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Stesso giudice, stessa vicenda
giudiziaria, ma sentenza riveduta e corretta. Al ribasso.
Si è concluso
con pene miti, ieri, il ‘processo bis' (in corso da mercoledì) per reati
patrimoniali a carico di due imprenditori milanesi, padre di 70 anni e figlio
di 44, che, condannati in contumacia lo scorso aprile a 3 anni e a 18 mesi con
la condizionale, hanno ottenuto il rifacimento del dibattimento richiedendo
quello che in termini giuridici viene definito ‘lo spurgo' e presentandosi così
al cospetto
della Corte.
Il nuovo giudizio, formulato dalla giudice Agnese
BalestraBianchi, ha visto cadere l'imputazione più grave: la truffa. In
estrema sintesi la vicenda vede vittima l'ex amica e convivente facoltosa del
70enne, la quale decise di farsi aiutare per dirottare in banche luganesi
(perlopiù in ‘nero') enormi somme - alcuni milioni di franchi - ereditate dal
marito. Ebbene, ieri la Corte ha stabilito come l'anziano abbia effettivamente
abusato delle diverse procure bancarie, prelevando dai conti di cui era titolare la
donna. Ma questo in virtù di un accordo scritto tra le parti che la giudice ha
ritenuto autentico. Niente truffa, dunque, ma comunque appropriazione indebita
ripetuta e amministrazione infedele qualificata. Reati, questi, che hanno
portato la presidente della Corte delle assise correzionali di Lugano a
quantificare in 18 mesi posti al beneficio della sospensione condizionale la
pena a carico del 70enne, il quale ieri non si è presentato alla lettura della
sentenza,
aspetto biasimato dalla giudice. Pena pecuniaria di 60'000 franchi sospesi con
la condizionale, invece, per il figlio riconosciuto colpevole ‘unicamente' di
un episodio di appropriazione indebita per un importo di 800'000 franchi. Nella
nuova e più mite pena la Corte ha tenuto conto dell'avvenuto risarcimento della
vittima avvenuto in sede civile, del lungo tempo trascorso e in parte della
violazione del principio di celerità processuale (il caso risale infatti al
periodo '93-'97). G.G.
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