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Da: La Regione, 20.02.2008, pagina 15

 

Sui manifesti Udc in Argovia deciderà il Tf


Sotto accusa i cartelloni con la scritta ‘Aarau o Ankara’

Aarau – Anche il Tribunale federale (Tf) si dovrà occupare della denuncia per violazione della norma antirazzismo sporta nel canton Argovia contro i mani­festi elettorali di Andreas Glarner, can­didato Udc alle ultime elezioni federali non eletto in Consiglio nazionale. I due privati all'origine della denuncia hanno deciso di ricorrere al Tf contro l'archi­viazione decisa dalla magistratura argo­viese.
La notizia, anticipata ieri dall’Argauer
Zeitung, è stata confermata da uno degli autori della denuncia, secondo il quale « esistono dubbi sufficienti per giustificare un'incriminazione per discriminazione razziale ».
I manifesti in questione raffiguravano una donna musulmana col volto coperto da un velo ed una scritta che a seconda del luogo di affissione riportava la scrit­ta:
‘Aarau o Ankara?’ oppure ‘Baden o Bagah?’.
Il ministero pubblico argoviese aveva archiviato la denuncia lo scorso mese di novembre, sostenendo che il candidato Udc non ha discriminato la religione musulmana, ma si è limitato ad esprime­re in un contesto democratico la sua con­vinzione
politica. In gennaio la decisione è stata confer­mata dalla camera dei ricorsi del Tribu­nale d'appello, il quale ha tuttavia messo in evidenza un elemento a suo avviso « problematico »: i manifesti suggerivano che « nel canton Argovia regna una sensa­zione di disagio causata dalla presenza di persone di religione islamica ». Simili af­fermazioni, pur non essendo discrimina­torie ai sensi della legge, hanno comun­que un contenuto « sprezzante », aveva sottolineato il Tribunale d'appello.

 

Da: Il Corriere del Ticino,20.02.2008, pagina 16

 

Nessun abuso d’autorità
Assolto un ex agente di custodia della Stampa


L’uomo aveva introdotto in carcere due ricariche telefo­niche per cellulare – Per il giudice si tratta di violazione di servizio sanzionabile soltanto a livello amministrativo


Per il giudice non ha commes­so un abuso d’autorità, semmai una violazione di servizio, san­zionabile solo a livello ammini­strativo. Cosa che però lo Stato non ha fatto. L’imputato, un ex agente di custodia di 32 anni del penitenziario della Stampa, è sta­to così assolto ieri dal giudice del­la Pretura penale Giovanni Ce­lio.
L’uomo, che si era opposto al decreto d’accusa che proponeva per lui 90 giorni di detenzione so­spesi, era finito in carcere nel di­cembre 2005, nell’ambito di un’inchiesta condotta dal procu­ratore generale Bruno Balestra per avere introdotto in carcere due ricariche per telefoni cellu­lari ed averle consegnate ad un detenuto, ospite di una sezione chiusa, Milko Frattini. L’ex agen­teaveva trascorsounaventinadi giorni di carcere preventivo, so­stenendo sempre di aver dato se­guito alle richieste del detenuto solo perché impietosito da que­st’ultimo che, avendo un familia­re gravemente ammalato, voleva telefonare quotidianamente. L’imputato ignorava però che del telefonino se ne sarebbero servi­ti altri detenuti, in particolare un presunto esponente della ‘ndran­gheta calabrese che, chiamando i famigliari su una linea sotto con­trollata dalla polizia, aveva fatto emergere tutta la vicenda. Ma l’inchiesta che inizialmente pa­reva aver sollevato il sipario su collegamenti pericolosi con la cri­minalità organizzata, si era sgon­fiata velocemente. Il 32.enne ave­va ammesso le proprie responsa­bilità per non aver segnalato la presenza di un telefonino nelle mani di un detenuto. Fuori luo­go quindi parlare di funzionario corrotto che vuole sviare la giu­stizia, ha ribadito il difensore av­vocato Tuto Rossi, ricordando ol­tretutto che l’apparecchio telefo­nico circolava nel carcere molto prima che l’ex agente se ne accor­gesse e di regola le ricariche ve­nivano ottenute semplicemente via SMS. Rossi ha chiesto l’asso­luzione per il proprio assistito, perché non ha mai abusato del potere conferitogli dallo Stato. Al­l’epoca responsabile della tipo­grafia del penitenziario cantona­le della Stampa, il funzionario non aveva nessuna mansione di controllo di ciò che entrava o usciva dal carcere. Avrebbe do­vuto segnalare l’irregolarità, ma questo – ha ribadito il legale – può essere solo considerato un pec­cato veniale, una semplice viola­zione dei doveri di servizio che oltretutto non è stata seguita da nessuna sanzione amministrati­va. Considerazioni poi piena­mente accolte dal giudice. -gr-

