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Da: Il Caffé della domenica, 28.01.2007

David / ‘Picchiato a sangue da mia moglie’

di Patrizia Guenzi

SION - Calci, pugni, graffi, morsi e frustate col battipanni. Non solo. Insulti, ingiurie, oltraggi e offese spesso peggiori delle botte stesse. Così per mesi e mesi. Fino a quando, nel luglio del 2005, la vittima dice basta. Non si ribella mai, non reagisce, ma chiede il divorzio. Dalla sua, la certezza di averle provate tutte e la sicurezza che, ormai, non ci sia più salvezza per quel matrimonio che sta andando a rotoli. Sin qui, una storia come tante. In fondo, unioni in cui uno dei due coniugi si trasforma in una sorta di “punching-ball” per l’altro, disgraziatamente non sono una rarità. La vittima, quasi sempre è lei, moglie, compagna, madre che sia, la donna insomma. In questa vicenda, invece, quest’ultima si è trasformata in carnefice. Ossia è lei che s’avventa contro il lui di turno. Senza una ragione precisa. Così, da un giorno all’altro, come una belva arrabbiata che per un nonnulla tira fuori le unghie. “Bastava che mettessi qui una scatola di biscotti anziché lì”, dice laconico David, 32 anni, assistente sociale, seduto nel suo piccolo monolocale, ammobiliato a buon mercato, mentre fa il gesto di spostare un bicchiere sul tavolino.
Eppure David - tuttora seguito da uno psicologo - che preferisce mantenere l’anonimato, è in buona compagnia. Secondo recenti statistiche, effettuale in Svizzera tedesca sul tema della violenza domestica, una persona picchiata su dieci è maschio. Ora, a poco più di un anno dalla conclusione del suo calvario, gli rimane l’amarezza, lo sconcerto, l’incredulità di essere stato protagonista di una storia che continua a giudicare assurda. E non lo consola certo il fatto che l’ex moglie, nel dicembre 2005, sia stata condannata per vie di fatto e ingiurie con una multa di 400 franchi e la condizionale di due anni. “È poco - ammette -, certo, quando è l’uomo il colpevole si va giù molto più pesante. Ma non farò ricorso. A me importava che riconoscesse di avermi picchiato e insultato”. La donna, davanti ai giudici, ha spiegato che attraversava un periodo difficile (aveva da poco perso l’affidamento delle due figlie di un precedente matrimonio). Inoltre, sempre secondo lei, David la sminuiva in continuazione e non l’ascoltava mai.
La coppia, si era conosciuta nel 1999. I primi tre anni tutto è filato liscio. Niente che lasciasse presagire alcunché di anomalo nella donna, più grande di sei anni e impiegata in un ristorante i cui datori di lavoro la giudicavano eccezionale. Il matrimonio nel 2002 e due anni ancora tranquilli. “Tutto ha avuto inizio nel dicembre 2004 - ricorda David -. Di colpo, come se fosse in preda a delle crisi d’isteria. Non potevo più né dire una parola, né fare un gesto. Inutile chiederle la ragione. Ma pensavo: passerà, vedrai che passerà”. Poi, una sera del luglio 2005, rientrando dal lavoro, David trova tutte le sue cose sul pianerottolo. “Proprio come nei film - conferma -. Vestiti, scarpe, dischi, libri ammassati, buttati là in malo modo. E di rientrare nell’appartamento neanche a parlarne”.
A rendere questa storia ancora più incredibile è che il protagonista sia un omone, grande, grosso e tutto d’un pezzo. Un vallesano purosangue, uno di quelli che, a vederlo, non penseresti mai che le possa prendere da chicchessia. Men che meno da una donna. I suoi amici, infatti, quando David ad un certo punto, sfinito e deluso, parla loro della sua situazione, gli consigliano di dare alla moglie “una bella lezione”. “Proprio così - spiega l’uomo -. Mi dicevano: dalle una valanga di botte e vedrai che la smette”. Ma per David era escluso. Mai aveva messo le mani addosso a qualcuno. Soltanto una volta, adolescente, durante una partita di hockey, ha volutamente voluto far del male ad un compagno. “Da lì mi sono ripromesso di non più ricascarci”, commenta serio.

