Da: La Regione, 20.02.2008, pagina 15
Sui manifesti Udc in Argovia deciderà il Tf
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Da: La Regione, 20.02.2008, pagina 15
Sui manifesti Udc in Argovia deciderà il Tf
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Da: Il Corriere del Ticino,20.02.2008, pagina 16
Nessun abuso d’autorità
Assolto un ex agente di custodia della Stampa
L’uomo aveva introdotto in carcere due ricariche telefoniche
per cellulare – Per il giudice si tratta di violazione di servizio
sanzionabile soltanto a livello amministrativo
Per il giudice non ha commesso un abuso d’autorità, semmai una
violazione di servizio, sanzionabile solo a livello amministrativo.
Cosa che però lo Stato non ha fatto. L’imputato, un ex agente di
custodia di 32 anni del penitenziario della Stampa, è stato così
assolto ieri dal giudice della Pretura penale
Giovanni Celio.
L’uomo, che si era opposto al decreto d’accusa che proponeva per lui 90
giorni di detenzione sospesi, era finito in carcere nel dicembre
2005, nell’ambito di un’inchiesta condotta dal procuratore generale
Bruno Balestra per avere introdotto in carcere due ricariche per
telefoni cellulari ed averle consegnate ad un detenuto, ospite di una
sezione chiusa, Milko Frattini. L’ex agenteaveva trascorsounaventinadi
giorni di carcere preventivo, sostenendo sempre di aver dato seguito
alle richieste del detenuto solo perché impietosito da quest’ultimo
che, avendo un familiare gravemente ammalato, voleva telefonare
quotidianamente. L’imputato ignorava però che del telefonino se ne
sarebbero serviti altri detenuti, in particolare un presunto esponente
della ‘ndrangheta calabrese che, chiamando i famigliari su una linea
sotto controllata dalla polizia, aveva fatto emergere tutta la
vicenda. Ma l’inchiesta che inizialmente pareva aver sollevato il
sipario su collegamenti pericolosi con la criminalità organizzata, si
era sgonfiata velocemente. Il 32.enne aveva ammesso le proprie
responsabilità per non aver segnalato la presenza di un telefonino
nelle
mani di un detenuto. Fuori luogo quindi parlare di funzionario
corrotto che vuole sviare la giustizia, ha ribadito il difensore
avvocato Tuto Rossi, ricordando oltretutto che l’apparecchio
telefonico circolava nel carcere molto prima che l’ex agente se ne
accorgesse e di regola le ricariche venivano ottenute semplicemente
via SMS. Rossi ha chiesto l’assoluzione per il proprio assistito,
perché non ha mai abusato del potere conferitogli dallo Stato.
All’epoca responsabile della tipografia del penitenziario cantonale
della Stampa, il funzionario non aveva nessuna mansione di controllo di
ciò che entrava o usciva dal carcere. Avrebbe dovuto segnalare
l’irregolarità, ma questo – ha ribadito il legale – può essere solo
considerato un peccato veniale, una semplice violazione dei doveri di
servizio che oltretutto non è stata seguita da nessuna sanzione
amministrativa. Considerazioni poi pienamente accolte dal giudice.
-gr-
Da: La Regione, 20.02.2008, pagina 27
Assolto l’ex agente di custodia
Consegnò ricariche telefoniche al plurirecidivo Milko Frattini Non ci fu abuso di autorità, si trattò semmai di una violazione
Si è trattato semmai di una violazione dei doveri di servizio, ma non di abuso di autorità.
