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L'imprenditore con uffici a Lugano parla della sua dura esperienza. Ha chiesto alla Giustizia di risarcirlo
Diciotto giorni di carcere, trascorsi ancora nelle vecchie Pretoriali, precisamente a Mendrisio,
accusato di pesanti reati di natura finanziaria. Una detenzione dura,
isolato dal resto del mondo. Poi la libertà provvisoria, l'inchiesta,
gli amici (alcuni) che prendono le distanze, così come altri
conoscenti (ed istituti di credito) con i quali si erano tenuti sino
ad allora stretti contatti di
lavoro. Un mondo che rischia di crollare. Infine, quest'anno, il
processo conclusosi con l'assoluzione ed il riconoscimento, da parte
del Tribunale penale federale di Bellinzona, di non aver compiuto
alcun reato. Questa è la storia di
Daniel Haesler,
48 anni, imprenditore con uffici a Lugano, finito in carcere quando
scoppiò lo scandalo sul giro di tangenti legate ad alcuni immobili di
proprietà della SUVA. Lui è uno dei tre imputati minori prosciolti, a
differenza degli accusati che rivestirono un ruolo importante nella
vicenda, tutti condannati.
Ricorso a Losanna
Adesso
ha deciso, assistito dal suo legale, avvocato Roberto Rulli, di
chiedere un risarcimento alla Giustizia. Per questo motivo è stata
inoltrata al Tribunale federale di Losanna una domanda per vedere
riconosciuti il torto morale e il pagamento delle spese legali
sostenute nella lunga causa:il tutto quantificato in 140 mila
franchi. «Somma quest'ultima, che non rappresenta certamente i danni
che ho subito» sottolinea l'imprenditore. «Questa vicenda mi ha portato
sull'orlo della bancarotta. E dietro di me vi erano tutti i miei
collaboratori, che lavoravano con me in ufficio ed i dipendenti delle
ditte che collaboravano con me alla realizzazione di immobili nel
Cantone».
Tutto iniziò un pomeriggio
Non è semplice per Daniel Haesler tornare indietro nel tempo, a
quella mattina del 12 settembre 2005 quando nel suo ufficio arrivarono
alcuni agenti che gli chiesero gentilmente di seguirlo in Procura
perché avevano bisogno di alcune spiegazioni. Lui li seguì
tranquillamente:non sapeva che da quel momento sarebbe entrato in un
incubo, terminato solo tre anni dopo. «Da quel momento sono sparito
dalla faccia della terra. Non sapevo più che cosa succedeva intorno a
me».
Le regole della Giustizia
L'imprenditore
luganese era finito nelle maglie della Giustizia, che ha le sue
regole, rigide e severe, che mettono a dura prova tutti coloro che
finiscono in carcere. La magistratura stava lavorando su un caso
complesso:vi erano varie posizioni che dovevano essere definite. Era
quindi necessario che l'inchiesta procedesse come tutte le altre,
evitando il pericolo di collusioni. Quando si finisce in carcere
cessano i rapporti normali e quotidiani con il mondo esterno, con i
propri famigliari. A volte il ruolo dei congiunti lo assume il
difensore, unica cerniera di contatto con l'esterno. Una doccia alla
settimana, una compagnia (un altro detenuto, magari violento, nella
cella). Il catenaccio che si apre e si chiude: le umilianti pratiche
per i trasferimenti nei cellulari, le attese nei sotterranei al
palazzo di giustizia aspettando di essere
chiamati nell'ufficio del procuratore pubblico. Con l'arrivo del
carcere giudiziario della Farera e la chiusura delle vecchie ed
inadeguate celle pretoriali buona parte di queste traumatizzanti
esperienze sono ora risparmiate a coloro che finiscono in carcere. «Lo
sapete quanto è durato il mio primo interrogatorio? - spiega il nostro
interlocutore - undici ore, ma io avrò parlato per un'ora. In
quell'ufficio continuava a suonare il telefono, il magistrato che mi
stava di fronte usciva e rientrava perché probabilmente era impegnato
su altri fronti». Intanto l'imprenditore non sapeva che cosa fosse
realmente successo. Cercava di dare le sue spiegazioni, ripeteva di
aver svolto con impegno e correttezza i suoi compiti. Raccontava di
aver effettuato le perizie immobiliari che gli erano state richieste
seguendo le informazioni fornitegli
dal committente.
Infine la scarcerazione
Quando
Daniel Haesler uscì dal carcere probabilmente non credeva ai suoi
occhi ed alle sue orecchie. Il mondo che aveva lasciato tre settimane
prima era completamente cambiato. Venti giorni prima era all'apice
della sua carriera, stimato, riverito. Adesso era diventato un
collettore di richieste di dimissioni dalle varie associazioni
professionali di cui era membro, compresa
quella nazionale (SVIT). Parecchi coloro che gli hanno voltato le
spalle. «Non tutti - sottolinea - fortunatamente. Comunque sono stato
tagliato fuori dal mondo. Ho perso un mucchio di mandati. Per fortuna
sono riuscito a restare a galla. Mi sono concentrato sul lavoro, per
evitare il fallimento (c'erano di mezzo dozzine di lavoratori). Sono
uscito più forte di prima. Ho riallacciato i contatti con le banche,
non con tutte. E' stata una dura esperienza. Sono tuttavia riuscito ad
ottenere negli ultimi due anni un successo che non ho mai avuto nei
primi 30 anni di lavoro»..
Il rapporto di fiducia
È
arrivata l'assoluzione. « Nonostante ciò - sottolinea Haesler, mi sto
ancora rendendo conto di quanto sia difficile ristabilire il rapporto
di fiducia con chi mi sta attorno». Non certamente con coloro che
hanno sempre avuto fiducia in lui, ma con chi si è lasciato
influenzare dalle notizie uscite subito dopo lo scoppio della
vicenda. Senza tener conto della sentenza di assoluzione. «Oggi voglio
ripetere che io sono stato assolto. Voglio dire a quanti mi conoscono
che non hanno sbagliato a credere in me». Il pensiero corre alla
famiglia «che non mi ha mai abbandonato».
Emanuele Gagliardi Bruno Pellandini
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