Da: Il Caffé della domenica, 21.01.2007

Francesco / "Sono un papà ridotto sul lastrico"

di Libero D'Agostino

MENDRISIO - Separazioni conflittuali, procedure di divorzio che durano anni, famiglie che si sfasciano, figli spesso usati contro l’uno o l’altro dei genitori, e assegni alimentari che lasciano tanti padri in mutande. La storia di Francesco, nome di fantasia, trentenne impiegato di Mendrisio, due figli, 9 e 5 anni, è solo una delle tante tormentate storie di un cantone dove ormai un matrimonio su due finisce con un divorzio che, oltre agli affetti, disastra anche il bilancio familiare. Quello di Francesco è finito dopo sei anni di un’unione che sino allora era sembrata felice. “Mi sono sentito un fallito - racconta -. Sono andato in depressione e ho perso venti chili. L’unico legame che restava con la mia famiglia era l’assegno per i figli. Guadagno 4’600 franchi lordi al mese e 1’800 li verso a mia moglie. Mi ero ridotto ad un barbone. Ho pensato che non valeva più la pena di lavorare, che era meglio andare in disoccupazione. E mi ero anche licenziato”.
È la scelta fatta da tanti altri padri divorziati che non hanno retto con quel poco che restava del loro stipendio e hanno mollato tutto, scivolando dalla disoccupazione all’assistenza, con i precetti esecutivi e le fatture arretrate che si accumulano. “Ne conosco a decine di padri finiti così - dice Francesco -, perché pensano che non vale più la pena lavorare per poi ritrovarsi in tasca alla fine del mese con meno di 2’000 franchi, senza nemmeno poter vedere i figli ogni giorno. Sono in tanti a pensare che arrivati a questo punto é meglio farsi mantenere dallo Stato”.
Lui, invece, ha reagito. È riuscito a tirarsi su.
“Avevo una grande rabbia dentro - continua - e mi ero licenziato dalla ditta dove ero responsabile di reparto. Sono stato senza lavoro per due settimane, ma per fortuna ho subito capito che non era la strada giusta. Che avrei solo privato i miei di figli di un sostegno e che alla fine mi sarei auto distrutto”. Francesco, perciò, si fa riassumere dalla sua vecchia ditta, e la sera va a fare il cameriere in un ristorante, perché i soldi non bastano. Via i 1’800 franchi per gli alimenti, i 900 dell’ affitto, i 300 per la cassa malati, i 500 per mangiare, i 200-300 franchi per l’auto e il telefono, della sua busta paga non resta niente, solo gli spiccioli per le sigarette. “Il mio padrone di casa, per fortuna, è tanto generoso da pagarmi anche le spese per il riscaldamento. Ma dura è stata soprattutto quando mia figlia è venuta a casa da me e ha visto solo una cassapanca, un divano e un sacco a pelo. E la televisione dov’è? Mi ha chiesto. Non sapevo che dirle. Mi vergognavo a confessarle che non avevo soldi per comprare una Tv”.
Francesco oggi fa parte dell’Agna, l’associazione Genitori non affidatari che si batte per il riconoscimento dei diritti di paternità. Perchè, sostiene, in questa legge sul divorzio c’è qualcosa che non va: “I padri sono messi ai margini, tenuti in considerazione solo per l’aspetto economico. L’affettività, il rapporto coi figli, il loro bisogno di avere entrambi i genitori passa in secondo piano. Come assai spesso anche quello dei nonni paterni di vedere i nipotini. Ci viene attribuito un diritto “di visita”, come quello riconosciuto ai carcerati. Conosco padri che non vedono i figli da anni”.
Oggi, i suoi bambini Francesco ha il diritto di vederli due giorni alla settimana, e qualche week-end: “Mi reputo fortunato rispetto ad altri” dice. Ma nelle procedure tra separazione e divorzio ne ha passate di cotte e di crude: “Mi sono pure dovuto sottoporre a delle sedute con lo psicologo. Non che ne avessi bisogno, ma solo per dimostrare che ero a posto con la testa e che potevo vedere i miei bambini senza creare problemi”.

