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Da: Corriere del Ticino, 12.3.08, pagina 23

Presunti abusi. La protesta di una madre

«Voglio riavere i miei bambini»
La madre dei due piccoli coinvolti in una vicenda di atti sessuali


Da metà gennaio, la donna, cittadina svizzera residente nel distretto, ha rivisto i suoi figli soltanto una volta e di sfuggita. Nel frattempo i due congiunti, adulti, finiti in prigione con gravi sospetti d’abusi, sono stati scarcerati


«Voglio riavere i miei figli, al­meno i due più piccoli. Non li ve­do dal 17 gennaio scorso. L’auto­rità tutoria ha scritto autorizzan­do colloqui sorvegliati di un’ora, tra me e loro, una volta alla setti­mana, ma non è stato fissato il giorno e sino ad ora non è suc­cesso nulla. Durante queste setti­mane li ho visti di sfuggita solo una volta. Sono andata ad aspet­tarli fuori dalla scuola che ora fre­quentano in un’altra zona del Cantone. Volevo che guardassero la loro mamma. Volevo dire loro “vi voglio bene”. Quando li ho in­contrati sono rimasti sorpresi. Uno ha subito detto all’altra:“Non possiamo avvicinarci alla mam­ma. Ricordati:ci hanno detto che è cattiva”. Mi è caduto il mondo addosso. Ho chiesto al procura­tore pubblico Mario Branda, che conduce l’inchiesta, di essere in­terrogata. Mi ha risposto che so­no già stata sentita dalla polizia e che per ora non reputa necessa­rio un nuovo interrogatorio. So­no stanca di aspettare:nei prossi­mi giorni, se non cambierà qual­cosa, inizierò uno sciopero della fame, continuando a parlare di questa storia». Questo è lo sfogo della madre, cittadina svizzera abitante nel Mendrisiotto e sepa­rata dal marito, coinvolta in una vicenda penale che ha sollevato clamore nelle scorse settimane: è la storia, triste e delicata, di due fratelli coinvolti (la bambina in qualità di vittima) in una vicen­da di presunti reati sessuali. Un caso sul quale stanno lavorando la Magistratura dei minorenni da una parte e il Ministero pubblico dall’altra: sì, perché la lista delle persone finite sotto inchiesta si è allungata e ha coinvolto anche due adulti. Primo a finire nel mi­rino dell’autorità penale il fratel­lino maggiore, che si era confida­to di quanto accaduto all’inizio di novembre (un unico episodio) con la madre e con un amichetto. Quest’ultimo aveva in seguito raccontato ai propri genitori quanto riferitogli. Così è partita la segnalazione all’autorità inqui­rente. La madre, intanto, stava cercando di capire che cosa fosse realmente successo, anche per­ché dalla figlioletta non aveva ot­tenuto conferma del fatto.
Poco dopo la metà di gennaio en­trano in scena le forze dell’ordi­ne con un intervento coordinato dal sostituto magistrato dei mi­norenni. Tutti e i tre figli (uno, il più piccolo, è completamente
estraneo alla vicenda) vengono allontanati dalla famiglia e alla madre viene tolta l’autorità pa­rentale: contro di lei è aperto un procedimento penale per viola­zione del dovere di educazione e assistenza.
Nei giorni seguenti, la figlioletta viene ascoltata dalla polizia e l’in­chiesta, improvvisamente, si al­larga. In carcere finiscono il pa­dre e lo zio, fratello della moglie, chiamati in causa dalla piccina. I due uomini hanno sempre re­spinto ogni accusa. Dopo qual­che settimana di carcere preven­tivo vengono scarcerati e contro di loro si procede a piede libero. La madre continua nel suo sfogo: «Ho letto i verbali degli interro­gatori riguardanti mia figlia: ho notato che, rispondendo ai poli­ziotti, utilizza termini che in ca­sa non ha mai pronunciato e de­scrive luoghi e oggetti che non hanno nulla a che fare con la no­straabitazione. Perché?Èunlin­guaggio che non riconosco in mia figlia».
La madre vuole che sulla vicen­da venga fatta chiarezza e rapi­damente. Sottolinea che una pe­rizia medica eseguita sulla bam­bina non ha individuato lesioni. Lesioni che la gravità del caso
avrebbe dovuto evidenziare. Poi, la signora parla dell’eco devastan­te avuta da quanto avvenuto: lei, il marito, il fratello hanno perso il posto di lavoro. «Siamo in cin­que – ricorda – interessati diret­tamente a questa vicenda e ab­biamo dovuto interpellare cin­que avvocati. Io ho dovuto chie­dere il gratuito patrocinio». Il di­scorso prosegue: «Non vi è nes­suna situazione famigliare degra­data. Io ho lavorato per anni nel settore sociale. Anche il mio ex marito e mio fratello hanno sem­pre avuto un’occupazione. Non abbiamo mai avuto problemi. Adesso, però, voglio sapere che cosa è realmente accaduto. Mio figlio maggiore vive in un istitu­to, gli altri due in una famiglia af­fidataria. Voglio che almeno i due più piccoli tornino da me. Mi so­no messa a disposizione per ese­guire verifiche delle mie capacità genitoriali e del contesto ambien­tale di casa mia e ho chiesto un incontro chiarificatore con le istanze tutorie, alle quali avevo subito segnalato di essermi reca­ta fuori dalla scuola frequentata ora dai miei figli. Finora non ho avuto risposta da nessuno».
Francesco Somaini e Emanuele Gagliardi




