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Da: La regione 31.12.10 pag 14

Caso Tobler, causa a BancaStato per risarcimento

Mentre l’ex direttore Fabio Pedrazzini viene ancora scagionato

Uno dei legali del giovane plurimilionario di Gordola Hansruedi Tobler ha deciso con il suo cliente d’intentare una causa civile contro BancaStato, chiedendo un risarcimento di 4 milioni e 416 mila franchi per i danni subiti dal ragazzo, raggirato dal suo ex tutore. La causa civile è stata inoltrata nelle scorse settimane dall’avvocato Diego Olgiati alla pretura di Bellinzona. Si tratta di una richiesta di risarcimento parziale, come ha anticipato ieri la Rsi, poiché a dipendenza di quanto deciderà sul fronte penale la Cassazione la cifra potrebbe lievitare a più di sei milioni.

Intanto, dopo circa 10 anni, è stata archiviata la posizione dell’ex direttore della filiale locarnese di BancaStato: a Fabio Pedrazzini non è imputabile il reato di estorsione. La Camera dei ricorsi penali si è espressa per la quarta e ultima volta, respingendo l’istanza inoltrata la scorsa estate dall’avvocato Brenno Canevascini.

La sentenza giunta ieri metterà fine alla vertenza. Con ogni probabilità il legale di Tobler non impugnerà la decisione (un ricorso andrebbe presentato entro 30 giorni al Tribunale federale). Ricordiamo che il caso scoppiato nove anni fa riguarda le malversazioni che l’allora tutore di Tobler, Italo Frignani, compì ai danni del ragazzo; e, in particolare, alla riunione che il 9 luglio del 2001, emersi i raggiri, Pedrazzini convocò negli uffici della banca. Dopo aver spiegato a Tobler l’accaduto, l’ex direttore gli prospettò due possibilità: recuperare il maltolto lasciando a Frignani, come buona uscita, un milione e 150 mila franchi, o rivolgersi alla magistratura. In quel caso, però sarebbero venuti alla luce anche i soldi nascosti al fisco, con conseguente multa di circa 10 milioni di franchi. Tobler, cifre alla mano, optò per la prima soluzione.

Per la Camera dei ricorsi penali questa non fu estorsione. Tobler non fu minacciato, ma solamente messo in guardia. Il giovane avrebbe potuto scegliere diversamente e denunciare Frignani. Per Fabio Pedrazzini, come detto, la questione è dunque chiusa. Non così per BancaStato.

 

Da: La regione 31.12.10 pag 7

Morte in carcere, inchiesta archiviata

‘Solo’ una serie di errori nel decesso di Skander Vogt

ATS

Losanna – L’inchiesta inerente al decesso di un detenuto al penitenziario di Bochuz (Vaud) in marzo è sfociata in un non luogo a procedere. Vi sono stati degli errori, ma nulla di rilevanza penale può essere rimproverato al personale medico, ai guardiani e alla direttrice di picchetto quella notte.

Skander Vogt, uno svizzero di 30 anni con una personalità «profondamente turbata» detenuto nel reparto di alta sicurezza, era morto per asfissia l’11 marzo dopo aver dato fuoco al suo materasso. I guardiani spensero le fiamme ma lo spostarono solo 90 minuti più tardi.

Per il giudice istruttore Daniel Stoll, «in nessun momento» vi è stata l’intenzione di lasciar morire il detenuto. È stata commessa una serie di errori, ma l’omicidio colposo è fuori questione.

L’avvocato della sorella di Vogt, Nicolas Mattenberger, farà ricorso. «È un po’ una pagliacciata: il giudice istruttore riconosce che vi sono stati degli errori ma discolpa tutti» , ha dichiarato all’Ats il legale, secondo cui vi erano elementi sufficienti per rinviare il dossier a un tribunale indipendente.

 

 

Da: La regione 31.12.10 pag 7

Hells Angels, cade l’accusa

Mancano le prove: la Procura federale abbandona l’ipotesi che il club zurighese sia un’organizzazione criminale

ATS

Berna – Nell’inchiesta avviata nel 2003 contro gli Hells Angels di Zurigo è venuta a cadere l’accusa principale: il Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) ha archiviato il procedimento per partecipazione e sostegno ad un’organizzazione criminale. Cinque singoli membri del club di motociclisti sono comunque rinviati a giudizio per vari reati.

L’ipotesi investigativa iniziale, secondo la quale gli Hells Angels, o un nucleo interno all’associazione, costituirebbero un’organizzazione criminale, non ha potuto essere confermata, ha scritto ieri in una nota l’Mpc. Il relativo procedimento è stato abbandonato per mancanza di prove.