Da: Il Mattino della domenica, 17.02.2008

 

Scritto da Giuliano Bignasca - MDD   
domenica 17 febbraio 2008
Avviso ai naviganti: non ci facciamo prendere per i fondelli! Secondo i fuchi della Magistratura, nei prossimi giorni il sottoscritto Giuliano Bignasca dovrebbe comparire davanti al pretore di Leventina Damiano Stefani, figlio di cotanto padre, per la questione della taglia sui radar! Uuuuhh, che pagüra!!
Ora, si dà il caso che il pretore Damiano Stefani abbia delegato le decisioni sul differimento del fallimento della Carì 2000 SA, che fa capo a quel “simpaticone” di Giovanni Frapolli.
Questo dimostra, al di là di ogni dubbio, che il legame tra Damiano Stefani e Frapolli esiste,  eccome se esiste!! Altrimenti, perché Stefani avrebbe delegato??
E poiché la vertenza tra mio fratellio Attilio e Frapolli è tutt’altro che una polemica personale, essendo sfociata in un’inchiesta amministrativa i cui primi risultati sono stati appena resi noti, è chiaro che l’imparzialità di Stefani (che è legato a Frapolli) nei miei confronti è tutt’altro che garantita, e che le scuse addotte per respingere la mia prima domanda di ricusa nei confronti del pretore di Leventina sono delle eminenti fregnacce!
Quindi, alla luce di questi nuovi fatti, il pretore Stefani viene da me ancora una volta ricusato, in quanto su di lui gravano fondati sospetti di parzialità!! Chiaro il messaggio, o bisogna fare un disegno??

 

 Da: La regione, 5.3.08, pag 5

 

Logopedia, il caso si trasforma in denuncia penale
Funzionario del Decs querelato per falsa testimonianza, falsità in atti e abuso di autorità


La logopedista di Gravesano da anni impegnata in un braccio di ferro col Dipartimento dell’e­ducazione, della cultura e dello sport, ha denunciato al Ministe­ro pubblico il capo dell’Ufficio dell’educazione speciale. La vi­cenda, ricordiamo, è stata sin qui oggetto, sul piano politico, di sei atti parlamentari e ha interessa­to, sul piano amministrativo, an­che il Tribunale federale delle as­sicurazioni (Tfa) di Lucerna.
I reati da lei ipotizzati riguar­dano tre articoli del Codice pena­le svizzero: la falsa testimonian­za, falsa perizia, falsa traduzione o interpretazione; la falsità in atti formati da pubblici ufficiali o funzionari; l’abuso di autorità. Si tratta di reati commessi intenzio­nalmente, specifica la donna ri­volgendosi alla Procura. La qua­le si sta interessando al caso, pro­va ne è «
che ci ha chiesto della do­cumentazione,
da noi subito mes­sa a disposizione
», ci spiega il capo della Divisione scuola al Decs, Diego Erba, senza tuttavia esprimersi sulle accuse mosse al suo collaboratore.
Il tutto ha origine dalla decisio­ne cantonale (Ufficio scuole co­munali) di riconoscere alla logo­pedista privata luganese, impe­gnata a seguire un bambino, due lezioni settimanali di 45 minuti l’una, mentre la professionista ne chiedeva 50. Chiamato in cau­sa da un ricorso, l’Ufficio dell’as­sicurazione invalidità (Uai) ave­va addirittura ridotto i minuti a 30. In quell’occasione il funziona­rio infine denunciato, che presie­de fra l’altro la Commissione cantonale della logopedia, era stato interpellato dall’Uai per di­rimere la vertenza.
Di fronte a quel drastico taglio la donna si era sentita vittima di
una disparità di trattamento, non da ultimo perché i servizi cantonali attivi nel medesimo settore operano con minutaggi più importanti. E così si era ap­pellata al Tribunale cantonale delle assicurazioni. Che però, sulla base di un parere commis­sionato allo stesso capo dell’Uffi­cio dell’educazione speciale, ave­va confermato la mezz’ora di te­rapia.
Da qui il ricorso al Tfa di Lu­cerna davanti al quale la logope­dista ha ottenuto parzialmente ragione l’estate scorsa. Il Tfa ha evidenziato che gli accertamenti dei fatti eseguiti dalle istanze cantonali sono incompleti e con­traddittori. Ritenendo «
scarne e vacillanti » le indicazioni che sta­vano alla base delle decisioni cantonali, il Tfa aveva affermato di non capire come si potesse giu­stificare la riduzione a 30 minuti. Da qui l’invito al Cantone a com­pletare le verifiche e a ordinare una perizia specialistica. « Nel frattempo abbiamo nominato due periti che operano fuori Ticino », rileva Erba: « Sono una pedagogi­sta di Poschiavo e uno psicologo di Ginevra. Hanno svolto verifiche e audizioni; nelle prossime settima­ne ci consegneranno il loro rap­porto ». Il documento dovrebbe indicare quale sia il minutaggio adeguato per il bambino in que­stione.
Quanto all’aspetto penale, la presunta falsità si riferisce al pa­rere presentato al Tribunale can­tonale delle assicurazioni dal capo dell’Ufficio dell’educazione speciale. Quelle annotazioni, se­condo la denunciante, sono da ri­tenere un documento d’impor­tanza giuridica (la Procura in­tende vederci chiaro, su questo aspetto) dal momento che il Tca
stesso – rileva la donna – l’ha uti­lizzato quale unica motivazione per respingere il ricorso. Le fal­sità, a suo avviso, si riferiscono per esempio al paragone dei red­diti fra pedagogiste pubbliche e private: secondo il funzionario sono da considerare identici; non per la denunciante, che par­la di introiti nettamente inferiori nel privato.
Altro punto: il Servizio ortope­dagogico itinerante cantonale, subordinato all’Ufficio dell’edu­cazione speciale, imposta terapie che durano solitamente 60 minu­ti. Il funzionario denunciato, in un documento parlerebbe di trat­tamenti che vanno da mezz’ora all’ora e mezza. E non quindi di 30 o 45 minuti al massimo.
Quanto all’abuso di autorità, la pedagogista sostiene che nel caso di un secondo bambino il capo dell’Ufficio dell’educazione
speciale si sarebbe impegnato at­tivamente per impedirle di pro­seguire l’intervento. E ciò, ha ri­ferito la donna alla Procura, pri­vando i genitori del rimborso spese per i viaggi nel caso in cui non avessero acconsentito al cambio di terapista da privato a pubblico. I genitori non hanno accettato e la vertenza è ancora aperta. MA.MO.




