
correre all’intera economia europea. Pertanto, garanzia dei minimi
salariali e mantenimento del potere d’acquisto diventano sempre più
strumento di politica economica.
Due giorni dopo il lancio della
nuova campagna dell’Unione sindacale svizzera per dei minimi salariali
dignitosi, il sindacato Unia, insieme con la Confederazione europea
dei sindacati ( Ces) e con la centrale dei sindacati tedeschi (Dgb), ha
tenuto ieri un seminario di riflessione e di confronto sulla
situazione salariale e contrattuale in Europa e in Svizzera. Ne è
uscito un quadro piuttosto allarmante di come stanno cambiando le
condizioni salariali e contrattuali
in Europa. Da anni il potere d’acquisto ristagna. E mentre dal 1997 al
2007 la quota del profitto è cresciuta di oltre tre punti percentuali
sul prodotto interno lordo (Pil) dell’Ue, la massa dei salari è scesa
nella misura del 4,36 per cento. Walter Cerfeda, segretario della Ces,
ha attribuito a questo fenomeno una duplice spiegazione. Da un lato
aumentano le rendite finanziarie e s’investe sempre meno nella ricerca
e nell’innovazione. Questo fa dell’Europa il vagone più lento del
convoglio dell’economia mondiale, con una crescita più bassa di quella
dell’India e del Giappone. Dall’altro lato, cresce la tendenza alla
precarizzazione del mercato del lavoro: nel 2002 i lavoratori nell’Ue
con contratti a tempo determinato o parziale erano 63 milioni; nel
2007 erano diventati 108 milioni. Un deterioramento generalizzato del
mercato del lavoro, dove ci sono sempre più lavoratori interinali,
lavoratori in nero e falsi lavoratori dipendenti.
Questa situazione ha pesanti conseguenze salariali: 30 milioni di
“working poor” ( lavoratori poveri) guadagnano salari che sono appena
il 30-40 per cento della media degli stipendi nei paesi dell’Ue.
«È un dumping sociale infinito che spinge verso salari di povertà»,
è l’amara constatazione del sindacalista.
Per reagire, la Ces e molti sindacati
nazionali hanno avviato campagne per ottenere per legge e far
rispettare i minimi salariali. Questi ci sono solo in 20 paesi sui 27
dell’Ue, anche se nel frattempo l’Austria ha introdotto il salario
minimo di mille euro e in Germania il Dgb sta cercando di ottenere il
salario minimo garantito di 7.50 euro all’ora. Ma non è facile. In
Italia, per esempio, esiste un salario minimo formale ( contrattuale),
ed esiste un salario minimo effettivo, che è quello determinato dal
lavoro nero.
Questi sforzi però non bastano. Il quadro è complicato dalla politica
della Banca centrale europea (Bce), che per timore dell’inflazione
tende a frenare la dinamica salariale. Ma se si pensa che l’80 per
cento del Pil dell’Ue dipende dalla domanda interna, si capisce quanto
peso abbia la questione salariale sull’economia dell’intero
continente. Ed i sindacati europei vogliono evitare che il blocco dei
salari diventi un forte rischio per l’economia. Perciò, a coronamento
delle campagne nazionali per i minimi salariali, hanno già in programma
per l’autunno una grande conferenza nella quale cercheranno il
confronto con il commissario europeo per gli affari economici e
monetari, Joaquín Almunia, e con il presidente della Bce, Jean-Claude
Trichet.
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