Questa, in estrema sintesi, la motivazione del verdetto di assoluzione
pronunciato nella serata di ieri dal giudice Giovanni Celio della
Pretura penale di Bellinzona nei confronti dell’ex agente di custodia
e responsabile della sezione lavorativa di tipografia del
penitenziario cantonale, arrestato il 23 dicembre 2005 per aver
consegnato, un mese prima, due ricariche telefoniche per il cellulare
ad un detenuto plurirecidivo: Milko Frattini, che nel maggio di quello
stesso anno aveva collezionato la sua
ennesima condanna per furti e rapine a 6 anni di detenzione. Il caso
aveva suscitato l’allarme degli inquirenti dopo una segnalazione del
Ministero pubblico della Confederazione, il quale aveva ricevuto la
notizia di un’intercettazione telefonica, proprio su quella utenza
telefonica in uso a Frattini e ad altri pericolosi detenuti,
proveniente dalla Procura antimafia di Crotone. Partì dunque una
perquisizione a tappeto all’interno del carcere, che si concluse con
l’arresto dell’ex capo arte, 31 anni, poi condannato con decreto
d’accusa per ripetuto abuso di autorità dal procuratore generale Bruno
Balestra,
titolare dell’inchiesta, a 90 giorni con il beneficio della sospensione condizionale per due anni.
Una condanna ritenuta inaccettabile dall’ex secondino che ha dunque
ricorso. Ieri, il processo davanti alla Pretura penale. Il 31enne ha
ammesso di aver sbagliato e di aver compiuto due errori: il primo,
quello di non aver segnalato alla direzione del carcere che Frattini
era in possesso di un telefonino cellulare; e, il secondo, quello di
aver consegnato al detenuto in due occasioni una ricarica per il
cellulare. L’ex agente di custodia, che si occupava della gestione di
un atelier di tipografia all’interno
del penitenziario cantonale, ha spiegato ieri di essersi impietosito
per le parole di Frattini, il quale aveva raccontato della moglie
gravemente ammalata di leucemia e, per favorire i contatti con la
donna, il 31enne ha accettato di fornire al detenuto telefonino e
ricariche. « Il reato di ripetuto abuso di autorità non si è
configurato » – ha sottolineato nella sua arringa difensiva l’avvocato
del 31enne, Tuto Rossi. Che ha aggiunto come l’ex capo arte non abbia
esercitato coazione o abusato del proprio potere. Inoltre, secondo il
legale, significativo è anche il fatto che l’ex agente di custodia sia
stato stipendiato
fino a sei mesi dopo il suo arresto ( il 31enne ha poi deciso di
comune accordo con l’autorità cantonale di dimettersi dal suo
incarico).
La tesi difensiva è stata accolta dal giudice Giovanni Celio che ha
dunque pronunciato la sentenza di assoluzione. « Quello di abuso di
autorità è
un reato difficile, raro e sul quale c’è poca giurisprudenza » – ha
detto il giudice motivando il verdetto e spiegando che il reato s’è
concretizzato solo a metà e che l’imputato, nel suo agire, non ha
abusato di nessun potere conferitogli dalla sua funzione professionale.
G. G.
Da: Il Caffé della domenica, 11.11.2007
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L’inchiesta penale su una villa pagata con 2,5 milioni di franchi sottobanco |
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| La vicenda La disavventura giudiziaria di una luganese per una vendita taroccata |
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Quel 13 maggio del 2005, firmato il rogito del notaio, l’intraprendente signora Carole (il nome è di fantasia) pensava di aver fatto un ottimo affare. Ufficialmente aveva venduto la sua bella villa luganese per sei milioni e mezzo, altri due e mezzo li aveva intascati a parte, ovviamente ed esentasse. Giusto due anni dopo, su quell’atto di vendita il ministero pubblico ha aperto un procedimento penale per truffa, amministrazione infedele e conseguimento fraudolento di falsa attestazione. Una vicenda che la dice lunga sul ballo in nero di terreni e mattoni. Si lavora, si compra, si vende, e spesso il colore dei soldi è nero. Alla regola tacita dell’economia occulta, non sfuggono di certo le compravendite d’immobili che in questi ultimi anni in Ticino hanno toccato cifre record. Che non si tratti di poche centinaia di migliaia di franchi incassati sotto banco, lo dimostra