L’esame del rapporto finale sottoposto lo scorso mese di maggio all’Mpc dal giudice istruttore federale ha portato a quindici decreti d’abbandono e a cinque atti d’accusa. Cinque membri degli Hells Angels vengono rinviati a giudizio davanti al Tribunale penale federale, per le accuse di violazione alla legge sugli stupefacenti, tentata estorsione, tentato sequestro di persona, rapimento e preparativi svolti in vista di una rapina.

La prima accusa si fonda su un ingente commercio di marijuana, organizzato in maniere professionale, e sulla gestione di una coltivazione “indoor” scoperta dalla polizia cantonale sangallese nel settembre 2003. Dalle piante di canapa sono stati ricavati centinaia di chilogrammi di stupefacenti, dai quali gli accusati hanno ricavato fino al febbraio 2004 proventi «talvolta cospicui» .

L’accusa di tentata estorsione si riferisce alle pressioni esercitate dall’imputato principale, fra il marzo e l’aprile del 2003, sul proprietario di un bordello al quale voleva estorcere mezzo milione di franchi. I soldi sarebbero dovuti servire a proteggere l’uomo da pericolosi quanto «fantomatici» mandanti. La vittima tuttavia non pagò la somma, precisa l’Mpc.

In un altro caso ci fu un tentativo di riappropriazione di due motociclette Harley-Davidson rubate. I membri del club cercarono di attirare il «presunto ladro» con un pretesto in un luogo convenuto. I fatti risalgono al settembre del 2003. La persona cercata tuttavia non si presentò e «il reato non fu commesso» .

Gli altri elementi dell’accusa sono i preparativi di una rapina a mano armata pianificata nel dicembre 2003 ai danni di un portavalori non blindato nella regione di Zurigo. Per commettere la rapina fu ingaggiato un membro di un gruppo francese degli Hells Angels. Il progetto fu però abbandonato all’ultimo momento perché l’uomo giunto in Svizzera ebbe la sensazione di essere pedinato dalla polizia.

L’Mpc ha deciso di abbandonare l’accusa per altri possibili reati nei confronti di nove persone. Nell’inchiesta sono coinvolti anche un cittadino italiano e un francese che saranno chiamati a rispondere dei reati loro imputati «se del caso» nei rispettivi Paesi.

L’indagine preliminare contro gli Hells Angels zurighesi fu avviata il 29 gennaio 2003 su richiesta della Polizia giudiziaria federale, ricorda il Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) nella nota diffusa ieri. Il 28 aprile 2004 ci fu una maxiretata nella ex sede degli Hells Angels, nel quartiere della Langstrasse di Zurigo, e nei giorni successivi ci furono perquisizioni anche nei cantoni di Argovia, Soletta e Vaud.

All’operazione parteciparono circa 300 agenti. Tredici persone furono fermate e poste in detenzione preventiva.

 

Da: La regione 24.12.10 pag 15

Condannato ma per molta meno coca

Quattro anni e mezzo al broker delle bolas: sanzione per 2,4 dei 7,7 chili ricostruiti dall’Accusa. E niente riciclaggio

MA.MO.

Non ha retto del tutto al giudizio della corte delle assise criminali presieduta dal giudice Claudio Zali la ricostruzione fatta dagli inquirenti dei quantitativi di cocaina trafficati sul piano internazionale e fatti smerciare in Ticino dall’imputato nigeriano Osinachi Nnamoko condannato ieri a quattro anni e mezzo di carcere per ripetuta infrazione aggravata alla Legge federale sugli stupefacenti. È stato invece prosciolto dal reato di riciclaggio contenuto nell’atto d’accusa: il denaro provento dei traffici è stato infatti spedito in Africa non per essere usato per altri scopi ma per alimentare il traffico di droga verso l’Europa.

In mattinata l’avvocato difensore Yasar Ravi, ritenendo che gli indizi raccolti non potessero rappresentare una prova a carico, aveva chiesto il proscioglimento. O in via subordinata una condanna non superiore ai due anni. Mercoledì il procuratore pubblico Antonio Perugini aveva invece proposto per il 30enne domiciliato a Bellinzona una pena di 5 anni e 10 mesi di reclusione per un quantitativo complessivo di droga pari a 7,73 kg. In sostanza 1,73 kg si riferivano ai primi sei mesi del 2010 fino al giorno dell’arresto scattato lo scorso 17 giugno a Monte Carasso. Mesi durante i quali la polizia ha potuto da una parte intercettare e far trascrivere migliaia di sue telefonate con le quali gestiva i traffici, dall’altra raccogliere la testimonianza di due donne da lui ingaggiate per il trasporto della sostanza. Ne è uscito un quadro assai dettagliato che l’Accusa ha in modo proporzionale ‘spalmato’ sui due anni precedenti, il 2008 e il 2009, durante i quali Nnamoko si è pure dato ai traffici di cocaina senza però che gli inquirenti siano riusciti a ricostruire e catalogare dettagli e circostanze.

