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Da: La regione, 29.2.08, pagina 2

 

Scomparso l’archivio Dfe: ‘Un tantino inquietante’
Interpellanza urgente del Ps. Ma ci sono gli estremi per una denuncia penale?


Il fatto è «
molto poco ortodos­so e un tantino inquietante », per dirla con le parole usate da otto deputati socialisti nell’inter­pellanza urgente inoltrata ieri. Davvero poco ortodosso e leg­germente inquietante venire a sapere che è scomparso nel nul­la l’archivio del Dipartimento delle finanze e dell’economia (Dfe).
Ben dodici anni di documen­ti sottratti non si sa da chi e per quali motivi: documenti, si pre­sume, ufficiali e dunque di pro­prietà dello Stato. Si presume,
perché al di là dell’annuncio sulla scomparsa – espresso martedì scorso dall’attuale di­rettrice del Dfe, Laura Sadis – non si sa molto di più.
Proprio per questo l’interpel­lanza del Ps (primo firmatario
Manuele Bertoli) intende far chiarezza. Cosa è esatta­mente scomparso? È possibile stimarne la mole quantitativa? A che anni si riferisce la docu­mentazione sparita? Contene­va dati sensibili coperti dal se­greto d’ufficio? Ed ancora, chi aveva la responsabilità della custodia dell’archivio volatiz­zato? Appurata la misteriosa scomparsa, domandano i socia­listi, « è stato chiesto conto di questo increscioso fatto alla re­sponsabile del Dfe fino al 31 marzo 2007 e se sì, con quali ri­sultati?
». Infine, cosa s’intende fare per rientrare in possesso dei documenti scomparsi?
Un fatto inquietante, sottoli­nea il Ps, ma ancor di più in­quieta sapere che a tutt’oggi non esiste un regolamento sui diritti e i doveri di un consiglie­re di Stato in partenza, che la­scia
la carica. Fa stato il codice penale svizzero, come del resto per le attività private. Può ba­stare?
Ma nel caso specifico, si può intravedere un reato penale? I pareri divergono, a giusta ra­gione. Il Codice penale annove­ra alcuni articoli che potrebbe­ro prestarsi al caso. Potrebbe­ro. Come il 179 nuovo 1, in vigo­re dal 1 ° luglio 1993 e riferito alla protezione dei dati che così recita: ‘‘ Chiunque sottrae da una collezione dati personali degni di particolare protezione
o profili della personalità non liberamente accessibili è puni­to, a querela di parte, con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria’’.
O l’articolo 312 sull’abuso di autorità: ‘‘I membri di una au­torità od i funzionari, che abu­sano dei poteri della loro carica al fine di procurare a sé o ad al­tri un indebito profitto o di re­car danno ad altri, sono puniti con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pe­cuniaria’’. Nel caso specifico vi sono gli estremi?

 
 

 

Spazio aperto
Impianti turistici, basta con la faciloneria e l’irrazionalità
di Raoul Ghisletta, capogruppo Ps in Gran Consiglio
Il rapporto del 25 gennaio 2008 della Commissione d’inchiesta amministrati­va (Cia) sulle modalità di sussidio dei progetti delle stazioni invernali di Bosco Gurin e Carì conferma le preoccupazioni da tempo espresse dal Ps, evidenziando le forti carenze gestionali della Sezione com­petente della Divisione economia dell’era Masoni (chiaramente sottodotata di per­sonale), ma anche errori dell’Ufficio lavo­ri sussidiati e appalti (appartenente al Di­partimento del territorio, diretto dall’on. Borradori) e innumerevoli comportamen­ti scandalosi da parte degli operatori turi­stici, che non di rado sono stati aiutati sino al 75% dei costi complessivi da parte dello Stato.
Sottolineiamo tuttavia che questo siste­ma basato sulla faciloneria e sull’irrazio­nalità
è stato favorito da un evento cen­trale secondo il rapporto Cia, che è avve­nuto nel 2001: a seguito delle forti pressio­ni politiche locali e cantonali, esercitate da Frapolli direttamente anche su consi­glieri di Stato nel marzo 2001, il Governo il 13 giugno 2001 ha varato il messaggio per il rilancio di Carì nel 2001 (messaggio 5131 che stanzia 13 milioni di franchi), dopo che la stazione leventinese era stata inizialmente esclusa dagli aiuti cantonali per il costo troppo elevato del rilancio! Il rapporto Cia documenta la non conformità nell’applicazione della legge sulle commesse pubbliche (elusa spesso tramite l’autorizzazione ad anticipare i lavori da parte della Sezione competente della Divisione economia) e le carenze nei controlli amministrativi sull’utilizzo de­gli acconti (che raggiungono sino all’80% del sussidio stanziato) da parte della Se­zione competente della Divisione econo­mia, la quale a differenza di altri settori amministrativi (ad esempio del Dss per i sussidi alle case anziani) non coinvolgeva l’Ufficio appalti e lavori sussidiati.
Il rapporto segnala le carenze nella do­cumentazione dei promotori turistici, tol­lerata dalla Sezione competente della Di­visione economia: tolleranza che è anche il frutto dell’intensa pressione politica in­terna ed esterna allo Stato. Altro proble­ma sono gli ampliamenti dei progetti dopo il varo dei sussidi, i sorpassi dei pre­ventivi e i cambiamenti nella contabiliz­zazione dei mezzi pubblici nelle società, che lasciano per il futuro pesanti ipoteche finanziarie per il Cantone. Vi è anche l’e­rogazione
di sussidi in eccesso da parte della Sezione competente della Divisione economia o versamenti su lavori propri delle società di Frapolli non documentati. Infine vi sono operazioni disinvolte e/o scandalose da parte dei promotori turisti­ci relativamente all’Ostello Giovani Bo­sco, all’Albergo Walzer di Bosco, al po­steggio di Carì, ecc. ma anche relativa­mente ai lavori in proprio e ai buoni volo. Dopo questo ennesimo scandalo occor­re adottare provvedimenti amministrati­vi e legislativi estremamente rigorosi. Il governo ha già fatto le segnalazioni del caso ad Avs e fisco: inoltre valuterà il recu­pero di sussidi non dovuti o non utilizzati conformemente.
Per il Ps occorre anche un riesame ap­profondito
e completo della questione im­pianti di risalita volto a: adottare una pianificazione vincolante degli impianti turistici sulla base di dati economici che quantifichi in modo chiaro i benefici del turismo (posti di lavoro, indotto); prepa­rare una politica di ridimensionamento degli impianti invernali sulla base dello studio Ire 2003; esigere una nuova gestio­ne, unica e razionale, delle società turisti­che risanate; ristrutturare gli enti del turi­smo, in modo che il loro funzionamento diventi più efficace e razionale.
Occorre imboccare una strada di asso­luto rigore e assoluta razionalità se vo­gliamo mantenere i sussidi per il turismo e per lo sviluppo economico nelle regioni periferiche: ambiti economici che il Ps ri­tiene fondamentali per la coesione territo­riale.