PALAZZO DI GIUSTIZIA La Ma­gistratura sta indagando.

 

 Da: Il Corriere del Ticino, 3.3.08, pagina 16

 

Pagò i gioielli con falsi bonifici Il TF annulla l’assoluzione


Un 62.enne italiano accu­sato per truffa era stato prosciolto sia alle Corre­zionali sia in Cassazione


L’inganno astuto c’è stato ec­come. È stata annullata dal Tri­bunale Federale la sentenza con cui la Corte di cassazione e revi­sione penale, il 7 marzo scorso, aveva confermato l’assoluzione decretata alle Correzionali di Lu­gano nei confronti di un 63.enne italiano processato per truffa.
L’uomo, difeso dall’avvocato Mauro Belgeri, era accusato di aver ingannato la gerente di una boutique cittadina facendosi consegnare senza mai pagare gioielli per oltre 206 mila franchi – poi in parte restituiti – per poi fuggire all’estero. Per portare a termine il piano, secondo gli in­quirenti, avrebbe sfruttato il rap­porto di fiducia instauratosi con la direttrice del negozio grazie a grossi acquisti fatti in preceden­za. Nella transazione incrimina­ta, poi, si sarebbe pure servito di due falsi ordini di bonifico.
Arrestato in Polonia nel dicem­bre del 2005, era comparso da­vanti alle Assise Correzionali di Lugano nel gennaio scorso ma il giudice Claudio Zali, sottoline­ando la mancanza di inganno astuto, lo aveva prosciolto. Secon­do la Corte, in pratica, non pote­va esserci un rapporto di fiducia tra l’accusato e la parte lesa e se quest’ultima fosse stata più pru­dente la macchinazione sarebbe venuta a galla facilmente.
Alle stesse conclusioni era giun­ta la Cassazione, sollecitata da un ricorso dal Procuratore Pubblico Giovan Maria Tattarletti. Il tito­lare dell’inchiesta si era quindi rivolto alla massima istanza giu­diziaria svizzera, che ha infine ac­colto il suo ricorso e rispedito l’in­carto in Cassazione.
Motivando la sua decisione, il Tribunale federale ha fatto nota­re come la direttrice della gioiel­leria, pur con tutta la prudenza di questo mondo, non poteva da sola accorgersi dell’inganno: «non può, come invece fa nota­re la Corte di cassazione e di revi­sione penale, essere paragonata a una banca», si legge infatti nel­la sentenza.
Sul rapporto di fiducia tra le parti: «l’accusato era più di un semplice cliente di passaggio; in occasione del primo acqui­sto è riuscito a fornire una sug­gestiva immagine di sè: facolto­so uomo d’affari assai indaffa­rato, sempre in viaggio per la­voro, immagine che non ha ces­sato di alimentare sino alla fine della vicenda».
giu

