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Ricetta dell'ex pp Marco Bertoli: magistrati da selezionare con criteri manageriali

Da: www.caffe.ch, 21.12.08

La ricetta dell'ex procuratore pubblico Marco Bertoli

Magistrati da selezionare
con criteri manageriali


Marco Bertoli 

Che la Magistratura soffra di qualche  disfunzione e necessiti di una riorganizzazione, anche in vista dell'introduzione del nuovo codice penale, trova tutti concordi. Ma i pareri divergono sulla  ricetta, in un dibattito che si è infuocato dopo il caso Yaser Ravi, l'avvocato e deputato ppd, arrestato e scarcerato 24 ore dopo. Vista da ex magistrati e penalisti interpellati dal Caffè, la cura proposta dal ministro della giustizia Pedrazzini - che propone di rafforzare il ruolo del Procuratore generale - è "una soluzione burocratica", che non incide sul problema principale che è "di persone e capacità": questa la posizione di chi chiede nuovi criteri di selezione e nomina dei magistrati. In questo dibattito si inserisce l'ex procuratore pubblico Bertoli che suggerisce di valutare oltre alle conoscenze giuridiche anche i tratti della personalità di chi deve lavorare sotto stress, prendere decisioni delicate... ad esempio con test attitudinali. Una nuova proposta dopo l'annuncio in parlamento di verifiche sul ministero pubblico da parte della sua autorità di vigilanza.

Il detto di virgiliana memoria non appaia espressione d'immodestia. Nulla a che vedere con esperti di moderna accezione ma, letteralmente, di fiducia in coloro che ci son passati. "Experto credite", ovvero credete a chi ha provato. A deporre della nostra modestia il fatto che come La Rochefouchauld appena ci permettiamo dare un consiglio, ma non possediamo il giudizio per trarne profitto. 

Da tempo leggiamo con malcelato distacco dell'asserito malcontento per l'operato della magistratura, quella inquirente e requirente in primis. Si legge che per taluno l'errore stia nel manico: scelte inappropriate. A volo d'uccello le doglianze ricorrenti: si giudica la commissione di esperti, il che è paradossale in sé; si snaturano le indicazioni dello stesso gremio; prevale la politicizzazione; il colore delle sedie emana da nominati della precedente area d'influenza politica; e di tutto e di più.

Non intendiamo disaminare le censure che, già per il fatto di essere mosse, rappresentano l'espressione di rilievi di situazioni avveratesi. Sarebbe sterile concentrarsi sui singoli casi e sulle singole nomine. Il problema comunque rimane. Ed è a monte.

Premettiamo che a nostro avviso la pluralità di rappresentanza delle idee politiche deve essere mantenuta. Il corpo dei procuratori pubblici è l'emanazione della nostra società e questa è composta da persone con pensieri, idee, sentimenti e sensibilità diverse. Ognuna meritevole. 

Giusto quindi che la chiave di riparto politico rimanga. È il minore dei mali, come la democrazia in sé. La politica giudiziaria, in altre parole quel meccanismo di consenso che al di là dei reati secolari, comunque e sempre da perseguirsi con la massima precisione, detta il focus dell'azione preventiva e repressiva in un determinato momento storico, è una necessità che tanto più va stabilita quanto più corta è la coperta. Tutto non si può fare, cosa fare prima o con maggior attenzione?

Il tempo ed il luogo sociale dettano le priorità e queste priorità devono essere la summa dei vari sentimenti, anche ideologici, che permeano la nostra società. Se ciascun procuratore ha come tutti la sua sensibilità, è un bene che sia la sintesi dei vari pensieri a generare su quale tipologia di reato muovere in un dato momento. La politica giudiziaria è un freno a ortodosse campagne moralizzatrici o inaccettabili lassismi su altri fronti. La pluralità di appartenenza ad aree politiche assicura un gremio composito da cui discenda una politica giudiziaria non avulsa dalla realtà ma attenta all'evolversi della società ed ai suoi endemici pericoli. 

E non si abbia timore che da tale appartenenza di pensiero di un determinato magistrato ne possa discendere favoritismo alcuno: intanto non è immaginabile che un procuratore non abbia idee politiche, secondariamente i diritti delle parti in causa, difesa, parte civile, autorità superiore, sono tali da impedire simili pericoli. Accadesse il contrario non sarebbe per colpa del magistrato, ma semmai per una, colpevole o colposa, inerzia degli altri protagonisti dell'azione penale.

Detto dell'opportunità di mantenere un assetto politicamente equo delle cariche, va rilevato, perché talvolta non sembra così ovvio a tutti, che questo aspetto è secondario al fatto che i nominati abbiano le caratteristiche per far fronte al loro compito. In altri termini: bene la chiave politica, ma soltanto a parità di qualità.

È questo il punto centrale. 