 

Da: La Regione, 20.02.2008, pagina 27 

 

Assolto l’ex agente di custodia
Consegnò ricariche telefoniche al plurirecidivo Milko Frattini Non ci fu abuso di autorità, si trattò semmai di una violazione


Si è trattato semmai di una violazione dei doveri di servi­zio, ma non di abuso di auto­rità.
Questa, in estrema sintesi, la motivazione del verdetto di assoluzione pronunciato nella serata di ieri dal giudice Gio­vanni Celio della Pretura pe­nale di Bellinzona nei confron­ti dell’ex agente di custodia e responsabile della sezione la­vorativa di tipografia del peni­tenziario cantonale, arrestato il 23 dicembre 2005 per aver consegnato, un mese prima, due ricariche telefoniche per il cellulare ad un detenuto plu­rirecidivo: Milko Frattini, che nel maggio di quello stesso anno aveva collezionato la sua
ennesima condanna per furti e rapine a 6 anni di detenzione. Il caso aveva suscitato l’al­larme degli inquirenti dopo una segnalazione del Ministe­ro pubblico della Confedera­zione, il quale aveva ricevuto la notizia di un’intercettazio­ne telefonica, proprio su quel­la utenza telefonica in uso a Frattini e ad altri pericolosi detenuti, proveniente dalla Procura antimafia di Crotone. Partì dunque una perquisizio­ne a tappeto all’interno del carcere, che si concluse con l’arresto dell’ex capo arte, 31 anni, poi condannato con de­creto d’accusa per ripetuto abuso di autorità dal procura­tore generale Bruno Balestra, titolare dell’inchiesta, a 90 giorni con il beneficio della so­spensione condizionale per due anni.
Una condanna ritenuta inaccettabile dall’ex secondi­no che ha dunque ricorso. Ieri, il processo davanti alla Pretu­ra penale. Il 31enne ha ammes­so di aver sbagliato e di aver compiuto due errori: il primo, quello di non aver segnalato alla direzione del carcere che Frattini era in possesso di un telefonino cellulare; e, il se­condo, quello di aver conse­gnato al detenuto in due occa­sioni una ricarica per il cellu­lare. L’ex agente di custodia, che si occupava della gestione di un atelier di tipografia al­l’interno
del penitenziario cantonale, ha spiegato ieri di essersi impietosito per le paro­le di Frattini, il quale aveva raccontato della moglie grave­mente ammalata di leucemia e, per favorire i contatti con la donna, il 31enne ha accettato di fornire al detenuto telefoni­no e ricariche. « Il reato di ripe­tuto abuso di autorità non si è configurato » – ha sottolineato nella sua arringa difensiva l’avvocato del 31enne, Tuto Rossi. Che ha aggiunto come l’ex capo arte non abbia eserci­tato coazione o abusato del proprio potere. Inoltre, secon­do il legale, significativo è an­che il fatto che l’ex agente di custodia sia stato stipendiato fino a sei mesi dopo il suo ar­resto ( il 31enne ha poi deciso di comune accordo con l’auto­rità cantonale di dimettersi dal suo incarico).
La tesi difensiva è stata ac­colta dal giudice Giovanni Ce­lio che ha dunque pronunciato la sentenza di assoluzione. « Quello di abuso di autorità è
un reato difficile, raro e sul quale c’è poca giurispruden­za » – ha detto il giudice moti­vando il verdetto e spiegando che il reato s’è concretizzato solo a metà e che l’imputato, nel suo agire, non ha abusato di nessun potere conferitogli dalla sua funzione professio­nale.
G. G.

 