 

 Da: Corriere del Ticino, 3.3.08, pagina 13

 

«Repressione non è soluzione»
«Si confonde insicurezza con incertezza», dice Bruno Balestra

L’ INTERVISTA
’’


La sicurezza, inutile negarlo, sta diventando uno dei temi chiave delle politiche europea, svizzera e ticinese. La frantumazione dei confini, la «globalizzazione» non più confinabile al solo mondo di internet, la progressiva contami­nazione culturale, l’estrema mo­bilità della po­polazione mondia­le concorrono ad aumentare il gra­do di insicurezza.
Spesso le rispo­ste della politica sono riassumibi­li in un delegare alla repressione e all’amministrazione della giu­stizia la soluzione del problema. Polizia e Giustizia, dal canto loro, si trovano a dover intervenire so­lo sull’ultimo anello della catena, una catena spesso già spezzatasi per consentire alla nave di guada­gnare il mare aperto. Il Procurato­re generale Bruno Balestra, da tempo denuncia quest’anomalia, ma non sembra che il messaggio riesca a passare.
Procuratore, perché il messaggio non passa?

«Penso sia soprattutto perché tende a coinvolgere tutte le com­ponenti della società civile e non solo Polizia e Magistratura che, sempre più, sembrano diventate l’ultimo baluardo di certezza».

È ben vero che se anche Polizia e Ma­gistratura si ritraggono non restano più molti approdi sicuri!...

«Non dimentichi però che Poli­zia e Magistratura sono elemen­ti dell’organizzazione sociale, non la società. Quest’ultima è com­posta di famiglia, scuola, sanità, socialità, economia. Polizia e Ma­gistratura possono svolgere in modo efficace il loro ruolo solo se anche gli altri elementi svol­gono con altrettanta efficacia la loro funzione. Senza dimentica­re che l’aggregazione di elemen­ti non li modifica necessariamen­te. Solo la fusione di questi stessi elementi crea una sostanza nuo­va, magari migliore. In altri ter­mini: finché si sarà convinti che solo gli interventi di Polizia e Ma­gistratura possono dare sicurez­za, si eviterà di responsabilizza­re tutte le componenti sociali af­finché operino correttamente dando vita a un nuovo tipo di strategia, d’intervento».

Sta dicendo che contro l’infrazione delle leggi l’irrogazione della pena non basta a dare sicurezza?

«Esatto. Senza dimenticare che ormai tutti parlano di necessità di interventi politici capaci di ga­rantire la sicurezza, ma nessuno si preoccupa di definire cosa sia­no, oggi, in realtà, la sicurezza e l’insicurezza. A volte penso che il problema stia proprio nel fatto che, mancando definizioni pre­cise, si sia portati a confondere l’insicurezza dell’avere con l’in­sicurezza dell’essere».

Ovvero?