Da: La regione, 1.3.08, pagina 8

 

Il caso
Immagini pedofile, la Radio romanda in subbuglio

di Andrea Ostinelli

Losanna – J.R., un tecnico informatico che denuncia pubblicamente, tramite il sito internet della sua famiglia, d’essersi imbattuto in immagini e video pedopor­nografici nel sistema della Radio Svizze­ra Romanda (Rsr) e chiede alla direzione di denunciare il caso alla magistratura. La direzione dell’emittente, che sulla scorta di una
«perizia indipendente» de­classa il contenuto dei file in questione da «pedofilo» a «pornografico» , afferma d’a­ver preso misure nei confronti del deten­tore dei documenti compromettenti e – paradossalmente – licenzia (per giunta in modo abusivo) il tecnico che ha denuncia­to l’accaduto. E ora lo diffida con una rac­comandata, minacciandolo di nuovo di li­cenziamento (il primo era appunto invali­do) per violazione degli obblighi profes­sionali di riservatezza, se non ritira da in­ternet le sue rivelazioni. Sono questi gli interpreti e i ruoli di una vicenda kafkia­na, ancora tutta da chiarire, che negli ul­timi giorni sta mettendo in subbuglio la radio francofona di servizio pubblico.
«Ne ho viste passare di foto a contenuto pornografico, feticistico, sadomaso alla Rsr – ricorda l’informatico in una lettera aperta alla direzione e ai collaboratori –.
Anche allora ho scritto al mio capo ma sen­za risposta. Questo tipo di dati, benché vie­tati, sono cose tra adulti e ciò non mi ha mai scioccato più di tanto»
. Non così la scoperta dei file incriminati, durante un’operazione di “pulizia” del server, ri­salente al 18 maggio 2005. All’epoca J.R., che è anche un attivista sindacale, ne ave­va parlato al suo diretto superiore ma solo nelle scorse settimane, pungolato dalla coscienza, ha deciso di rilanciarla su su, fino ai vertici aziendali, con collo­qui e lettere aperte al direttore. E di riaf­fermare, nero su bianco, che per lui le im­magini sono esplicite e inequivocabil­mente pedofile. Di qui la richiesta ultima­tiva di J.R.: «Mostrare tutte le prove affin­ché la giustizia possa fare il suo corso» ; e «che la direzione denunci l’affare alle auto­rità competenti, perché, così facendo, tutti potranno ritrovare la pace e la Rsr non ri­schierà di essere accusata da forze politiche ostili di aver voluto nascondere alcunché» .
«Per noi il caso è chiuso già dal 2005»
re­plica il segretario generale della direzio­ne Rsr, Blaise Rostan, raggiunto ieri po­meriggio.
«Abbiamo svolto il nostro do­vere sottoponendo le immagini indebita­mente scaricate sul server a una commis­sione indipendente con medici, legali ed esperti dell’infanzia – chiarisce Rostan –. Dal momento che non hanno ritenuto le immagini di carattere pedofilo, abbia­mo applicato le sanzioni disciplinari e le misure di accompagnamento necessitate dal caso» . Quali sanzioni e quali misure non è dato sapere. Mentre la direzione sottolinea che si tratta di «un affare re­suscitato » a due anni e mezzo di distan­za dai fatti, ieri mattina il Giudice istruttore ha aperto d’ufficio un’inchie­sta in proposito. Il magistrato farà il compito suo, intanto l’immagine e la credibilità della radio pubblica sono messe a dura prova.

