Da: Mattino della domenica, .03.18, pag , rubrica "Papageno: in nome dei figli e dei futuri padri"
“BELLINZONA – È scattata la denuncia penale nei confronti di un educatore che presta temporaneamente servizio presso il Von Mentlen, un istituto bellinzonese, specializzato nell'educazione di minorenni. L'uomo avrebbe malmenato un tredicenne in escandescenza. In particolare gli avrebbe fatto sbattere la testa contro il muro. La famiglia del ragazzo ha segnalato il fatto anche all'Autorità regionale di protezione di Chiasso. Il padre del 13enne nel frattempo ha registrato una conversazione telefonica con l'educatore. Lo specialista ha ammesso di avere fatto ricorso alle maniere forti, perché esasperato dalla situazione di estrema tensione che si era venuta a creare con il giovane.” (Tratto da: tio.ch, 19.2.18).
Educatori: vittime o oppressori?
Prendiamo spunto da questo recente fatto di cronaca per proporre ai lettori una riflessione di fondo: gli educatori potrebbero eventualmente anch’essi essere vittime del “sistema di protezione dei minori”? Sarebbe troppo facile e riduttivo limitarsi allo scoop giornalistico dal titolo appariscente e sconvolgente. Andiamo oltre. Nei casi di minori costretti loro malgrado a rimanere collocati ed internati in strutture o istituti, in camere comuni, lontani dai loro genitori, parenti e dagli affetti familiari più intimi e profondi, la tristezza e la depressione possono prendere il sopravvento sulle emozioni della quotidianità. Ma non solo. La rabbia e la violenza interiore possono pure trasformarsi in fiumi che fuoriescono impetuosi dai propri argini. Come si potrebbe fare loro una colpa? La frustrazione di questi giovani può raggiungere sicuramente picchi molto elevati, con delle reazioni che possono esasperare il più mite degli educatori preposto alla loro “cura ed educazione” in un contesto difficile e imposto da terzi. Pertanto sia il minore che l’educatore possono inevitabilmente diventare vittime di un sistema di tutela minorile oramai antiquato e inefficace. Infatti, non possiamo che essere estremamente tristi nel constatare come delle decisioni che vengono imposte a monte da valutazioni di altre persone e decisioni di autorità, possano di fatto giungere a sconvolgere la vita, l’esistenza di coloro che dette decisioni le devono purtroppo subire. Pensiamo prima di tutto ai minori, ai genitori, ai parenti, ma anche agli operatori sociali che sono tra l’incudine e il martello, che devono accompagnare questi fanciulli lungo il percorso tortuoso dell’accettazione di decisioni imposte dall’alto, di costrizioni di separazioni familiari, non per forza condivisibili dagli educatori. Ecco che pure l’educatore potrebbe diventare anch’egli vittima del sistema, dell’operato della cosiddetta “rete”.
Quali le responsabilità e corresponsabilità di questi maltrattamenti?
Sorge spontanea la domanda: “È responsabile il minore collocato in struttura che è per questa costrizione diventato ingestibile oppure chi lì lo ha “rinchiuso per proteggerlo”? È più responsabile l’educatore che contiene a fatica il minore segregato oppure coloro che hanno imposto il collocamento al giovane contro la sua volontà? È da considerare coazione solo questa messa in atto dall’educatore oppure anche quella di coloro che hanno privato il minore degli affetti familiari e del loro diritto di libertà, di crescere coi loro genitori o in un contesto più familiare (magari con gli zii o altri parenti)? Ci hanno fatto credere che l’autorità “interna i bambini solo per il loro bene”, anche se oramai ci credono solo in pochi. Quello che rattrista e che non rende giustizia, né al minore “maltrattato” né all’educatore “maltrattante” (talvolta anch’egli vittima), è che questi episodi verranno valutati solamente in modo puntuale, circoscritto a quanto accaduto. Infatti, con tutta probabilità - tra tutti gli operatori della “rete” e le “autorità” convolti direttamente o indirettamente - solo l’educatore ne subirà delle conseguenze penali e/o professionali, purtroppo.
Alternative agli istituti e alle strutture
La “rete” dovrebbe attivarsi per permettere ai minori di poter restare ed essere presi a carico nelle famiglie di origine o nella loro cerchia familiare, o perlomeno di potervi far rientro nel più breve tempo possibile. Un vero progetto di rete deve ambire a questo; gli interventi nel contesto familiare dovrebbero essere la priorità d’azione. È vero che a volte i genitori sono in grosse difficoltà, in alcuni casi insormontabili, ma collocare i minori presso i parenti paterni o materni deve essere sicuramente la valida alternativa all’internamento. Una rete proattiva, collaborativa e non repressiva, atta a sostenere minori e familiari nel loro contesto di vita quotidiana, eviterebbe tanta inutile sofferenza ai bambini. Ne beneficerebbero grandemente anche coloro che hanno scelto di impegnarsi professionalmente a proteggerli e tutelarli. Quanti bambini negli ultimi anni sono stati collocati in istituti o famiglie affidatarie per essere protetti e invece hanno subito gravi maltrattamenti? Purtroppo, però, simili episodi continuano a ripetersi nel nostro Cantone.
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