|
di Ronny Bianchi
Una recente puntata di ‘ Falò' di fine novembre ha
trattato il tema della povertà in Ticino. L'argomento è conosciuto ma
merita di non essere dimenticato. Secondo i dati elencati, durante il
documentario, dal direttore della Divisione dell'azione sociale ci
sarebbero in Ticino 50 mila persone che vivono al di sotto del
salario minimo; 30 mila di questi sono registrati presso le varie
istanze e quindi possono godere degli aiuti pubblici mentre 20 mila non
sarebbero registrati e quindi particolarmente sfavoriti. 50 mila
persone povere corrispondono a oltre il 15 per cento della
popolazione. Secondo lo studio presentato il 12 dicembre dall'Ufficio
federale di statistica ( Indicateur de pauvreté pour la compensation
des charges au titre des facteurs sociodémographiques dans le cadre de
la RPT) il tasso di povertà in Ticino sarebbe del 9 per cento il terzo
per importanza tra i cantoni svizzeri. Questo tasso corrisponde grosso
modo ai 30 mila registrati. Infatti, i dati dell'Ufs non considerano,
evidentemente, coloro che non beneficiano degli aiuti pubblici.
Se a questi dati aggiungiamo che ci sono circa 100 mila individui -
cioè il 30 per cento della popolazione - che deve ricorrere agli aiuti
statali per far fronte ai premi dell'assicurazione malattia, la
situazione diventa preoccupante.
Vale la pena di partire da
quest'ultimo dato. È chiaro che l'elevato livello dei premi ticinesi
fa aumentare il numero dei casi a beneficio degli aiuti ( con parametri
di attribuzione ormai in media con quelli nazionali). È però
altrettanto chiaro che i salari in Ticino sono tra i più bassi del
paese e questo spiega l'altra faccia del problema. In questo caso lo
Stato deve intervenire a compensare i redditi bassi, compensi che si
traducono, di fatto, in aiuti indiretti alle imprese.
Ma a
impressionare sono i 50 mila poveri. È chiaro che un povero in Ticino è
diverso da un povero in Somalia. Ma povertà è povertà. È umiliazione,
emarginazione, depressione e questo in un paese tra i più ricchi al
mondo.
Normalmente
quando si trattano questi temi si controbatte con il fatto che molte
persone, ad esempio, in invalidità sono fasulli o che chi non ha un
lavoro è perché non ha voglia di lavorare. Ammettiamo pure che ci
possano essere casi del genere, ma essi rappresentano tutt'al più una
piccola minoranza.
È invece il fatto che il numero dei poveri sia
in progressivo aumento a preoccupare anche perché ha un duplice
significato: si tratta di lavoratori espulsi dal mercato perché non
più produttivi ( messi in invalidità magari su " consiglio"
dell'impresa) o perché con una formazione insufficiente, ma
soprattutto significa un aumento della spesa sociale a carico dello
Stato come dimostrato da Christian Marazzi, Spartaco Greppi e Emiliano
Soldini nel loro lavoro " Nuovi bisogni, nuovo welfare".
Ma,
attenzione, le persone in invalidità sicuramente non rientrano - o
solo in minima parte - tra i cinquantamila poveri che sono spesso ai
margini del sistema assistenziale cantonale. Si tratta invece di
famiglie monoparentali, disoccupati che hanno terminato il periodo di
indennità, individui che hanno forse commesso errori ( come emerge dal
filmato) nella gestione delle loro risorse. Non dimentichiamo poi il
crescente indebitamento delle famiglie che spesso, per far fronte alle
necessità quotidiane, devono contrarre debiti, favorite anche dal
sistema che stimola all'indebitamento con vari strumenti.
Ma com'è stato possibile arrivare a una situazione del genere?
La risposta è relativamente evidente: si tratta di un processo
trentennale di ridistribuzione della ricchezza verso l'alto che ha
colpito la maggior parte dei paesi industrializzati seppure a livelli
diversi.
Sono processi che abbiamo già avuto modo di sottolineare
a diverse riprese: riforme fiscali che hanno in realtà favorito i
redditi elevati, liberalizzazioni del mercato che hanno tolto allo
Stato il suo necessario ruolo di controllo delle dinamiche di crescita
economica, sottrazione di mezzi finanziari alle amministrazioni
pubbliche.
Evidentemente molti non sono d'accordo con questa
lettura, tuttavia oggi disponiamo di studi e analisi serie ( si veda
per tutti: Croissance et inegalité, Ocde, 2008) che dimostrano come la
distribuzione del reddito sia peggiorata negli ultimi decenni e come il
tasso di povertà sia in aumento.
Questo non è solo un problema
politico, ma anche economico perché maggiori sono gli " emarginati" dal
sistema, maggiori saranno i costi per l'intera comunità. E la sola
strategia percorribile - anche se molto difficile - è quella di
rilanciare la crescita attraverso un sostegno intelligente ed efficace
della domanda.
Operazione non facile in questo periodo di crisi,
ma proprio perché la crisi è profonda esistono le premesse per puntare
su un nuovo modello, abbandonando definitivamente le chimere del
passato.
|
Comments