Da: Il Caffé della domenica, 11.11.2007

L’inchiesta penale su una villa pagata con 2,5 milioni di franchi sottobanco

di Libero D'Agostino

La vicenda La disavventura giudiziaria di una luganese per una vendita taroccata

Quel 13 maggio del 2005, firmato il rogito del notaio, l’intraprendente signora Carole (il nome è di fantasia) pensava di aver fatto un ottimo affare. Ufficialmente aveva venduto la sua bella villa luganese per sei milioni e mezzo, altri due e mezzo li aveva intascati a parte, ovviamente ed esentasse. Giusto due anni dopo, su quell’atto di vendita il ministero pubblico ha aperto un procedimento penale per truffa, amministrazione infedele e conseguimento fraudolento di falsa attestazione. Una vicenda che la dice lunga sul ballo in nero di terreni e mattoni.
Si lavora, si compra, si vende, e spesso il colore dei soldi è nero. Alla regola tacita dell’economia occulta, non sfuggono di certo le compravendite d’immobili che in questi ultimi anni in Ticino hanno toccato cifre record.
Che non si tratti di poche centinaia di migliaia di franchi incassati sotto banco, lo dimostra la storia della signora Carol che, oltre al fisco, voleva anche fregare il marito da cui stava divorziando. Dall’inchiesta condotta dal procuratore pubblico Arturo Garzoni è risultato che il prezzo realmente pattuito della villa a Castagnola, era di almeno di nove milioni e non di sei e mezzo come registrato nel rogito. Per questo il procuratore Garzoni ha ordinato immediatamente la confisca dei beni della signora che si è ritrovata con i soldi in banca bloccati e sulle spalle accuse non da poco.
Nella disavventura giudiziaria dell’intraprendente Carol c’è anche un significativo scorcio del volto nascosto del reddito cantonale, quello esentasse di grandi e piccole cessioni di case, appartamenti, ville e terreni, che si concludono con una firma ufficiale davanti al notaio e una strizzata d’occhio tra le parti. Se si pensa che solo nel biennio 2003-2004, il volume delle transazioni d’immobili ha toccato i 2,5 miliardi di franchi, uno dei massimi storici dal 1990, si vede subito quanto grasso possa essere il giro in nero e quanto denaro sia stato, magari, sottratto anche all’erario pubblico.
Carol è però scivolata su un matrimonio andato a male, di quelli che finiscono con un divorzio in cui calcolatrice alla mano si stima tutto al millesimo dai mobili agli immobili. Quei due milioni e mezzo voleva soffiarli al marito in barba alla convenzione del divorzio firmata nel marzo del 2004, ma anche al fisco ticinese eludendo, come ha sottolineato il ministero pubblico, la tassa sull’utile immobiliare, quella d’iscrizione al registro fondiario e la tassa di bollo. Bei soldini. Un caso isolato? Poco probabile. Non esistono, purtroppo, stime precise di questa possibile elusione fiscale, né tantomeno del nero che circola nelle compravendite. Ci sono, però, delle possibili piste per intravedere quanto meno le dimensioni del fenomeno.
Grazie ai bassi tassi d’interesse dal 2003 l’edilizia privata ha costruito appartamenti per oltre 1,4 miliardi di franchi all’anno. Quanto nell’acquisto dei terrreni e nelle vendite delle case è stato regolarmente dichiarato al fisco? Che molti dei soldi dovuti all’erario prendano altre vie, lo dimostrano i sbalorditivi incassi dell’amministia fiscale per gli eredi decisa dal cantone nel lontano 1987. Allora il condono in soli tre anni portò alla luce un miliardo di capitali sottratti all’erario dalle persone morte tra l’87 e il 2000. Gruzzoli frutto anche di beni immobili abilmente mobilizzati in nero.


Da: Il caffé della domenica, 04.02.2007

La società / Quei genitori e figli in balìa della legge

Redazione Caffè

Difficoltà economiche e privazione affettiva, l’altra faccia di divorzi e separazioni

Dopo gli articoli delle scorse settimane, su genitori ridotti sul lastrico dal divorzio e sulle difficoltà nel vedere i figli, sono arrivate in redazione decine di lettere di persone che stanno vivendo questi angosciosi problemi. Ecco due significative testimonianze di lacerazioni familiare e di privazione affettiva per i figli.

Lettera 1 Eleonora, madre disperata
“Da anni il mio ex marito non mi dà un centesimo”
“Ho due figli, 11 e 13 anni, due ragazzi sereni e bravi a scuola, nonostante un bagaglio emozionale travagliato. Sono venuti al mondo desiderati, dopo 3 anni di matrimonio. Quando ho scoperto che lui mi tradiva ho voluto separarmi. Ero molto innamorata di lui, ma non sopportando la situazione sono andata a vivere dai miei genitori e ho nominato un avvocato per il divorzio. Mentre ero dai miei, lui si è rifiutato di pagare tutti i miei conti, inclusa la cassa malati. Io non avevo mai lavorato dopo la nascita dei figli e mi sono ritrovata con più di 20mila franchi di debiti e quasi 11mila franchi di parcella dell’avvocato. Dal marzo 2002 al giugno di 2003 sono rimasta senza entrate e senza aver diritto all’assistenza sociale, poiché non eravamo ancora andati davanti al pretore. Adesso vivo con miei figli al piano di sopra di una casa e il mio ex marito al piano di sotto. Dal 2003 ad oggi, lui avrà preso i figli una decina di volte, mai nelle vacanze, mai per le feste. Malgrado sia stato condannato a pagarmi le spese extra e le pendenze, non ha mai versato un centesimo. Ho dovuto ricorrere all’aiuto dell’ associazione delle famiglie monoparentali e della Pro Juventute.
Certo non si può obbligare un padre a visitare e a voler bene ai propri figli, ma padri come il mio ex marito sono super tutelati dalla legge. Nessuno, invece, tutela i diritti dei bambini ad avere una vita serena. Ho presentato diversi documenti che attestano che lui, oltre allo stipendio di 6.500 franchi,ne guadagna altri 4.500 con il lavoro non dichiarato, quindi esentasse. Sono stata condannata a vivere sotto lo stesso tetto, subendo le più assurde angherie, come riscaldamento interrotto, elettricità tagliata per ben 3 giorni, e altro. Dove sono i miei diritti di cittadina? Da una parte, ci sono i documenti che comprovano le sue entrate esentasse, la proprietà della casa di circa 270m2; dall’altra una madre e due figli che devono ricorrere all’assegno integrativo dello Stato. È giustizia questa?
Aiutatemi a riavere la mia vita normale.