la storia della signora Carol che, oltre al fisco, voleva anche fregare il marito da cui stava divorziando. Dall’inchiesta condotta dal procuratore pubblico Arturo Garzoni è risultato che il prezzo realmente pattuito della villa a Castagnola, era di almeno di nove milioni e non di sei e mezzo come registrato nel rogito. Per questo il procuratore Garzoni ha ordinato immediatamente la confisca dei beni della signora che si è ritrovata con i soldi in banca bloccati e sulle spalle accuse non da poco. Nella disavventura giudiziaria dell’intraprendente Carol c’è anche un significativo scorcio del volto nascosto del reddito cantonale, quello esentasse di grandi e piccole cessioni di case, appartamenti, ville e terreni, che si concludono con una firma ufficiale davanti al notaio e una strizzata d’occhio tra le parti. Se si pensa che solo nel biennio 2003-2004, il volume delle transazioni d’immobili ha toccato i 2,5 miliardi di franchi, uno dei massimi storici dal 1990, si vede subito quanto grasso possa essere il giro in nero e quanto denaro sia stato, magari, sottratto anche all’erario pubblico. Carol è però scivolata su un matrimonio andato a male, di quelli che finiscono con un divorzio in cui calcolatrice alla mano si stima tutto al millesimo dai mobili agli immobili. Quei due milioni e mezzo voleva soffiarli al marito in barba alla convenzione del divorzio firmata nel marzo del 2004, ma anche al fisco ticinese eludendo, come ha sottolineato il ministero pubblico, la tassa sull’utile immobiliare, quella d’iscrizione al registro fondiario e la tassa di bollo. Bei soldini. Un caso isolato? Poco probabile. Non esistono, purtroppo, stime precise di questa possibile elusione fiscale, né tantomeno del nero che circola nelle compravendite. Ci sono, però, delle possibili piste per intravedere quanto meno le dimensioni del fenomeno. Grazie ai bassi tassi d’interesse dal 2003 l’edilizia privata ha costruito appartamenti per oltre 1,4 miliardi di franchi all’anno. Quanto nell’acquisto dei terrreni e nelle vendite delle case è stato regolarmente dichiarato al fisco? Che molti dei soldi dovuti all’erario prendano altre vie, lo dimostrano i sbalorditivi incassi dell’amministia fiscale per gli eredi decisa dal cantone nel lontano 1987. Allora il condono in soli tre anni portò alla luce un miliardo di capitali sottratti all’erario dalle persone morte tra l’87 e il 2000. Gruzzoli frutto anche di beni immobili abilmente mobilizzati in nero. |
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Da: Il caffé della domenica, 04.02.2007
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La società / Quei genitori e figli in balìa della legge |
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| Difficoltà economiche e privazione affettiva, l’altra faccia di divorzi e separazioni |
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Dopo gli articoli delle scorse settimane, su genitori ridotti sul lastrico dal divorzio e sulle difficoltà nel vedere i figli, sono arrivate in redazione decine di lettere di persone che stanno vivendo questi angosciosi problemi. Ecco due significative testimonianze di lacerazioni familiare e di privazione affettiva per i figli. Lettera 1 Eleonora, madre disperata “Da anni il mio ex marito non mi dà un centesimo” “Ho due figli, 11 e 13 anni, due ragazzi sereni e bravi a scuola, nonostante un bagaglio emozionale travagliato. Sono venuti al mondo desiderati, dopo 3 anni di matrimonio. Quando ho scoperto che lui mi tradiva ho voluto separarmi. Ero molto innamorata di lui, ma non sopportando la situazione sono andata a vivere dai miei genitori e ho nominato un avvocato per il divorzio. Mentre ero dai miei, lui si è rifiutato di pagare tutti i miei conti, inclusa la cassa malati. Io non avevo mai lavorato dopo la nascita dei figli e mi sono ritrovata con più di 20mila franchi di debiti e quasi 11mila franchi di parcella dell’avvocato. Dal marzo 2002 al giugno di 2003 sono rimasta senza entrate e senza aver diritto all’assistenza sociale, poiché non eravamo ancora andati davanti al pretore. Adesso vivo con miei figli al piano di sopra di una casa e il mio ex marito al piano di sotto. Dal 2003 