«La nostra società da tempo è portata ad attribuire importanza alle persone in base alle loro pos­sibilità materiali. Questo induce la maggior parte delle persone a filtrare la propria immagine di sé attraverso le possibilità finanzia­rie delle quali dispone. In psico­logia si parlerebbe di processo dell’autostima fondato sugli ave­ri. Ora è ben evidente che il rag­giungimento della ricchezza è un sogno poliedrico. La ricchezza, per un cittadino sub-sahariano, è poter approdare sulle coste eu­ropee; per un cittadino emigra­to, ma già residente in Europa, è quello di garantire ai propri figli
studi superiori; per un cittadino europeo, invece, è quello di man­tenere, inalterato, il benessere e lo status sociale acquisiti. In tut­ti questi casi l’impossibilità di rea­lizzare il sogno crea insicurezza. L’insicurezza crea tensioni, insta­bilità, violenza, aggressività. C’è chi esprime tutto ciò con atteg­giamenti autodistruttivi (dipen­denze da droga, alcool, medica­menti) o distruttivi degli altri:ag­gressività verbale, politica, fisica. Quest’aggressività esplode anche laddove meno te lo aspetti e in forme spesso choccanti. Risulta­to? Il cittadino si sente minaccia­to
Il PG Bruno Balestra
Il rispetto passa at­traverso la responsa­bilità di ognuno. La Giustizia, può solo applicare le leggi vo­lute da tutti

– dagli altri – e chiede prote­zione – allo Stato e per esso alla Polizia e alla Magistratura –».

Un serpente che si mangia la coda?

« No, semplicemente l’incapaci­tà di chiamare le cose con il loro nome e quindi d’intervenire al­l’origine del problema. So di ri­petere cose che ho già detto, ma… a volte mi chiedo se il cittadino si rende conto che le denunce, al Ministero pubblico, oggi giungo­no anche perché tra vicini di ca­sa si è passati alle maniere forti dandosi dell’illustrissimo. Un tempo questi “reati” erano di competenza del giudice di pace. Ora non sarà più possibile, e, nel frattempo, altri reati sollecitano vieppiù l’intervento di Polizia e Magistratura: lo spaccio e il con­sumo di sostanze stupefacenti; i reati finanziari; la criminalità in­formatica. La risposta non può essere solo quella della repres­sione dell’atto criminale».

E quale dovrebbe essere?

«Potrebbe essere quella di indi­viduare nell’incapacità di man­tenere il passo con i tempi che cambiano velocemente, una del­le maggiori fonti di insicurezza per la popolazione. Quello che penso sia importante fare è co­munque non confondere insicu­rezza con incertezza. L’incertezza accompagna la nostra cultura da sempre – “chi vuol esser lieto sia di doman non v’è certezza” dice­va già Lorenzo il Magnifico –. È ben chiaro che i grandi e profon­di
cambiamenti che stiamo vi­vendo, portino ad accrescere e a rinvigorire l’incertezza. Da qui al­la percezione di uno stato genera­le di insicurezza che produce il conseguente bisogno di maggio­re sicurezza, il passo è breve. Pen­so, sinceramente, che la garanzia di sicurezza possa essere garanti­ta – date queste premesse – da un solido impianto educativo».
Anche lei con la tesi che la scuola ha grandi responsabilità?

«No. Ho detto – e ribadisco – im­pianto educativo. Significa che sto pensando sì alla scuola, ma anche alla famiglia e alle perso­ne adulte con le quali i più giova­ni entrano in relazione. Il proble­ma, semmai, è sapere se, nella nostra società, ci sono ancora persone adulte, in grado di forni­re esempi positivi o se, invece, la nostra società ha fagocitato tutto in una massa che, compatta, è at­tratta solo dal sogno dell’avere. Una massa di individui che vivo­no solo l’oggi, dicendosi convin­ti dell’impossibilità di pianificare il futuro, di costruirlo e che poi, quando si trovano soli a pensare al domani, s’impauriscono fino a diventare ossessionati dal biso­gno di sicurezza».

Procuratore Balestra, cos’è, per lei, la sicurezza?

