Svizzera This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

Le nozze possono attendere. "Gli uomini dovrebbero convivere, le donne sposarsi"

Le nozze possono attendere (versione in pdf) 

La decisione di sposarsi non deve essere presa alla leggera, perché il rischio di divorzio è molto alto. E, in particolare per i mariti, i problemi iniziano proprio con la separazione.
"Gli uomini dovrebbero convivere, le donne sposarsi".
Parola (e provocazione) di un divorzista.

La metà delle coppie scoppia

Il 2005 è stato l'anno record dei divorzi nel Canton Ticino: 822 coppie si sono dette addio. L'anno successivo i divorzi sono scesi a 762, con matrimoni della durata media di 15 anni. Circa l'8 per cento dei divorzi, nel 2006, riguardava coppie sposate da meno di 5 anni. In quasi la metà dei divorzi sono coinvolti dei figli (46,7 per cento). Se questo trend dovesse continuare, il 52 per cento dei matrimoni celebrati nel 2006 potrebbero sfociare in un divorzio. Ma nonostante questi dati poco rassicuranti, nel nostro cantone sono sempre di più le coppie che decidono di sposarsi. Lo scorso anno sono stati celebrati 1.673 matrimoni, il maggior numero di sì dall'inizio del Novecento.

 ***

  Avv. Daniele Jörg, Avvocato e notaio con studio a Lugano, specializzazione in diritto di famiglia e più in particolare divorzista, con la passione per il cinema e la musica blues, da quasi 30 anni collabora con il Festival internazionale del film di Locarno di cui è membro della Direzione organizzativa. Dal 2004 è presidente dell'Associazione Piazza Blues Bellinzona che da un ventennio propone il noto festival di musica afroamericana.

Nel suo archivio sono conservate oltre duemila storie: esperienze di vita, spesso intricate e dolorose, vissute all'interno di quel misterioso e affascinante universo che si chiama famiglia. Se le mura del suo studio potessero parlare, racconterebbero storie di litigi, soprusi, abbandoni e ripicche, un triste spaccato della moderna società.
In vent'anni di attività Daniele Joerg, avvocato divorzista di Lugano, ne ha viste e sentite di tutti i colori. Tanto che con le più impensabili sfumature della sua tavolozza ha realizzato un quadro manzoniano con al centro il bravo che sentenzia: "Questo matrimonio non s'ha da fare".
Una nota in basso spiega il senso della frase: "Prima di sposarvi, pensateci due volte".
Una provocazione che detta da un divorzista ha uno strano sapore. "Cerco di fare prevenzione,
ma so che questa è una nicchia di mercato nella quale il lavoro non mancherà mai", spiega Joerg.
"Prima del matrimonio bisognerebbe parlare con l'avvocato, non solo con il prete, perché il rischio
di divorzio è ormai molto alto e i problemi che ne conseguono sono infiniti. Inutile nasconderselo:
non lo fa nessuno. Anzi, quando i promessi sposi mi incontrano fanno gli scongiuri".

Matrimoni sempre più a rischio

Perché sposarsi è oggi un rischio?

a vita di relazione è diventata molto più complicata di un tempo e la famiglia tende a polverizzarsi.
È sempre più difficile vedere matrimoni duraturi come quelli di una volta: i miei genitori,
per esempio, sono stati insieme tutta la vita. Oggi, invece, ci sono sempre più famiglie monoparentali, ricostituite, allargate. Il rischio di divorzio e separazione dovrebbe essere quindi preso in considerazione già prima del matrimonio, anche se è poco romantico. Del resto per la scienza, gli sconvolgimenti ormonali che portano all'innamoramento e il più delle volte al fatidico sì,
durano sì e no 18 mesi. Le statistiche dicono che più della metà dei matrimoni fallisce.

Ma che cosa è successo alla famiglia?

Dal punto di vista della legge segnalo che il diritto di famiglia risale al 1907 pur essendo stato modificato una prima volta nel 1988 e una seconda nel 2000; la prima riforma ha dato una nuova identità alla famiglia facendo giustamente, tra l'altro, scomparire la figura del marito quale capofamiglia. Ha dato sì pari diritti ai coniugi, ma da quel momento in poi le mogli hanno vieppiù "preso in mano" la propria vita anche per quanto riguarda la decisione di lasciare i mariti e chiedere il divorzio, sempre più diversamente da quanto avveniva in precedenza. La famiglia è quindi cambiata e oggi non può più essere gestita come in passato. Tanto che nel 2000 vi è stata la seconda modifica della legge, in particolare per quanto riguarda i modi di divorziare.
Le velocissime modifiche degli stili di vita e dei mezzi di comunicazione di massa, che portano in casa un mondo patinato così come fa, per esempio, la televisione da decenni e internet più recentemente, fanno sognare una vita diversa e incentivano il consumismo per famiglie che, invece, fanno sempre più fatica a "tirare la fine del mese". Difficoltà economiche preludono quasi sempre a difficoltà relazionali.