Lettera 2 Patrick, padre esasperato
“Ho due ore la settimana per vedere la mia bimba”
Nel 2003 è nata mia figlia, frutto di una relazione non coniugale durata solo 3 mesi. Saputo della gravidanza mi sono precipitato alla commissione tutoria, all’insaputa della madre, per chiedere cosa fare per il riconoscimento, che ho subito effettuato alla nascita della bimba. Il mio avvocato ha pure chiesto un incontro alla tutoria con la madre. Nel corso di questo incontro lei e il suo legale hanno sostenuto che la bambina non era mia. Dopo un mese circa, c’è stata una seconda riunione, in cui i due affermano, invece, che era mia figlia. Sono stati stabiliti immediatamente i contributi alimentari e i miei diritti di visita, fissati, dopo un altro mese circa, al punto d’incontro di Casa Santa Elisabetta, a Lugano: un’ora a settimana. Dopo qualche tempo, di comune accordo abbiamo deciso di vederci all’esterno, perché entrambi trovavamo inopportuno portare la bambina là. Per tre mesi circa siamo andati al parco tutti e tre insieme. Qualche tempo dopo le dico che vorrei stare un po’ da solo con la bimba. Mi risponde: “Te lo puoi scordare!!!”
Così ho deciso di tornare a casa Santa Elisabetta dove potevo incontrare mia figlia da solo. Da tre mesi a questa parte vedo mia figlia 2 ore e mezza a settimana. Ed è una vera delusione, perché ogni volta che la vedo ci metto 20 minuti a ricostruire il piccolo rapporto che abbiamo tra di noi. Se siamo da soli mi chiama papà, ma appena vede la mamma mi chiama Patrick, perchè persino davanti a me lei la sgrida se mi chiama papà.
Tre anni fa la madre ha firmato una convenzione dove era imposto il mio diritto di visita per un week-end su due a partire dal terzo anno di età della bimba. La piccola il 30 ottobre ha compiuto 3 anni, ma non è cambiato nulla. Nel luglio scorso ho comunicato alla responsabile di Casa Santa Elisabetta la decisione della tutoria di 3 anni prima. Mi hanno risposto che dovevamo parlarne con la madre. Lei ha minacciato di far intervenire il legale, il quale si è anche arrabbiato quando ha saputo che vedevo mia figlia da solo, senza avvisarlo. Mi chiedo cosa devo fare per vedere mia figlia qualche ora in più? Non ho più un franco per gli avvocati, mentre lei ha l’assistenza giudiziaria. Eppure è un mio diritto, scritto nero su bianco, firmato dalla tutoria, dalla madre e da me. Non capisco la tutoria, chiamo una volta al mese come minimo, e mi sento sempre rispondere che non possono fare niente. Ma allora a chi mi devo rivolgere? Non so più cosa fare. Da oltre 3 anni lotto per una cosa che non cambia mai, ma l’amore che provo per mia figlia è troppo grande per fermarmi.

Da: La Regione, 19.02.2008, pagina 40

Una vita sotto i ferri


Brindisi – In seguito ad una terapia sbagliata, una donna italiana di 43 anni ha subito oltre 500 interventi chirurgici e ora vive solo grazie alle costanti cure dell’ospedale dov’è ricoverata.
Venti anni fa, era stata sottoposta ad una radar terapia. Una dose er­rata di radio le ha provocato una radiodermite che indurisce la cute dalla zona ombelicale ai piedi. Così, per far abbassare la temperatura corporea (che sale fino a 42 gradi) la paziente, che ha il corpo fasciato dalla vita in giù, dev’essere ogni volta operata per rimuovere la cute. Da allora, tranne un intervallo durato dieci anni, la donna ha subito più di 500 interventi chirurgici con anestesia totale.

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