ad oggi, lui avrà preso i figli una decina di volte, mai nelle vacanze, mai per le feste. Malgrado sia stato condannato a pagarmi le spese extra e le pendenze, non ha mai versato un centesimo. Ho dovuto ricorrere all’aiuto dell’ associazione delle famiglie monoparentali e della Pro Juventute. Certo non si può obbligare un padre a visitare e a voler bene ai propri figli, ma padri come il mio ex marito sono super tutelati dalla legge. Nessuno, invece, tutela i diritti dei bambini ad avere una vita serena. Ho presentato diversi documenti che attestano che lui, oltre allo stipendio di 6.500 franchi,ne guadagna altri 4.500 con il lavoro non dichiarato, quindi esentasse. Sono stata condannata a vivere sotto lo stesso tetto, subendo le più assurde angherie, come riscaldamento interrotto, elettricità tagliata per ben 3 giorni, e altro. Dove sono i miei diritti di cittadina? Da una parte, ci sono i documenti che comprovano le sue entrate esentasse, la proprietà della casa di circa 270m2; dall’altra una madre e due figli che devono ricorrere all’assegno integrativo dello Stato. È giustizia questa? Aiutatemi a riavere la mia vita normale. Lettera 2 Patrick, padre esasperato “Ho due ore la settimana per vedere la mia bimba” Nel 2003 è nata mia figlia, frutto di una relazione non coniugale durata solo 3 mesi. Saputo della gravidanza mi sono precipitato alla commissione tutoria, all’insaputa della madre, per chiedere cosa fare per il riconoscimento, che ho subito effettuato alla nascita della bimba. Il mio avvocato ha pure chiesto un incontro alla tutoria con la madre. Nel corso di questo incontro lei e il suo legale hanno sostenuto che la bambina non era mia. Dopo un mese circa, c’è stata una seconda riunione, in cui i due affermano, invece, che era mia figlia. Sono stati stabiliti immediatamente i contributi alimentari e i miei diritti di visita, fissati, dopo un altro mese circa, al punto d’incontro di Casa Santa Elisabetta, a Lugano: un’ora a settimana. Dopo qualche tempo, di comune accordo abbiamo deciso di vederci all’esterno, perché entrambi trovavamo inopportuno portare la bambina là. Per tre mesi circa siamo andati al parco tutti e tre insieme. Qualche tempo dopo le dico che vorrei stare un po’ da solo con la bimba. Mi risponde: “Te lo puoi scordare!!!” Così ho deciso di tornare a casa Santa Elisabetta dove potevo incontrare mia figlia da solo. Da tre mesi a questa parte vedo mia figlia 2 ore e mezza a settimana. Ed è una vera delusione, perché ogni volta che la vedo ci metto 20 minuti a ricostruire il piccolo rapporto che abbiamo tra di noi. Se siamo da soli mi chiama papà, ma appena vede la mamma mi chiama Patrick, perchè persino davanti a me lei la sgrida se mi chiama papà. Tre anni fa la madre ha firmato una convenzione dove era imposto il mio diritto di visita per un week-end su due a partire dal terzo anno di età della bimba. La piccola il 30 ottobre ha compiuto 3 anni, ma non è cambiato nulla. Nel luglio scorso ho comunicato alla responsabile di Casa Santa Elisabetta la decisione della tutoria di 3 anni prima. Mi hanno risposto che dovevamo parlarne con la madre. Lei ha minacciato di far intervenire il legale, il quale si è anche arrabbiato quando ha saputo che vedevo mia figlia da solo, senza avvisarlo. Mi chiedo cosa devo fare per vedere mia figlia qualche ora in più? Non ho più un franco per gli avvocati, mentre lei ha l’assistenza giudiziaria. Eppure è un mio diritto, scritto nero su bianco, firmato dalla tutoria, dalla madre e da me. Non capisco la tutoria, chiamo una volta al mese come minimo, e mi sento sempre rispondere che non possono fare niente. Ma allora a chi mi devo rivolgere? Non so più cosa fare. Da oltre 3 anni lotto per una cosa che non cambia mai, ma l’amore che provo per mia figlia è troppo grande per fermarmi. |
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Da: La Regione, 19.02.2008, pagina 40
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Movimento Papageno examines the legal and social impact of separation and divorce, with particular attention to the well-being of minors and shared parental responsibility.
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