Il matrimonio ha perso il suo valore?

Certamente la famiglia ha perso gran parte del valore che aveva un tempo. Basti pensare alla quantità dei divorzi, delle famiglie monoparentali, di quelle ricostituite, di quelle allargate, di quelle tra partner omosessuali regolarmente registrate, alle convivenze sempre più frequenti. Il matrimonio serve sicuramente ancora per definire diritti e obblighi dei coniugi e dei figli ma, tra questi,  soprattutto quelli che si possono far valere una volta finito l'amore e intervenuta la separazione. Ma serve anche, per esempio, ad assicurare la paternità in quanto la legge definisce il marito della madre quale legittimo padre del figlio, con un istituto che risale al diritto romano per il quale mater semper certa est, pater numquam.
Il matrimonio è un contratto codificato oggi da norme forse anacronistiche, sicuramente soggette a future frequenti modifiche legislative.

L'incremento dei divorzi non dipende anche dalla facilità con la quale ci si può lasciare?

Innanzitutto dipende dalla facilità con la quale ci si può sposare. È poi vero che la riforma del 2000 ha eliminato qualsiasi concetto di colpa o responsabilità nella rottura del vincolo coniugale e alla possibilità di ottenere un divorzio immediato, se richiesto congiuntamente, dopo un periodo di soli due anni di separazione se richiesto unilateralmente. Quindi non si tratta più di tradimento, di abbandono del tetto coniugale o di altro del genere; basta la volontà di separarsi di uno o di
entrambi i coniugi e ci si reca dal giudice per formalizzare tale decisione e definire le conseguenze accessorie.

Le difficoltà dopo la separazione

E poi che cosa succede?

Al di là delle difficoltà che possono sorgere rispetto alla sorte dei figli - argomento che meriterebbe un capitolo a sé - le difficoltà sono sempre e soprattutto di carattere finanziario. La separazione comporta generalmente una prima fase che vede l'applicazione del cosiddetto "principio della ripartizione delle eccedenze" che dà la possibilità al coniuge meno forte finanziariamente di ottenere
alimenti dall'altro, ma anche di mettere in atto una sorta di "speculazione finanziaria".
In genere sono le mogli a chiedere e i mariti a pagare, trovandosi ridotti, per coloro che dispongono di redditi medio-bassi, al minimo esistenziale. 

E come si calcola tale minimo vitale?

Occorre determinare il fabbisogno minimo dei due nuclei familiari, che si ottiene sommando i costi per la pigione, la cassa malati, le assicurazioni domestiche, eventualmente le spese di trasporto e le tasse oltre al minimo vitale che, per il coniuge non affidatario, è di 1.100 franchi mensili, di 1.250 per il coniuge affidatario. Sottraendo questa somma al reddito complessivo si ottiene l'eccedenza che è destinata alla copertura del fabbisogno del coniuge e dei figli. Qualora rimanesse ancora "qualcosa" si divide per due. In genere è il marito e padre che rimane con il minimo esistenziale e tutte le difficoltà per tirare avanti.

Sono dunque i padri ad avere la peggio?

Se i redditi sono di una certa consistenza, si possono coprire i fabbisogni minimi dei due nuclei familiari e continuare a vivere dignitosamente. Se i redditi sono mediobassi e non vi sono eccedenze, il destino del marito e padre è quello di pagare. Per esempio, un reddito di 7.000 franchi è appena sufficiente per mantenere una famiglia di quattro persone, ma non lo è più dopo la separazione. Tutto quanto supera il fabbisogno minimo che serve al debitore alimentare è generalmente assegnato a moglie e figli. La madre in difficoltà può, però, chiedere l'aiuto dello Stato e ottenere, per esempio, gli assegni integrativi o di prima infanzia. Il padre no.

Chi deve andarsene di casa?