Da: La regione, 1.3.08, pagina 3

 

‘Sono solo fatti miei...’
Archivio Dfe, Masoni svela il mistero e precisa: solo note personali


Ben 1.200 scatole, una più una meno. Stracolme di bigliettini d’auguri, discorsi pubblici, rela­zioni, conferenze saluti, inter­venti, interviste, appunti, bozze: insomma, un «bagaglio» perso­nale creato in dodici anni d’atti­vità, sostiene lei,
Marina Ma­soni.
Certo, ma in tutte quelle scatole c’è anche documentazio­ne preziosa e necessaria all’atti­vità del governo, dunque atti uf­ficiali dello Stato, ribattono i suoi ex colleghi che ne chiedono la restituzione.
L’inquietante storia dell’ar­chivio scomparso segnala perlo­meno una tappa importante: si sa dov’è. È depositato negli uffi­ci di
Lorenzo Anastasi, presi­dente del Tribunale cantonale amministrativo (Tram). Come c’è finito? Ce l’ha depositato agli inizi dello scorso dicembre la stessa Marina Masoni per caute­larsi di fronte alla richiesta esplicita di restituzione giuntale l’8 dicembre scorso dal Consi­glio di Stato tramite raccoman­data.
Gentile signora, scrive la pre­sidente del governo,
Patrizia Pesenti, mancano all’appello gli archivi delle ultime tre legi­slature: « Incarti contenuti in più di un migliaio di scatole a suo tempo depositati negli armadi ‘compactus’ nell’apposito archi­vio di Direzione del Dfe ». A scan­so di equivoci, più avanti si pre­cisa: « Non vi è peraltro dubbio alcuno che questi incarti hanno essenzialmente una valenza pub­blica e non possono certo essere considerati alla stregua di docu­menti privati o personali ». Que­sta « spiacevole situazione », pro­segue la raccomandata dello scorso 8 dicembre, pregiudica l’attività del Dfe. Ergo, « ci vedia­mo costretti – scrive Pesenti – a chiederle di restituire al più pre­sto al Cantone tutti gli incarti asportati nella loro integrità, con l’auspicio che non siano state fat­te o vengano fatte delle copie».
Comprendendo che far tornare a Palazzo 1.200 scatole non è im­presa semplice, il governo offre a Masoni l’opportunità di defini­re le modalità di riconsegna del­la documentazione – entro dieci giorni – con il Cancelliere, Giampiero Gianella. Insomma, trovato l’accordo faccia pure con comodo.
L’ex direttrice del Dfe reagi­sce quasi subito con un’altra raccomandata spedita tre giorni dopo, l’11 dicembre 2007: si trat­ta di un archivio privato, precisa Masoni, ma ho deciso di conse­gnare immediatamente tutte le scatole sigillate al Tribunale cantonale amministrativo. E si dice sorpresa, l’ex consigliera di Stato, che solo ora (otto mesi dopo la sua uscita dal governo) ci si renda conto della necessità di quell’archivio.
Il fatto è che (vedi rapporto della Cia, pagina 3 e scheda a parte) mancherebbero anche al­cuni documenti ritenuti essen­ziali e riferiti all’affaire Frapol­li; documenti richiesti dai periti dell’apposita Commissione d’in­chiesta ma ‘scomparsi’. È a quel punto che l’attuale direzione del Dfe ha compreso che in quell’ar­chivio forse non ci sono solo ‘ri­cordi personali’. Marina Maso­ni in proposito è categorica: «
I dossier e le carte di rilevanza per le attività dello Stato sono tutti in possesso dei servizi competenti », come peraltro capitava in passa­to: quando entrai in governo, ag­giunge, « mi fu detto che non esi­steva un archivio di Direzione del Dfe ». Tutto ciò che è stato porta­to via, dunque, fa parte di « un archivio personale ». Archivio co­munque a disposizione, ma solo tramite la ‘mediazione’ del giu­dice Anastasi. Lo stesso giorno, infatti, l’ex direttrice del Dfe inoltra un ricorso al Tram con­tro la richiesta del Consiglio di Stato. Procedura, va detto, deci­samente insolita; lo ammette la stessa Masoni. « Spiacente – si legge alla fine del ricorso – di do­ver adire codesto tribunale con una domanda ibrida e inusua­le...
». Che la situazione sia ‘ibri­da’ ne è consapevole lo stesso Anastasi che, in una lettera del 13 dicembre scorso al Consiglio di Stato, rende nota la decisione di Marina Masoni ed aggiunge: « Considerata la particolarità della fattispecie e l’assenza di di­sposizioni che attribuiscono al Tribunale cantonale ammini­strativo una qualsivoglia compe­tenza in materia, evito, almeno per il momento, di aprire un pro­cedimento formale. (...) Mi limito a dichiararmi disposto a fungere da mediatore per dirimere la ver­tenza in modo pragmatico e di­screto ».
Il presidente del Tram propo­ne quindi un incontro fra le par­ti all’inizio di gennaio 2008. Ma il governo, sostiene Masoni, non ha risposto. Ieri è giunta la repli­ca
del Consiglio di Stato. La si­gnora Masoni, si precisa nella nota, « non ha sinora proceduto alla riconsegna » e si è rivolta al Tram anche se quest’ultimo non ha competenza in materia. Il governo non cede.
Il motivo? «
Si ricorda infatti che, in virtù di un concetto incon­testato della dottrina archivisti­ca ogni documento raccolto o pro­dotto nell’esercizio della funzione pubblica appartiene alla medesi­ma ed è per definizione di perti­nenza dell’autorità». E la dottri­na giudiziaria cosa dice in pro­posito?




‘È il mio archivio, composto da biglietti privati, discorsi, saluti...’