«È quello che una persona o una società è. La sicurezza è saper af­frontare la realtà delle cose o dei cambiamenti nella consapevolez­za che i valori che costituiscono
ciò che si è – come individui o co­me società – non ce li porta via nes­suno. La sicurezza è dunque con­sapevolezza di sé attraverso la quale definire e progettare nuovi modi per confrontarci con questa realtà in costante e veloce muta­mento, ma soprattutto con gli al­tri che, non dimentichiamolo, co­m­e noi stanno vivendo quest’epo­ca di importanti mutamenti. È con gli altri elementi – di questa nostra micro-società o di quella più va­sta, globale e globalizzata – che si può costruire un futuro reale di persone sicure perché libere».
La realtà ci dice però che le persone sono sempre più ripiegate su se stes­se e spesso la violenza è l’unico mez­zo di confronto praticato. Inevitabile pensare a Polizia e Magistratura co­me ad argini, a punti di riferimento…

«Senta, non molti anni fa, Polizia e Magistratura erano confrontati con episodi di violenza molto gra­vi: rapine con sparatorie, seque­stri di persona, omicidi. Questi casi sono diminuiti (e lo dicono le statistiche). Posso assicurarle che tale diminuzione non ha avu­to luogo solo a seguito degli in­terventi di Polizia e Magistratu­ra, ma anche per un semplice cal­colo fondato su rischio e profitto. Questi crimini sono risultati, con il passare degli anni, antiecono­mici per i loro autori che pertan­to si sono orientati su nuove for­me di delinquenza, quelle di cui dicevamo poco fa:spaccio di dro­ga, truffe finanziarie, criminalità informatica. Pensare a ricette standard per la sicurezza che fac­ciano capo solo ad interventi re­pressivi è, oggi più che mai, una chimera controproducente».

Lo Stato, i Comuni, sono però chia­mati dai cittadini a dare delle rispo­ste rapide e concrete alle richieste di maggiore sicurezza. La Giustizia può sottrarsi ai suoi compiti?

«No, certamente no. È, come le dicevo prima, un elemento im­portante della società ed è chia­mata a funzionare correttamente. Dev’essere però chiaro che l’effi­cacia del suo intervento è subor­dinata al buon funzionamento di tutti gli elementi che costituisco­no il corpo sociale. La Giustizia, come lo Stato, come i Comuni, è confrontata con le situazioni di paure spesso enfatizzate, con aspettative e giudizi emotivi me­diatizzati, con la richiesta, da par­te dei singoli, di diritti spropor­zionati in rapporto ai doveri con­cretamente praticati. Il rispetto passa attraverso la responsabili­tà di ognuno. La Giustizia, non lo si dimentichi, può solo applica­re le leggi volute da tutti».

Matilde Casasopra






 

 

Il Consiglio della magistratura ‘attende gli sviluppi del caso’
Vicenda Zali, il giudice sotto inchiesta ha deciso di non celebrare processi durante questo mese Il difensore:‘È innocente e conto di chiarire la sua posizione nei prossimi giorni con la Procura’