In genere il coniuge cui non sono stati affidati i figli e, nel 95 per cento dei casi, si tratta del marito-padre. Solitamente l'abitazione già coniugale rimane assegnata alla madre e ai figli, anche se il proprietario è il marito. I figli possono esprimere il loro parere sull'affidamento ma solo a partire dai dodici anni di età, ovviamente pur senza poter decidere. Ho visto casi di bambini che pur di andare dall'altro genitore non hanno esitato a dare fuoco alle tende di casa.

Che cosa cambia dopo il divorzio?

Con la sentenza di divorzio si applica il principio del clean-break per il quale ognuno dei coniugi deve provvedere al proprio mantenimento al più presto e, in particolare il coniuge che non aveva lavorato fino a quel momento oppure aveva lavorato a tempo solo parziale - in genere la moglie - deve trovare un'attività lavorativa. Se però si riesce a dimostrare di non riuscirci per la presenza di figli o per questioni di età, di salute, di difficoltà legate al mercato del lavoro o di altro genere, v'è il diritto, a dipendenza della durata del matrimonio, a vedersi mantenere nel tenore di vita precedente la separazione. La madre, comunque, non è generalmente costretta a cercare un impiego fino al compimento del decimo anno di età dell'ultimo figlio, mentre può essere costretta a trovare attività al 50 per cento se il figlio ha tra i dieci e i sedici anni. Per cui la situazione finanziaria dell'ex marito-padre può ancora mantenersi critica.

Consigli per uomini (e donne)

Il matrimonio conviene quindi soltanto alle donne?

In un matrimonio che vede la classica ripartizione dei ruoli e per quanto riguarda le conseguenze della separazione e del divorzio, certamente. E questo per il fatto che il sistema legale tende a proteggere il coniuge meno forte finanziariamente. Personalmente, però, consiglio sempre a coloro che intendono contrarre matrimonio, e specialmente alle mogli, di non lasciare completamente l'attività lavorativa o la formazione professionale perché, in caso di divorzio, il rischio di avere difficoltà economiche è comunque importante. Una volta terminato il periodo durante il quale è data la possibilità di "speculare" sull'alimento, potrebbe infatti essere troppo tardi per rientrare nel mondo del lavoro.

E agli uomini che cosa consiglia?

Di non sposarsi, o perlomeno di sapere esattamente quali sono "i rischi" finanziari conseguenti al divorzio. Sotto questo punto di vista è meglio la convivenza: in caso di separazione vi sarebbe l'onere di pagare alimenti solo ai figli e non anche alla madre.

Un contratto prematrimoniale potrebbe limitare liti e vendette?

Nel nostro diritto la questione non è ancora chiara, diversamente da quanto avviene negli Stati Uniti, per esempio. Mi è capitato di prepararne in qualche occasione, ma non posso assicurare che quanto convenuto sarà pienamente riconosciuto dal giudice al momento della sentenza di divorzio.

Un'ultima domanda: lei è sposato?

No, anche se qualche volta ho rischiato di "cascarci". Scherzi a parte, credo che al di là degli aspetti più squisitamente emotivi o religiosi, decidere per un matrimonio sia oggi sempre più difficile e rischioso e il fatto di dividere spazi fisici ed emotivi con un'altra persona sempre più complicato.
Se le statistiche riportano poi un'incidenza di divorzi che va oltre il 50 per cento dei matrimoni, ancora non è detto che l'altro 50 per cento viva il matrimonio con piena soddisfazione o piuttosto non trascini la convivenza per abitudine o per convenienza.
La scelta del matrimonio non può oggi essere sottovalutata, non foss'altro che in funzione dei disastri che possono lasciare i divorzi nei coniugi e nei figli, ma anche per le gravi conseguenze sociali.

Intervista di Antonella Sicurello; fotografie di Adriano Heitmann.

Da: Ticinosette, pag 4-6, Nr. 44, 24.X.08

(Chi intende utilizzare estratti del seguente pezzo o l'articolo intero deve citare sempre la fonte (Ticinosette), l'uscita e la data, oltre ad autore del pezzo. Questo articolo è infatti protetto da Copyright e il detentore è la società di Ticinosette (vedi impressum rivista). Qualsiasi richiesta di riproduzione deve essere formalmente richiesta alla Redazione).

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

Comments

Newspaper

Movimento Papageno examines the legal and social impact of separation and divorce, with particular attention to the well-being of minors and shared parental responsibility.

We provide documentation and analysis to support informed decisions and balanced public discussion in Ticino and Switzerland.

Subscribe to receive updates.

A warned man is half saved

Best interests of minors

Harm to minors

Latest Posts