 

Da: La regione, 1.3.08, pagina 2

 

Autopsia del colabrodo
Bosco e Carì: gli errori della Sezione promozione economica e dell’Ufficio lavori sussidiati


Il ‘Nevegate’ ai raggi X. Nel centinaio di pagine del rapporto della Commissione d’inchiesta amministrativa (Cia) – il docu­mento nella versione integrale è stato ap­pena pubblicato dal settimanale “il caffè” sul proprio sito online
– vi è tutto quello che c’è da sapere sui pesanti retroscena dei progetti di rilancio degli impianti di risalita e delle infrastrutture invernali di Bosco Gurin e Carì.
Progetti targati Giovanni Frapolli, im­prenditore e dallo scorso aprile deputato
Ppd al Gran Consiglio. Progetti al benefi­cio di sostanziosi finanziamenti pubblici concessi con la ‘benedizione’ di una rile­vante fetta del mondo politico ticinese e senza sufficienti approfondimenti da ser­vizi dell’Amministrazione cantonale.
E il quadro che emerge dal documento firmato dal consulente giuridico del go­verno Guido Corti e dall’economista Mi­chele Passardi è tutt’altro che edificante. Sullo sfondo del ‘Nevegate’ interessi pri­vati, pressioni interne ed esterne all’Am­ministrazione,
leggerezze di funzionari, procedure e normative non sempre inter­pretate in maniera corretta. In base al mandato conferito loro – l’apertura del­l’inchiesta è stata decisa dal Consiglio di Stato lo scorso settembre – i periti Corti e Passardi si sono concentrati sulle moda­lità con le quali sono stati elargiti i sussi­di per lo sviluppo delle stazioni invernali di Bosco e Carì nell’arco di un decennio, fra il 1996 e il 2006. Hanno così passato in rassegna: il voluminoso e dettagliato rap­porto, che ha dato il via all’inchiesta am­ministrativa, allestito fra il luglio e l’otto­bre 2007 dal Controllo cantonale delle fi­nanze su incarico del governo; alcuni de­gli atti dell’inchiesta penale avviata nel 2003 dalla Procura in seguito a una denuncia e sfociata l’anno dopo in un “non luogo a procedere” per Frapolli e al­tri; documenti della Sezione del promovi­mento economico e del lavoro (Spel), poi Sezione della promozione economica (Spe), del Dfe.




Giovanni Frapolli

 

Speciale Il rapporto della Cia a cura della Redazione foto Ti-Press

La nota a protocollo di Gendotti e Pesenti stroncava il messaggio per Bosco e Carì
La ‘nota a protocollo’ inserita da Gendotti e Pesenti nel messaggio governativo del 28 marzo 2007 che proponeva il risanamento di Bosco e Carì – messaggio firmato da tutti e cinque i consiglieri di Stato – non era una semplice riserva su qualche paragrafo ma una stroncatura a tutti gli ef­fetti. “I risanamenti così come proposti – scrivevano – non risolvono i problemi delle due stazioni e delle due Sa, nemmeno a medio termine. Si impongono quindi, a nostro modo di vedere, misure molto più incisive e tali da consentire una gestione economicamente sostenibile e la costi­tuzione di riserve per garantire le necessarie operazioni di manutenzione e ristrutturazione degli impianti”. Non sarebbe stato meglio, allora, non votare il messaggio? Tanto più che le obiezioni – spiega la Cia – erano «
supportate anche da rilievi di natura contabile ».

Quell’inchiesta penale all’epoca snobbata


Nel 2004 il governo non chiese copia del non luogo a procedere. ‘Incomprensibile’

Dell’operato di Frapolli nell’ambito delle società Centro Turistico Grossalp e Giovani­Bosco il Ministero pubblico si era occupato tra il 2003 e il 2004. Il procedimento era parti­to in seguito a una denuncia privata che ipo­tizzava reati diversi: amministrazione infede­le qualificata, appropriazione indebita, fal­sità in documenti e conseguimento fraudo­lento di falsa attestazione. L’inchiesta, titola­re l’allora pp Emanuele Stauffer, era termina­ta con un decreto di non luogo a procedere nei confronti di Frapolli e altri.
Dunque tutto archiviato. Nell’apparente in­differenza del governo, all’epoca peraltro in­teramente formato da ministri con formazio­ne giuridica. Tant’è che né il Consiglio di Sta­to né i suoi funzionari avevano ritenuto ne­cessario sollecitare copia del ‘non luogo’ alla magistratura. La prima e unica richiesta del
governo è del 25 settembre 2007: un’istanza (successivamente accolta) alla Camera dei ri­corsi penali affinché il Controllo cantonale delle finanze, per poter allestire il suo rappor­to, potesse visionare anche gli atti di quel procedimento.
Annota in maniera alquanto critica la Commissione d’inchiesta amministrativa: «
Ora, se la mancata trasmissione spontanea degli atti da parte della Procura appare senz’altro legittima dal profilo formale, questa Commissione difficilmente comprende le ragio­ni per cui il Consiglio di Stato non abbia tem­pestivamente richiesto l’accesso agli atti di una procedura che pure aveva coinvolto (quale te­stimone) un suo funzionario e che vedeva coin­volta quale parte una persona che aveva otte­nuto importantissimi aiuti pubblici sia a titolo personale (per la realizzazione dell’Albergo Walser) sia in qualità di amministratore di so­cietà beneficiarie di consistenti sussidi ».
Ancor più sorprendente è il fatto che, a fronte di una campagna stampa abbastanza virulenta nei confronti di Frapolli, il CdS e le istanze preposte non abbiano (apparente­mente) riscontrato alcuna esigenza di ap­profondimento o di accertamenti ammini­strativi supplementari negli incarti che vede­vano coinvolte le persone e le Sa oggetto della procedura penale. Nemmeno il Gran Consi­glio ha fatto sentire la propria voce: non risul­tano stranamente agli atti né interrogazioni né interpellanze.
Il governo, rileva la Cia, s’è mosso soltanto quando il deputato Attilio Bignasca ha tra­smesso la perizia contabile (allestita nell’am­bito dell’inchiesta penale) a Laura Sadis a fine maggio 2007.