Nessun provvedimento disciplinare per ora nei confronti del giudice
Clau­dio Zali, a carico del quale mercoledì scorso il Ministero pubblico ha promos­so l’accusa per appropriazione sempli­ce (titolare dell’inchiesta il procuratore generale Bruno Balestra) in relazione alla vicenda di una parte dell’inventa­rio di un piccolo ristorante luganese. Per il momento dunque niente sospen­sione cautelare. Il Consiglio della magi­stratura (Cdm), l’organo che vigila sul­l’operato delle toghe, ha in pratica deci­so di non decidere. O meglio, di attende­re gli sviluppi del caso. Lo ha stabilito dopo aver sentito, venerdì, il giudice sotto inchiesta alla presenza del suo di­fensore, l’avvocato John Noseda.
«
Nel corso di tale audizione il magi­strato si è detto sicuro di riuscire, grazie all’intervento del suo patrocinatore, a chiarire la sua posizione con il Ministero pubblico, in un incontro previsto per i prossimi giorni – si legge nel comunica­to diffuso ieri dal Cdm presieduto dalla giudice Giovanna Roggero-Will –.
Considerato che il magistrato, nell’inte­resse della giustizia, si è dichiarato di­sposto a non celebrare processi per tutto il mese di marzo, il Consiglio della magi­stratura ha deciso di attendere l’esito del previsto incontro con il Procuratore ge­nerale e, nell’ambito delle sue incomben­ze, seguirà con attenzione gli sviluppi del caso
». Zali ha quindi deciso di non pre­siedere questo mese processi: conti­nuerà comunque a svolgere le altre mansioni derivanti dalla propria atti­vità in seno al Tribunale penale canto­nale.
Le indagini preliminari su di lui era­no scattate nel gennaio di quest’anno dopo che una sua amica era stata rag­giunta, il mese prima, da un decreto d’accusa per appropriazione indebita. Era stata denunciata nel settembre 2006 da un’altra donna che rivendicava alcu­ni oggetti dell’inventario di un eserci­zio pubblico che la conoscente del giudi­ce aveva acquistato dalla precedente ge­rente. Interrogata dal pp Arturo Garzo­ni, la denunciata aveva fatto a un certo punto il nome di Zali, che le aveva pre­stato consulenza nella vertenza sull’in­ventario successivamente sfociata nel­la querela. Una pena pecuniaria sospe­sa con la condizionale: questa la propo­sta contenuta nel decreto d’accusa inti­mato lo scorso dicembre all’amica del magistrato, decreto cui la donna ha fat­to opposizione. Nel frattempo c’è stata, terminata l’assunzione delle informa­zioni preliminari, la promozione del­l’accusa nei confronti di Zali. Appro­priazione semplice è il reato ipotizzato. Zali ha sostenuto (vedi il suo memoria­le d’inizio febbraio) e sostiene di aver agito in maniera corretta e in buona fede e pertanto di non aver commesso alcun reato.
Il magistrato ha affidato la propria di­fesa come detto all’avvocato John Nose­da. «
Ho accettato il mandato di patroci­nare il giudice Zali dopo aver preso cono­scenza degli atti e aver raggiunto il con­vincimento assoluto della sua innocenza e dell’infondatezza dell’accusa che viene ipotizzata. Spero di conseguenza di po­ter chiarire la posizione del mio patroci­nato nei prossimi giorni », afferma Nose­da interpellato dalla ‘Regione Ticino’. Il difensore del giudice d’Appello non ag­giunge altro « per rispetto delle autorità giudiziarie che si stanno occupando del caso ». Nei prossimi giorni quindi si do­vrebbe saperne di più. RED.




TI- PRESS
Il giudice Claudio Zali

Da: La regione, 4.3.08, pag 3

 Da: La regione, 29.02.08, pagina 19

 

‘Riesaminate il mio caso giudiziario’


Ex postino condannato per il furto di due postcard si professa innocente e dopo la riapertura delle indagini chiede giustizia

