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Bellinzona: interrogativi sul caso della famiglia con 5 figli) sfrattata il 22.12.10

Da: La regione 15.1.11 pag 13
   
"la mattina del 23 dicembre due agenti della Polizia comunale e una traduttrice, « con pazienza e umanità », hanno consegnato ai genitori la raccomandata della Commissione tutoria regionale nella quale li s’informava che una valutazione delle proprie capacità genitoriali avrebbe avuto luogo da parte degli uffici competenti."
 
Al centro per senzatetto, perché? Bellinzona: interrogativi sul caso di una famiglia (domiciliata e in assistenza con cinque figli) sfrattata il 22 dicembre
 
È il 22 dicembre 2010, nevica e mentre la capitale si appresta a vivere il Natale, da un appartamento vicino al Business Center viene sfrattata una famiglia in assistenza composta dai genitori (lei svizzera, lui del Liechtenstein) e cinque figli dai 3 ai 17 anni. Non c’è altro luogo per collocarli durante le feste di Natale che il centro per senzatetto istituito dal Cantone nei locali della Protezione civile di Lumino.
Anche una famiglia svizzera e non solo ecuadoriani, dunque, nella struttura affidata a fra Martino Dotta e ai suoi volontari. La vicenda è esposta in un interpellanza al Municipio di Bellinzona che il consigliere comunale socialista Francesco Lombardo, da sempre attento ai diritti del bambino, ha inoltrato giovedì. Il suo scopo – scrive – non è accusare persone, uffici o dicasteri: « Non è contro qualcuno ma serve a riflettere e a formulare proposte di miglioramento per la presa a carico di alcune persone che vivono situazioni di disagio sociale. Questo testo esige delle risposte e la ricerca di soluzioni adeguate. Vorrei che dalle persone l’attenzione si focalizzasse sul problema. È il problema che dev’essere attaccato e non le persone ».
‘Lo Stato non può delegare’
La famiglia in questione, nel frattempo trasferitasi oltralpe, risiedeva in città da diversi anni ed era al beneficio dell’assistenza sociale. Il consigliere – persona informata dei fatti poiché uno dei volontari del rifugio di Lumino – era presente quando la mattina del 23 dicembre due agenti della Polizia comunale e una traduttrice, « con pazienza e umanità », hanno consegnato ai genitori la raccomandata della Commissione tutoria regionale nella quale li s’informava che una valutazione delle proprie capacità genitoriali avrebbe avuto luogo da parte degli uffici competenti.

 

Questo mentre « altre persone alle dipendenze e stipendiate dallo Stato » non avrebbero fatto fino in fondo il loro dovere. Lo Stato « non può delegare a un gruppo di volontari questioni molto delicate e complesse che si trascinano da troppi anni, ma deve assumersi le proprie responsabilità, di protezione e di offerta di prestazioni rivolte a tutti i suoi membri, soprattutto a chi si trova più in difficoltà e che è quindi più vulnerabile ».

Seguono una ventina di domande. Perché i bambini di questa famiglia non seguivano le lezioni di scuola da diversi mesi? Da quanto tempo esattamente? Chi ne era al corrente? Chi doveva intervenire? Quali interventi sono stati fatti e quali no? Perché i servizi non sono intervenuti prima per fare una valutazione della situazione familiare e si è dovuto aspettare anni per intervenire e questo malgrado la grave vicenda fosse ben nota da tempo a polizia, servizi sociali comunali e cantonali? Se non ci fosse stato il rifugio di Lumino quale altra struttura di pronta accoglienza avrebbe offerto la Città? Dispone Bellinzona di strutture a sostegno di queste situazioni o in casi d’emergenza (sfratti, giovani in rottura con la famiglia, con gli istituti sociali, crisi familiari, ‘senzatetto’, ecc? Queste strutture rispondono a un bisogno reale? Se no, cosa s’intende fare di concreto per ovviare al problema? Ritiene il servizio competente del Municipio che un rifugio sia il posto migliore per ospitare dei minorenni?

‘Liti e violenza fra ospiti’

Lombardo evidenzia che fra gli ospiti vi erano anche casi psichiatrici e di dipendenze, senza contare la presenza della scabbia e « che ci sono stati episodi di violenza e liti tra gli ospiti che hanno richiesto l’intervento della polizia ». E ancora: quale ufficio del Comune o del Cantone ha deciso il collocamento della famiglia? Come giustifica il servizio sociale del Municipio lo sfratto di una famiglia con cinque bambini e in assistenza due giorni prima del Natale e nel pieno di una nevicata? Municipio e servizio sociale sono stati adeguatamente informati prima dello sfratto? Non ritiene il Municipio che ci siano stati degli inghippi nelle procedure tra i vari servizi comunali e cantonali?

Nell’interesse superiore dei minorenni quale procedura è stata avviata dagli uffici competenti comunali per garantire ai bambini i loro diritti all’educazione, alla salute e a crescere nel modo più sereno possibile? I figli adolescenti hanno potuto essere ascoltati da un organo formato e competente? Hanno potuto esprimere il loro punto di vista e la loro opinione su tutta la vicenda? Se no, perché?

E in linea generale, il personale comunale, poliziotti, assistenti sociali, docenti, membri della commissione tutoria sono formati sui diritti del bambino e dell’adolescente? Sono stati preparati a queste situazioni che richiedono un intervento e delle competenze legali, sociologiche, psicologiche nel pieno rispetto dei diritti della persona? Se no, non si ritiene opportuno e prioritario mettere in piedi una formazione ad hoc su questo tema? Tanti interrogativi che attendono risposte e misure correttive.

 

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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