 

Da non fare
Buoni volo, azioni e tessere


La Cia ha accertato una «
diffu­sa pratica » di pagamento di pre­stazioni svolte a Bosco e Carì mediante buoni volo Heli TV e mediante azioni emesse dalle Sa promotrici dei progetti; cui va aggiunta la distribuzione di carte stagionali per accedere alle piste. Buoni volo: per Gros­salp a Bosco se ne registrano per 495’384 franchi (anni 2001­06); per la GiovaniBosco Sa 172’200 franchi (2002-03); per Carì 2000 Sa 598’630 (2003-06). Totale: quasi 1,3 milioni, che « rappresenta un aumento del­l’indebitamento verso terzi ri­spetto al piano di finanziamento originario ».
La Cia ritiene che tali modalità di pagamento «
andavano conte­state dall’Ulsa e dalla Spel/ Spe ». Quanto fatto, invece, « co­stituisce una violazione dello spirito della Legge sui sussidi, che prevede il versamento del sussidio a fronte del pagamento della prestazione ». Questa mo­dalità di pagamento « non è sta­ta comunicata al momento della decisione sul sussidio e rappre­senta inoltre una modifica a po­steriori del piano di finanzia­mento ». Un « ulteriore aspetto problematico » è riferito ai casi « in cui le prestazioni sono state deliberate mediante procedure di concorso: qui, il pagamento con azioni o buoni volo rappre­senta una modifica unilaterale e a posteriori delle condizioni del bando: questo modo di procedere ha indebitamente modificato la procedura di delibera ».

 

‘Non ci sono prove di controlli concreti’

 
«
Un problema particolare si pone in presenza delle ‘autorizza­zioni d’inizio anticipato dei lavo­ri’ ». La Commissione d’inchiesta amministrativa (Cia) attacca così, a pagina 24 la serie di rispo­ste ai quesiti posti dal Consiglio di Stato.
Tali autorizzazioni «
sono state richieste e rilasciate in modo siste­matico in tutti i progetti realizzati sia a Bosco dalla Grossalp Sa, dalla GiovaniBosco Sa e da Fra­polli personalmente, sia a Carì dalla Carì 2000 Sa ». Non essendo ancora stata presa una decisione formale relativa al sussidio, in questa fase di domanda penden­te il potenziale beneficiario del sussidio non è ancora soggetto all’applicazione della Legge sugli appalti, poi trasformatasi in Leg­ge sulle commesse pubbliche. « L’autorizzazione all’inizio anti­cipato dei lavori lo abilita però ad avviare tutta una serie di opera­zioni concrete, quali la stipula di contratti, poi acquisiti nella suc­cessiva realizzazione del progetto eventualmente sussidiato ».
Conclusione: «
Risulta così pos­sibile deliberare opere senza sotto­porsi ai vincoli procedurali e di delibera previsti dalla LApp/LC­Pubb nel periodo di tempo tra la decisione d’inizio anticipato dei lavori e la decisione formale di concessione del sussidio ». Questa carenza « va imputata all’istanza esecutiva competente per l’eroga­zione del sussidio (la Spe), l’unica a intrattenere contatti col richie­dente al momento in cui l’obbligo del rispetto della LCPubb va fatto valere ».
Gli acconti

«
La procedura sinora seguita dalla Sezione della promozione economica (Spe) in materia di pa­gamento di acconti si fonda su una norma di delega assai am­pia, non sufficientemente precisa­ta da direttive interne di applica­zione ». Tale norma, evidenzia la Cia, « concede alla Spel/Spe la competenza per versare acconti fino a concorrenza dell’80% del sussidio stanziato. La legge e il re­golamento non subordinano il versamento ad alcuna verifica o condizione particolare, fatta ecce­zione per la congruenza fra entità degli acconti ed effettivo avanza­mento dei lavori ». La Spel/Spe, evidenzia la Cia, « ha fatto uso di questa ampissima e forse addirittura eccessiva dele­ga di regola senza coinvolgere al­cun servizio tecnico a titolo di preavviso e fissando unicamente quale parametro interno alcune condizioni minime quali la pre­sentazione di un giustificativo contabile (fattura) e della prova dell’avvenuto pagamento ».
(volumi,
quantitativi);
Appalti e incarichi diretti

