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Bimbi in affido: commessi abusi, sia fisici che psichici, mal­trattamenti e discriminazioni.

Da: CdT 6.11.08 pag 7
Bimbi in affido usati come servi. Impiegati in particolare nelle fattorie - Maltrattati e discriminati.

Secondo uno studio i casi, fino agli anni '70, sarebbero decine di migliaia - Furono commessi abusi, sia fisici che psichici - Molti soffrirono la fame e non poterono neppure andare a scuola oltre il livello elementare
  Decine di migliaia di bambini dati in affidamento in Svizzera fi­no agli anni '70 furono impiega­ti come forza lavoro a buon mer­cato, specialmente nelle fattorie, e furono spesso vittime di mal­trattamenti e discriminazioni. Lo affermano gli autori di un libro presentato ieri a Basilea, frutto di uno studio della locale universi­tà, cofinanziato dal Fondo nazio­nale svizzero per la ricerca scien­tifica (FNS). Lo studio riguarda essenzialmen­te la Svizzera tedesca, che contra­riamente alla Romandia non era stata ancora oggetto di indagine, ha spiegato il professor Ueli Mä­der, che ha diretto le ricerche con il collega Heiko Haumann.
  All'inizio l'idea era di togliere il velo da questa pagina poco nota della storia svizzera, ma sono mancati i mezzi. La Confedera­zione aveva rinunciato nel 2005 a lanciare un programma di ri­cerca nazionale (PNR) sulla que­stione degli affidamenti coatti, a causa dell'opposizione dei can­toni.
  Durante quattro anni i ricercato­ri Marco Leuenberger e Loretta Seglias hanno raccolto oltre 270 testimonianze, che coprono il pe­riodo dall'inizio agli anni '70 del XX secolo. Per il loro libro ne han­no selezionato quaranta.
  Sono stimati a circa 100.000 i bambini che tra il 1920 e il 1970 furono affidati con la forza pres­so istituti e famiglie d'accoglien­za. I bambini, accolti soprattutto da contadini, provenivano da fa­miglie povere o dissestate, oppu­re erano figli illegittimi o orfani.
  Molti degli affidati, che dovevano pagare vitto e alloggio lavorando, furono vittime di malattrattamen­ti e abusi fisici e psichici. Altri fu­rono invece trattati bene. In nove capitoli, il libro mette in risalto di­versi aspetti della loro vita:la fame sofferta, le difficoltà di accesso al­l'educazione (la maggior parte de­gli interrogati non ha potuto ac­cedere alla scuola secondaria né assolvere un tirocinio), l'isola­mento, la vergogna, per alcuni la fuga o la resistenza.
  Lo scopo dello studio non era di rendere pubblici i peggiori casi di abusi, ma di mostrare un am­pio ventaglio di destini infantili e di ricollocarli nel contesto delle condizioni di vita di allora.
  Altre indagini sono necessarie, sostengono gli autori. Il canton Berna, dove sono state effettuate molte delle interviste, sostiene il progetto. Approfondimenti sono previsti anche nei cantoni di Lu­cerna e Soletta. Tutte le testimo­nianze raccolte dovrebbero esse­re accessibili a ricercatori e altri interessati a partire dal 2011 tra­mite l' Archivio sociale svizzero di Zurigo.
  Non è la prima volta che i bam­bini strappati ai genitori in Svizze­ra sono oggetto di uno studio. Fi­no negli anni Settanta Pro Juven­tute aveva affidato oltre 600 bam­bini zingari a famiglie d'acco­glienza, istituzioni, centri psichia­trici e prigioni con il sostegno del­le autorità. Quest'altra pagina oscura della storia elvetica recen­te era emersa da una ricerca chie­sta dal parlamento nel 1986 e pubblicata nel 1998. La fondazio­ne si era scusata con gli interes­sati per la prima volta nel 1987. Tra il 1988 e il 1993 la Confedera­zione ha messo a disposizione 11 milioni come riparazione.
 




LE CIFRE
 Sono stimati a circa 100.000 i bambini che tra il 1920 e il 1970 furono affidati con la forza presso istituti e famiglie d'accoglienza. Provenivano da famiglie povere o dissestate, oppure erano figli illegittimi o orfani.
  (Key)
 

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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