Si professa innocente da sette anni. Innocente dal giorno del suo arresto avvenuto il 16 maggio 2001.
« Quando alla fine del processo ho sen­tito la parola colpevole mi sono senti­to crollare il mondo addosso » .
E oggi non si stanca di ripetere la sua estraneità ad una vicenda che lo assilla quotidianamente. Soprattutto dopo un colpo di scena intervenuto il 13 settembre 2005, quattro anni dopo il processo, con la riapertura delle indagini – un’autentica rarità – in se­guito all’interrogatorio del suo ex collega di lavoro che con il caso po­trebbe c’entrare a tal punto ( valga naturalmente la presunzione d’inno­cenza) da scagionarlo completamen­te o perlomeno da sottoporlo a un nuovo giudizio che potrebbe indurre i giudici a ripensare al basilare prin­cipio in dubio pro reo e ottenere così il proscioglimento.
Il particolare caso giudiziario in esame potrebbe infatti imboccare una via inedita: la difesa si dice in­fatti pronta a richiedere alla Cassa­zione la revisione del processo in virtù dell’articolo 397 del codice pe­nale che si applica nel caso in cui «
esistano fatti o mezzi di prova rile­vanti che non erano noti al giudice pe­nale nel primo processo » .
Ed è quanto potrebbe valere per questa singolarissima vicenda giudi­ziaria. Protagonista è un ex dipen­dente della Posta, 50 anni, luganese. Addetto alla distribuzione delle let­tere, l’uomo il 16 maggio 2001 viene arrestato ( trascorrerà otto giorni di
carcere) perché accusato dal procu­ratore pubblico Antonio Perugini di aver rubato due postcard ( e relativi codici ‘ pin’) sottraendole da lettere raccomandate destinate a uno dei tanti clienti del giro di distribuzione. I sospetti degli inquirenti ricadono sul 50enne, perché portano alla sco­perta che tra i prelievi al Postomat compiuti con la carta rubata ( in tota­le sei, di cui uno tentato, per un tota­le di tremila franchi) ne figura uno avvenuto esattamente 40 secondi pri­ma di un altro prelevamento effet­tuato dallo stesso apparecchio auto­matico da parte del 50enne con la sua personale carta postale.
Secondo gli inquirenti, dunque, l’ex postino avrebbe utilizzato ad uno stesso Postomat dapprima la postcard rubata e poi la propria.
«Sarei un paz­zo se facessi una cosa simile» – ribadi­sce a sua discolpa l’ex funzionario po­stale. Eppure a mente della giudice Agnese Balestra- Bianchi, presidente delle Assise Correzionali che aveva processato l’uomo, questo asserito ‘ depistaggio’ delle prove costituisce uno degli elementi portanti della sen­tenza di condanna. Al termine di un processo indiziario, in bilico fra asso­luzione e condanna e conclusosi a tar­da sera, all’uomo vengono inflitti 7 mesi di detenzione posti al beneficio della sospensione condizionale per un periodo di prova di due anni per i reati di ripetuto furto, ripetuto abuso di un impianto per l’elaborazione di dati e ripetuta violazione del segreto postale.
Il ricorso ad ogni istanza Fine della vicenda? Nient’affatto. L’ex postino prosegue la sua perso­nale battaglia giudiziaria ( nel frat­tempo sarà costretto a dimettersi dalla Posta dopo 26 anni di servizio, cadrà in depressione e finirà al be­neficio di una rendita di invalidità) ricorrendo contro la sentenza di condanna dapprima in Cassazione, poi al Tribunale federale e richie­derà inoltre la revisione del proces­so. Tutte istanze che si vedrà respin­gere.
La svolta, o presunta tale, avviene dopo un ennesimo appello alla giu­stizia che viene raccolto dal com­missario di polizia Bruno Ongaro, il quale convoca in ufficio l’ex postino per ascoltare la sua vicenda giudi­ziaria.
Risultato?
‘C’è qualcosa di strano’

L’inquirente conclude il colloquio con un
«c’è qualcosa di strano in que­sta inchiesta» e fa riaprire le indagini. La stranezza risiederebbe nell’agire dell’ex collega di lavoro del 50enne ( con il quale divideva il turno di di­stribuzione delle lettere) che di fronte al commissario di polizia ha ammes­so di aver ritoccato, sul libretto delle raccomandate, un codice che accom­pagnava proprio una delle lettere spa­rite contenenti una delle due carte di credito rubate.
Ora la nuova indagine che dovreb­be istruire questi nuovi, e forse, cru­ciali elementi che potrebbero addirit­tura ribaltare la posizione del 50enne, si trova davanti al Ministero pubbli­co. Una nuova indagine che tuttavia, da quel 13 settembre 2005 ( cioè da quasi due anni e mezzo) non accenna ad avanzare, lasciando nel limbo l’ex postino, il quale da sette anni non si stanca di professare la propria inno­cenza e chiede che il suo caso giudi­ziario sia riesaminato.
G.G.




Un ‘giallo’ irrisolto il caso dell’ex postino condannato sette anni fa?
TI- PRESS

 

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