Per le opere realizzate a Bosco e Carì, secondo la Cia «
non risul­tano prove di controlli concreti ef­fettuati dalla Spel/Spe riguardo al rispetto della Legge sulle com­messe pubbliche ». Verifiche pun­tuali sono state eseguite dall’Uffi­cio lavori sussidiati e appalti (Ulsa) « ma solo a posteriori in sede di verifica della liquidazione finale. Per tale ragione, gli accer­tamenti hanno potuto avere solo carattere di constatazione, ma non hanno potuto esplicare alcun effetto preventivo ».
Agli atti figurano diverse ri­chieste di ratifica di scelte proce­durali particolari formulate dal­le Sa: «
Approvate dall’Ulsa, mira­vano a ottenere autorizzazioni per procedere con incarichi diretti o l’approvazione di estensioni d’incarico. In relazione a queste approvazioni è necessario sottoli­neare come le stesse fossero soven­te (abilmente) formulate in modo da rendere difficilmente praticabi­le una decisione di segno opposto: questo non giustifica però una si­stematica approvazione senza al­cuna osservazione critica, che pur avrebbe potuto essere segnalata ». In almeno un caso – trasporto materiali con elicotteri della Heli Tv per 903mila franchi – la Cia ha constatato che l’autorizzazione di procedere con incarico diretto « sia stata presa senza che l’Ulsa abbia effettuato le necessarie e più che opportune verifiche ». La deli­bera « è intervenuta sulla base di una semplice lettera del Cda della Grossalp Sa con la motivazione generica secondo cui l’esecuzione dei lavori prevedeva la necessità di far capo a un Super Puma a quel tempo apparentemente in do­tazione alla sola Heli Tv ».
Restituire soldi?
L’osservanza della LCPubb rappresenta una delle condizioni generali cui è subordinato il rico­noscimento di sussidi pubblici in base alla LSuss: « Il mancato ri­spetto di tali norme – della cui esi­stenza i promotori dei progetti erano al corrente avendole pure in altri casi applicate – può rappre­sentare un motivo che giustifica una richiesta di restituzione par­ziale del sussidio erogato. Tutta­via, la constatazione del mancato rispetto della LCPubb avrebbe do­vuto essere oggetto di verifica ed evidenziata nei rapporti di liqui­dazione dell’Ulsa e avrebbe anche dovuto indurre la Spe ad accerta­re se i presupposti per un’eventua­le riduzione del sussidio finale erano adempiuti ».
Documentazione incompleta
Solo raramente – scrive la Cia – la documentazione presentata
permetteva una visione comple­ta e dettagliata dei progetti per i quali venivano inoltrate le do­mande di sussidio: « Le richieste di completazione sono state però limitate e solo in casi eccezionali hanno permesso di migliorare si­gnificativamente la visione globa­le sui progetti. In molti casi, infat­ti, le richieste di precisazione con­ducevano alla trasmissione di atti supplementari parziali, senza che vi fosse un necessario aggiorna­mento completo della documenta­zione, ciò che rendeva assai diffici- le l’interpretazione da parte delle istanze preposte ». Ma non è tutto: « Per sua scelta la Spel/Spe rinun­ciava al coinvolgimento preventi­vo di istanze specializzate nella verifica tecnica dei progetti; inol­tre le informazioni sull’effettiva situazione finanziaria delle so­cietà promotrici giungevano spes­so con notevole ritardo per rap­porto alle domande di sussidia­mento ». E nemmeno in presenza di preavvisi critici o negativi (So­cietà di credito alberghiero, Ett, Confederazione/Uft, Sezione e Ispettorato delle finanze) « si è proceduto con verifiche supple­mentari in tal senso ».
In un caso, addirittura, l’auto­rità cantonale preposta all’eroga­zione del sussidio previa verifica della sostenibilità finanziaria del progetto «
si è parzialmente sosti­tuita al promotore stesso, instau­rando trattative dirette con l’auto­rità federale per giustificare la so­stenibilità finanziaria che gli uffi­ci federali competenti, appunto, ri­tenevano non essere garantita ». A monte di tutto ciò vi è « l’in­dirizzo politico dato negli anni 1998-2005 al settore degli impianti di risalita ». Un indirizzo « perce­pito dai funzionari incaricati del­la gestione dei dossier come pro­mozione attiva di questo settore e più in generale del turismo inver­nale in Ticino ». Tutto questo, commenta la Commissione d’in­chiesta, « ha indubbiamente con­tribuito, erroneamente, ad allen­tare le maglie e la rigidità dei con­trolli ».




Verifiche: ecco cosa manca
-
Manca un controllo formale finale (anche in forma di autocertificazione) sul rispetto delle condizioni legali generali (diritto edilizio, di­ritto ambientale, rispetto della normativa per le commesse pubbliche, pagamento degli one­ri sociali ecc.) e delle condizioni particolari poste dall’istanza competente in sede di con­cessione del sussidio ( concessioni di eserci­zio, rispetto delle norme di sicurezza ecc.).
-
Manca un controllo materiale di congruenza tra il progetto approvato e il progetto realiz­zato
-
Manca un controllo materiale di congruenza tra il piano di finanziamento approvato e il fi­nanziamento effettivo del progetto realizzato a tutela di un indebitamento eccessivo;
-
Manca la prova della copertura di eventuali sorpassi di spesa mediante mezzi propri;  - - Manca la prova del controllo globale dei sus­sidi pubblici ottenuti, allo scopo di evitare il cumulo di finanziamenti pubblici per un me­desimo

 

 Da: La regione, 27.02.2008, pagina 2

 

Negligenze non gravi: cinque funzionari
Sono cinque i funzionari del­l’Amministrazione cantonale in carica ai quali il rapporto Cia ha attribuito alcune ‘leggerezze’: tre attivi al Dipartimento finan­ze ed economia e due al Diparti­mento del territorio (Ufficio la­vori sussidiati e appalti). Cinque dipendenti pubblici ai quali nel­l’ambito del dossier impianti di risalita su cui si è concentrato il lavoro della Commissione d’in­chiesta amministrativa vengono rimproverate delle negligenze. Giudicate però non gravi: il Con­siglio di Stato, come si legge nel­la nota stampa diffusa ieri pome­riggio, non ha infatti ravvisato gli estremi per aprire a loro cari­co procedimenti disciplinari o amministrativi. “Negligenze e inadempienze” sono state tutta­via commesse anche da ex di­pendenti dell’Amministrazione.