Era un tempo in cui erano i partiti al loro interno a promuovere l'uno o l'altra candidatura. Chi con più o meno corposo comitato "cerca", chi con altre chiavi di lettura. Si è pensato, alla fine degli anni novanta, che tale modo non dava i frutti sperati. Obiettivo dichiarato, tra altri, era la spoliticizzazione della magistratura. E ciò sebbene nel pregresso non si riscontravano episodi di politicizzazione che gridavano vendetta al cielo.

La commissione di esperti sembrava la panacea di tutti i mali. Si prevedeva: l'esperto ha visto, il candidato è idoneo, la carica è ben coperta. Scelte successive, che il Gran consiglio e non la commissione ha preso, sembrano non confermare detta previsione. 

Con il sistema attuale tertium non datur: o la Commissione o il Gran consiglio hanno fallato.

Si potrebbe discutere all'infinito e con poco o nullo costrutto a sapere se la commissione ha valutato bene o meno, se il membro Tizio della commissione stessa sia più o meno esperto di Caio, o se sia amico di Sempronio. Ci si scorda però che la commissione non esamina i candidati. Questi sono laureati e, spesso, brevettati avvocati. All'eccesso si potrebbe affermare che già per quello sono idonei. Tecnicamente lo sono. Ma allora la commissione cosa esamina? Non la fede politica, che ci pensa semmai il Gran consiglio. Non le qualità precipue in ambito penale, poiché allora occorrerebbe un esame specifico, qualche caso concreto, qualche prova sul campo. Crediamo che la commissione debba valutare le caratteristiche personali di un candidato. Tra queste, per determinarne l'idoneità non possiamo tralasciare: il suo carattere, la sua sopportazione allo stress, il suo decisionismo, la sua capacità di delegare ai e condurre i collaboratori, assistenti, poliziotti, o sostituti che siano. La gestione dei rapporti con le parti, giudici, difensori, stampa. Compito arduo quello della commissione. Arduo ma non impossibile. 

Ma allora, ci si chiede, l'errore sta nella commissione, nella sua composizione, o nel Gran Consiglio? Fosse in quest'ultimo il difetto, è immaginabile di vincolarlo nelle ratifiche alle valutazioni, leggasi alle priorità di idoneità, indicate dalla Commissione? Bestemmia: si aprirebbero le cataratte del cielo sulla separazione dei poteri, sulla supremazia del sovrano, e levate di scudi su chi rappresenti il sovrano, insomma un circolo vizioso ove ciascuno argomenterebbe con insindacabili e fondate teorie. E si sa quanto le teorie possano apparire come soluzioni nella fase di gestazione, per poi rivelarsi per quel che sono: teorie appunto. Difficilmente applicabile soprattutto quando ne va della scelta di una persona, nel preventivamente valutare l'idoneità di un uomo o una donna chiamati ad affrontare situazioni di estrema tensione ed intensità.

Ma allora forse il problema non risiede nel dilemma commissione sì o no, o su chi ve ne debba far parte, o sul vincolo del Gran consiglio alle valutazioni della stessa, ma nel metodo.

In fondo si tratta solo, e non poco, di sondare preventivamente le suddette caratteristiche di un candidato. Chi non conosce persone di competenza tecnica eccelsa che, però, non sanno decidere; chi non conosce geni che non sanno prendere il tram, chi non conosce persone buonissime d'indole che diventano furiose se sotto stress, chi non conosce accentratori che non sanno delegare, caricandosi di compiti che poi non riescono a gestire al meglio, insomma il mondo è pieno di persone validissime in un ruolo e poco indicate per un'altra funzione.

Quindi ripetiamo che il compito è sì arduo, ma non impossibile.  

Prova ne sia che nel privato, e non solo in grandi organizzazioni, simili aspetti del carattere di candidati sono regolarmente valutati. Basta avere un profilo ideale cui rapportare l'esito di un esame attitudinale, va di moda il termine assessment, e porre le domande, i compiti, gli esercizi opportuni per svelare tali caratteristiche. I membri di direzione di istituti bancari vengono valutati in tal modo. Chi proviene dall'esterno poi è valutato nelle sue caratteristiche personali molto più che nelle sue conoscenze tecniche. Sorprese ve ne sono sempre, perché già il sommo sapeva che del diman non v'è certezza, ma i tratti personali di una persona possono essere ben enucleati a priori. Il rischio di sbagliarsi è contenuto.

E la valutazione sarebbe oggettiva e slegata da dinamiche che, lungi da noi riferirci a casi concreti, possono comunque apparire, a seconda di colui che intendesse dolersi della mancata od effettuata nomina, marcate da campanilismo o proselitismo. 

Ma allora se questo è il nocciolo del problema che lo si affronti trasparentemente e ci si doti degli strumenti per risolverlo. Esistono numerosi metodi di valutazione di tali tratti caratteriali. I costi sono contenuti. Qualche migliaio di franchi per la valutazione approfondita della personalità di un candidato che ricoprirà cariche d'interesse pubblico elevatissimo, con responsabilità e potere imponenti, può pur essere messo in conto. Basti raffrontare i costi collaterali in caso di valutazione sbagliata secondo metodi che, nessuno ce ne voglia, di scientifico hanno ben poco.

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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