Da: CdT 29.3.11 pag 11
Roghi. Assoluzione confermata.
Fiamme appiccate negli scantinati: respinto il ricorso dell'accusa
■ Sentenza confermata e ricorso respinto. Sono trascorsi poco meno di quattro mesi dal processo alle Criminali per la serie di roghi che nell'agosto del 2009 scoppiò nelle cantine di cinque palazzine del Luganese. In primo grado, la Corte aveva prosciolto l'imputato 41.enne dal reato di incendio intenzionale aggravato, condannandolo unicamente (per una serie di malversazioni) a una pena di 18 mesi sospesa in favore di un trattamento psicoterapeutico stazionario. «Non ci troviamo di fronte a un piromane - aveva osservato il giudice Claudio Zali - ma a una persona affetta da un grave disturbo della personalità, con radici nell'infanzia e aggravato da una forte dipendenza da alcol e psicofarmaci». Conclusioni, queste ultime, che non erano però state condivise dall'accusa che si era rivolta alla Corte di appello e revisione penale lamentando un presunto abuso di interpretazione e il fatto che la Corte non avrebbe preso in considerazione un complemento di perizia. Nulla da fare: il ricorso firmato dalla procuratrice pubblica Marisa Alfier, che aveva ereditato il caso dall'ex collega Clarissa Torricelli è infatti stato respinto.
«Incapace d'intendere e volere»
Come si ricorderà, lo scorso primo dicembre, giudici togati e cittadini giurati avevano fatto propria la tesi della difesa, rappresentata dall'avvocato Costantino Delogu, giungendo al convincimento che dal 2 al 6 agosto del 2009 l'imputato 41.enne non era in grado d'intendere e di volere. Conclusione a cui era giunto un primo referto peritale, ritenuto dalla Corte «chiaro e lineare». Così non era stato invece per il complemento di perizia, stilato in un secondo momento, giudicato non convincente e in cui si profilava quella che sarebbe stata la tesi portata in aula dall'accusa. L'imputato - aveva sostenuto in sede di requisitoria la procuratrice Torricelli nel chiedere una condanna a sei anni e sei mesi - era consapevole che bevendo e assumendo psicofarmaci, si poneva a rischio di perdere il controllo e che, una volta varcata la soglia della trasgressione, sarebbe stato proprio l'incendio il reato che avrebbe commesso. Il tutto in virtù delle sue esperienze pregresse, dei suoi trascorsi, del suo rapporto morboso con il fuoco. In sostanza la tesi era stata quella della cosiddetta «actio libera in causa» (il fenomeno che si verifica quando una persona si pone in stato di incoscienza al fine di commettere un reato ndr.).
Di parere diametralmente opposto per contro l'avvocato Costantino Delogu, che richiamando le conclusioni del primo referto peritale e la totale scemata imputabilità che ne emergeva per gli incendi, si era battuto per il proscioglimento del proprio assistito. GI.M