TI- PRESS
Sono in corso valutazioni

 

  

Da: Il Mattino della domenica, 17.02.2008

 

Scritto da MDD   
domenica 17 febbraio 2008
Prosegue la battaglia tra una logopedista privata, Alexandra Tizzano, e il DECS. Prosegue e sfocia in denuncia penale da parte di Tizzano nei confronti del capo dell’Ufficio dell’Educazione speciale del DECS e presidente della Commissione della Logopedia Giorgio Merzaghi.
Le accuse sono quelle di falsa testimonianza, falsità in atti pubblici e abuso d’autorità. “Non avrei mai voluto giungere a questo – commenta Tizzano – ma non ho avuto altra scelta”.
La denuncia è stata presentata il 25 gennaio. “Da allora – precisa la logopedista – non ho avuto notizie de parte della Magistratura”.
Vedremo come andrà a finire…

 

Da: Il Mattino della domenica, 17.02.2008

 

Scritto da Lega dei Ticinesi - MDD   
domenica 17 febbraio 2008
Davanti alle doverose richieste di giustizia esemplare per i tre assassini balcanici di Locarno, il PP Perugini, terrore dei canapai e delle donnine allegre, dice che non si può mettere sotto pressione la Magistratura! E invece la Magistratura la mettiamo sotto pressione eccome, dal momento che è politicizzata in maniera vergognosa e ha l’inveterata abitudine di utilizzare il sistema dei due pesi e delle due misure!
E’ ora che la giustizia ticinese si dia una mossa ed emetta condanne meno ridicole nei confronti dei criminali stranieri, che evidentemente vanno espulsi dalla Svizzera! Ed è anche ora che il Peru lasci la sua grotta di Bellinzona e si trasferisca a Lugano! Sono anni che l’unificazione del Ministero pubblico è arenata proprio per colpa dell’opposizione del PP Perugini, che vuole continuare a starsene a Bellinzona per poter fare il bello e il cattivo tempo a proprio piacimento, e senza interferenze di sorta!
Adesso basta! O Perugini scende a Lugano, oppure dà le dimissioni!!
Fermate questo mitomane!