Un vuoto di prove certe che ha pesato sul quantitativo di stupefacente riconosciuto dalla corte (un terzo del totale proposto dal pp Perugini): un solo chilo anziché i sei ipotizzati per gli anni 2008 e 2009; e pure limato quello del 2010, sceso da 7 a 4 etti per una delle due corriere già condannate e che lo avevano tirato in ballo (confermati invece i 4 etti della seconda corriera e i 630 grammi di un terzo non intercettato). In tutto 2,43 kg.

Su questo punto la corte ha fatto proprie le critiche della difesa. Tuttavia, come s’è visto, la pena irrogata non è scesa di molto. Buona parte dell’impianto accusatorio è stato confermato laddove l’imputato viene definito una pedina importante in Ticino della ‘Nigerian Connection’. Il giudice Zali nel pronunciare la sentenza ha rilevato che col ruolo di piazzista, o anche detto di ‘broker delle bolas’ che mai ha toccato la cocaina fatta smerciare ad altri, Nnamoko « si è posto al di sopra del livello degli spacciatori suoi connazionali » che in qualità di richiedenti l’asilo vengono spediti in strada con le bolas ben sapendo di avere zero possibilità di restare in Svizzera una volta arrestati. Per contro l’agire dell’imputato « si è rivelato particolarmente grave penalmente perché ha iniziato a trafficare stupefacente quando non ne aveva la necessità » essendosi sposato con una cittadina svizzera e avendo trovato delle occupazioni professionali.

La conferma della sua colpa – ha rimarcato Zali – poggia su tre pilastri: la chiamata di correo fatta dalle due corriere, i flussi di denaro (anche verso la Nigeria) a lui riconducibili e spiegabili solo con un traffico di cocaina, e le intercettazioni. Il difensore aveva messo in serio dubbio la validità di queste ultime dal momento che il loro contenuto è stato in un primo momento riassunto in tedesco dalla lingua igbo dell’imputato, e poi tradotto in italiano. La corte ha riconosciuto i limiti del sistema usato ma al contempo si è detta certa che nel loro complesso le intercettazioni riguardano contatti riferiti a traffici di cocaina.

Prendendo la parola al termine dell’arringa difensiva, ieri mattina Nnamoko ha negato di essere una pedina del traffico internazionale di droga: « Il procuratore sbaglia a considerarmi un boss della coca ». Nel commisurare la pena la corte ha infine ritenuto che l’imputato non si sia minimamente pentito né abbia avuto una minima presa di coscienza delle sue colpe.

 

Da: La regione 23.12.10 pag 3

Ravi, cade l’atto d’accusa

Crp accoglie il ricorso del fiduciario coinvolto

Cade l’atto d’accusa contro il fiduciario a cui il procuratore pubblico Arturo Garzoni contestava di aver giocato un ruolo chiave – assieme all’avvocato luganese e granconsigliere Ppd Yasar Ravi – nella compravendita, parzialmente in nero, di Villa Violetta a Castagnola. La Camera dei ricorsi penali, come riferito ieri da Ticinonews , avrebbe accolto il ricorso inoltrato da Fulvio Pelli , legale del fiduciario. Di conseguenza, dovrebbe cadere anche il rinvio a giudizio alle Assise correzionali per Ravi. Garzoni dovrà decidere ora se e come ripensare e riscrivere il documento di rinvio a giudizio.

Stando al magistrato, nel 2005 per la cessione della villa, l’allora proprietaria inglese fece allestire da Ravi due rogiti: uno per l’immobile, l’altro per il mobilio di lusso che questo avrebbe contenuto. In seguito, dei 9 milioni del valore complessivo, solo i 6 dell’immobile sarebbero stati dichiarati, mentre i 2,5 dei mobili no. Una strategia che avrebbe avuto lo scopo principale di ingannare l’ormai ex marito della proprietaria, che non avrebbe ricevuto nulla qualora il prezzo di vendita non avesse raggiunto una certa somma.

Pelli ha chiesto (e ottenuto) l’annullamento dell’atto stilato da Garzoni ritenendo che il reato contestato al suo cliente non fosse sufficientemente circostanziato. Non solo, secondo Pelli il reato di conseguimento fraudolento di una falsa attestazione non sarebbe stato correttamente contestato al fiduciario durante l’inchiesta dal procuratore pubblico e buona parte dei fatti riportati nel documento di rinvio a giudizio non sarebbero di rilevanza penale.

 

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