 

Il Ppd: occorre rivedere l’organizzazione di tutti i settori dello Stato che erogano sussidi e contributi
Servono «
maggiori approfondimenti su eventuali gravi inadempienze o negligenze da parte dei funzio­nari coinvolti nella gestione delle richieste » finalizza­te all’ottenimento di aiuti cantonali alle stazioni in­vernali. Ad auspicarli è il Ppd che invita inoltre i competenti dipartimenti e il governo « a rivedere l’organizzazione di tutti i settori dello Stato che ero­gano sussidi e contributi ». Per il partito è necessario verificare « le modalità di lavoro e di analisi dei pro­getti, il controllo del loro sviluppo nonché l’assegna­zione delle specifiche competenze e responsabilità al­l’interno dell’Amministrazione cantonale ». Detto ciò, il Ppd, di cui Giovanni Frapolli è deputato, ritie­ne « fondamentali » le iniziative promosse nel corso degli anni per rilanciare le regioni periferiche « e, nel caso specifico, i comprensori turistici di Bosco Gu­rin e di Carì ». Questi progetti targati Frapolli « han­no in effetti consentito di salvaguardare importanti posti di lavoro e investimenti in zone economicamen­te in difficoltà del cantone ». L’indotto globale sulle regioni « e i vantaggi offerti a un gran numero di fa­miglie e di cittadini ticinesi » dalle stazioni in questio­ne « giustificano una pragmatica discussione in vista delle importanti decisioni da prendere nei prossimi mesi », si legge ancora nella nota firmata dal Ppd. Il quale giudica infine « inopportuno » che il governo « si rivolga in procedure giudiziarie ai tribunali com­petenti attraverso lettere rese pubbliche ». Il partito si riferisce alla vertenza Frapolli e alla lettera inviata la settimana scorsa dal CdS alle Preture con la ri­chiesta di garanzie. Il comunicato stampa è stato co­munque diffuso dal governo a missiva spedita.

 

 ‘Pressanti inviti’ a sostenere Frapolli
Impianti di risalita: il governo ha consegnato alla Gestione il rapporto della Commissione d’inchiesta Il Consiglio di Stato: negligenze e servizi inadeguati (ma anche pressioni di vario tipo) a monte di tutto


Due dossier decisamente corposi. Il pri­mo è quello stilato dal Controllo cantona­le delle finanze (Ccf), il secondo consegna­to dalla Commissione d’inchiesta ammi­nistrativa ( Cia), ovvero da Michele Pas­sardi e Guido Corti. Ieri i due documenti sono giunti sul tavolo della Gestione, il primo solo per una visione “al volo”, men­tre il secondo è rimasto nelle mani dei commissari. Categorico il giudizio di en­trambi
i rapporti: le società Grossalp e Carì 2000 presentavano una situazione fi­nanziaria complicata e i servizi cantonali coinvolti (del Dfe e del Dt) hanno commes­so evidenti negligenze ed inadempienze, ma non tali da giustificare provvedimenti disciplinari: almeno per i cinque dipen­denti tutt’oggi attivi nell’amministrazio­ne. Per gli altri, per coloro che sono anda­ti via, non è dato sapere. La Gestione esa­minerà e discuterà il rapporto della Cia martedì prossimo. Il governo l’ha già fat­to ed è giunto alla conclusione « che le pur importanti carenze emerse nell’ambito delle procedure non sono principalmente imputa­bili a errori o responsabilità personali dei funzionari interessati attualmente in funzio­ne – come si legge in una nota – quanto piuttosto all’inadeguatezza dell’organizza­zione e delle risorse umane dei servizi compe­tenti, in rapporto a progetti importanti, dove vi era una forte aspettativa sul piano politi­co, espressa con pressanti inviti a sostenere iniziative, inviti pressanti non di rado in contrasto con valutazioni espresse a livello federale o da studi specialistici ». A questo punto il Dfe sta valutando la possibilità di farsi restituire quei sussidi che, secondo il rapporto della Cia, sarebbero stati ero­gati in eccedenza.
Patrizia Pesenti, presiden­te del governo, arriva per pri­ma. Entra in sala stampa sorri­dente con ben stretti in mano i due rapporti sull’“affaire Fra­polli”. Di lì a breve arrivano an­che Marco Borradori e Lau­ra Sadis. Ad attenderli, dietro il tavolo, il Cancelliere Giam­piero Gianella e il giurista Guido Corti, consulente del go­verno e uno dei due periti del­la Commissione d’inchiesta amministrativa. Delegazione nutrita perché la neve si sta sciogliendo e la trasparenza s’impone dato che il “dossier” sta raggiungendo alte tempe­rature.
Negligenze e inadempienze, ma non così gravi da giustifica­re provvedimenti disciplinari nei confronti dei ( cinque) di­pendenti pubblici ancora in servizio, precisa subito la pre­sidente del Consiglio di Stato. «
C’è però un aspetto importante – aggiunge Pesenti – ed è quello che ha messo in evidenza l’ina­deguatezza dell’organizzazione e delle risorse dei servizi di fron­te ai corali inviti tesi a sostenere questa iniziativa » . Tradotto, tutti spingevano per finanziare (tramite la Lim) gli impianti di risalita di Bosco Gurin e Carì e l’autorità cantonale non era in grado di valutare la fattibilità ma anche la correttezza dell’o­perazione. Tutti spingevano, ma chi? « Le pressioni politiche sono giunte dalla Regione Tre Valli, dai Municipi di Bosco Gu­rin e Faido e sono emerse anche tracce di note scritte da ex fun­zionari del Dfe », risponde Lau­ra Sadis, all’epoca dei fatti non in governo. Si diceva di sì ai fi­nanziamenti nonostante i preavvisi negativi delle auto­rità federali, ma come è possi­bile? « I preavvisi federali non arrivano sul tavolo del governo, ma si fermano negli uffici dipar­timentali. E comunque – affer­ma Marco Borradori – vorrei precisare che la sottodotazione del personale valeva per la Se­zione promozione economica, ma non per gli uffici competenti del Dipartimento del territorio ». Un quadro imbarazzante. I due impianti di risalita hanno rice­vuto finanziamenti pubblici pari al 75 per cento degli inve­stimenti totali – sussidi versati con il “metodo del salame”, un pezzo alla volta – e tutti batte­vano le mani senza porsi do­mande. « Quanto capitato ha di­verse cause. Fra queste – precisa Sadis – servizi che hanno opera­to per anni senza un responsabi­le ( la Spe, ndr). Non ci si deve stupire se poi i dossier non sono ben seguiti. Nel caso specifico, poi, si aveva a che fare con pro­motori agguerriti. Ma ci sono state anche cause esterne al­l’Amministrazione come quegli enti che, interpellati, hanno sempre espresso pareri positivi ». Quasi un sistema. Nessuno dunque è davvero colpevole, ma il governo non se la sente di fare un’autocritica? « Le respon­sabilità ce le siamo assunte con la volontà di approfondire que­sta questione. Vorrei però ricor­dare – prosegue Pesenti – che esistono diversi livelli di compe­tenza. Certe decisioni non pas­sano dal Consiglio di Stato, ma vengono prese dalle Divisioni, dai singoli Dipartimenti. E certe decisioni non sono mai passate dal governo, non per cattiva vo­lontà ma perché lo permette il nostro regolamento » . Come dire, l’eventuale responsabile politico oggi non è più qui; non è stato rieletto in Consiglio di Stato. E Borradori: « I rapporti consegnati non indicano un ca­pro espiatorio, ma chiamano a raccolta la classe politica per una necessaria riflessione. A un certo punto ‘bisognava’ investi­re nelle Regioni di montagna », magari senza porsi troppe do­mande pare di capire.
Certo, così facevan tutti... «
Ma non è certo una scusante per chi sbaglia. Non amo la po­litica che mischia le responsabi­lità », ammonisce Sadis che, pe­raltro, vorrebbe saperne di più sul funzionamento del Dfe nel­la precedente legislatura ma, ricorda, « non dispongo più del­l’archivio del Dipartimento e quindi non ho accesso agli atti ». Se l’è portato via, chissà per­ché, l’ex direttrice del Dfe.
E con l’archivio, poco dopo, sono partiti anche alcuni alti funzionari del dipartimento. Contro questi ultimi non c’è provvedimento che tenga. Non ci sono più, sistemati altrove come le tracce (documenti, dos­sier ecc.) lasciate in dodici anni di attività.