Uella Peru, te la diamo noi la presidenza del Gruppo di coordinamento sulla violenza giovanile! Dopo che hai detto che non si può invocare giustizia esemplare nei confronti dei tre assassini balcanici di Locarno!! A proposito: è vero o non è vero che il progetto di unificazione del Ministero pubblico è arenato da anni perché il PP Perugini non ne vuole sapere di lasciare la grotta di Bellinzona per scendere a Lugano?

Come c’era da aspettarsi, il conclamato mitomane PP Antonio Perugini non ha saputo porre un freno alla sua voglia di apparire! E, da tuttologo quale è, ha pensato bene di dire la sua anche sulla tragedia di Locarno, costata la vita ad un giovane ticinese aggredito senza motivo alcuno da tre coetanei di origine balcanica.
Il PP Perugini – invocando quella separazione dei poteri che lui stesso viola addentrandosi in valutazioni sull’operato della politica – critica la presa di posizione del Consigliere di Stato Luigi Pedrazzini in merito alla tragedia di Locarno. Presa di posizione in cui il direttore del DI dichiarava di aspettarsi “Giustizia esemplare” – e ci mancherebbe altro - nei confronti dei tre criminali autori dell’atroce gesto di Locarno.
Al di là delle riflessioni che possono essere fatte su  una presa di posizione di questo tipo da parte del Consigliere di Stato di un partito, il PPD, che, a sprezzo dell’evidenza, ha sempre negato ad oltranza l’esistenza, anche in Ticino, di un problema di criminalità giovanile straniera (periodo preelettorale?), ribadiamo con forza che la posizione assunta da Luigi Pedrazzini è, di per sé, sacrosanta e va difesa fino in fondo.
 Specialmente in merito alla tragedia di Locarno, la giustizia deve essere celere e si deve giungere ad una condanna esemplare. Le pressioni esterne sulla Magistratura sono non solo giustificate ma doverose. E’ infatti cosa nota a tutti che la Magistratura ticinese è pesantemente condizionata dal potere politico e soprattutto partitico, essendosi dimostrata in più occasioni un comodo strumento dei partiti con in forza il maggior numero di magistrati (desiderosi di mostrare gratitudine nei confronti della formazione politica cui devono la nomina) per colpire gli avversari politici.
Il sistema dei due pesi e delle due misure si è palesato in maniera fin troppo plateale anche negli scorsi mesi, con esponenti leghisti processati per direttissima e con tutto il clamore possibile per delle bagattelle (taglia sui radar, un paio di spari a salve, ecc) mentre le inchieste su reati che hanno comportato la sottrazione di decine di milioni di Fr giacciono tuttora nei cassetti, nell’oblio e nel silenzio, in attesa di non si sa quale “fiat lux” .
E’ più che legittimo dunque pretendere che in circostanze tanto gravi quali sono quelle dell’omicidio di Locarno, la Magistratura ticinese utilizzi la medesima rapidità e severità che applica nel giudicare gli avversari politici, e non adotti invece il metro, vistosamente “di favore” , che utilizza per gli amici.
Le dichiarazioni a mezzo stampa di pretesa “indipendenza” della Magistratura da parte del PP Perugini appaiono pertanto ridicole nel merito, oltre che offensive nei confronti di tutti quei cittadini che giustamente chiedono una punizione esemplare per chi, straniero, nel Paese che lo ha accolto e purtroppo anche naturalizzato, si è macchiato di un reato di tale barbarie.
Il PP Perugini, vera “primadonna” della Magistratura ticinese, invece di rilasciare interviste a raffica, magari durante l’orario di lavoro - interviste che forse soddisfano il suo ego, ma certamente non migliorano l’amministrazione della giustizia in questo Cantone -  farebbe meglio a conformarsi rapidamente alla decisione di unificare il Ministero pubblico a Lugano; unificazione da anni bloccata a causa della strenua opposizione proprio del PP Perugini, che intende rimanere a Bellinzona per poter essere libero di prendere le proprie discutibilissime iniziative senza alcun controllo o interferenza.
Apprendiamo inoltre che il medesimo PP Perugini è pure stato chiamato, dal Consiglio di Stato, alla presidenza del costituendo Gruppo di coordinamento (?) sulla violenza giovanile: la Lega dei Ticinesi attende dal governo chiarimenti esaustivi circa le ragioni e le motivazioni della scelta del PP Perugini quale presidente del citato gruppo; scelta che, va da sé, non condividiamo.

 

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