 

La Gestione ha potuto tenere solo il rapporto Cia
Solo le novantotto pagine del rappor­to della Commissione d’inchiesta am­ministrativa ( Cia, ovvero Corti/ Pas­sardi) hanno potuto portare via al ter­mine della seduta. L’altro documento sullo scottante
affaire degli impianti di risalita, quello elaborato dal Con­trollo cantonale delle finanze ( Ccf), i membri della commissione parlamen­tare della Gestione hanno invece dovu­to riconsegnarlo al governo. Motivo? La presenza nelle carte firmate dal Ccf di dati sensibili ( pagamenti, nomi di ditte e società oltre a quelle al centro degli accertamenti amministrativi...). Insomma, giusto il tempo di dargli un’occhiata. Alla Gestione il rapporto del Controllo finanze verrà dato nuo­vamente in visione martedì prossimo, quando al suo esame la commissione granconsigliare consacrerà buona parte della seduta.
Due dunque gli incartamenti, volu­minosi, trasmessi ieri mattina alla Ge­stione. Presenti per l’occasione tutti e cinque i ministri. Non sono mancate domande e commenti. C’è chi fra i de­putati
ha chiesto per esempio se è in­tenzione del Consiglio di Stato verifi­care l’esistenza di aspetti penali che potrebbero essere oggetto di una se­gnalazione d’ufficio al Ministero pub­blico.
Da ricordare che l’operato di Gio­vanni Frapolli nell’ambito delle so­cietà Centro turistico Grossalp e Gio­vanibosco era già finito sotto la lente della Procura: partita nel 2003 in se­guito a una denuncia, l’inchiesta si era conclusa l’anno successivo con un de­creto di non luogo a procedere nei con­fronti dell’imprenditore/ parlamenta­re e di altre persone. Quanto poi alle ‘ leggerezze’ commesse da alcuni fun­zionari dell’Amministrazione canto­nale ed evidenziate dal rapporto Cor­ti/ Passardi, le negligenze non sono state ritenute tali da richiedere, secon­do Cia e governo, “ procedimenti disci­plinari o amministrativi”. Sarebbero invece partite nel frattempo, da parte del Consiglio di Stato, segnalazioni al­l’Avs, al Fisco e all’Amministrazione federale delle contribuzioni. Sempre
nell’incontro di ieri, il governo ha fat­to sapere alla Gestione che sta facendo i necessari approfondimenti per un’e­ventuale restituzione dei sussidi “ ero­gati in eccedenza”.
Anche quest’ultimo aspetto viene af­frontato dal rapporto della Cia. La Commissione d’inchiesta amministra­tiva ritiene fra l’altro incomprensibile che per progetti promossi da privati e destinati comunque a una stretta cer­chia di cittadini ( sciatori ed escursio­nisti) siano stati decisi aiuti pubblici che in più di un caso hanno raggiunto il 75 per cento dei costi complessivi. A simili livelli e più in generale quando il sussidio supera il capitale di rischio privato appare poco opportuno, secon­do il rapporto Cia, parlare di sussidia­rietà: in tali circostanze meglio sareb­be parlare di progetti o infrastrutture pubblici. Nel documento si parla an­che di pressioni di varia natura legate al progetto di rilancio della stazione di Carì inizialmente escluso dagli aiuti cantonali. Progetto poi accolto dal par­lamento. Si era nel 2001.

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