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Da: CdT, 1.6.11 pag 19

Giustizia Giovane prosciolto Non fu tentata estorsione

In Pretura penale viene ribaltata la sentenza di primo grado

 Era stato condannato con decreto d'accusa per tentata estorsione ma dopo l'inoltro dell'opposizione ed il successivo processo davanti al giudice della Pretura penale di Bellinzona, è stato prosciolto ieri in aula da ogni addebito. Protagonista delle vicenda è un giovane del Bellinzonese inviato a Mendrisio nel febbraio 2009 dal fratello, noto nell'ambiente, per riscuotere un vecchio credito da un canapaio.
Quest'ultimo, dopo aver rifiutato di consegnare il presunto dovuto di 55.000 franchi, ha denunciato il gio vane per tentata estorsione, sostenen do di essere stato minacciato affinché consegnasse il denaro al giovane che agiva in nome del fratello. La denun cia era stata suffragata da testimoni che avevano confermato la versione del canapaio.
Sulle base delle indagini condotte, il procuratore pubblico Moreno Capella - assente ieri pomeriggio in aula a Bellinzona - aveva pronunciato un de creto d'accusa con una sentenza di condanna, sospesa, a 2.000 franchi (20 aliquote di 100 franchi ciascuna).
Davanti al giudice Giovanni Celio, il difensore avvocato Rocco Taminelli ha sostenuto la tesi che il suo cliente nulla ha mai avuto a che fare con il mondo della canapa e che mai aveva tentato di estorcere i soldi alla presunta vittima in quel febbraio del 2009. Nel corso del dibattimento il legale ha così smontato le affermazioni dei te stimoni del canapaio, portando per fino un suo testimone a discarico.
Alla luce di quanto ascoltato e dall'in carto, il giudice Celio ha pertanto prosciolto l'accusato da ogni imputazione, non avendo infatti rilevato elementi sufficienti per ritenere che i fatti si siano svolti secondo la versione sostenuta dalla presunta vittima della tentata estorsione.
Il presidente della corte ha pure stabilito che debbano essere versati 3.556 franchi di ripetibili al giovane bellinzonese.
 LUBER

VECCHIO DEBITO L'accusato, poi prosciolto, doveva riscuotere denaro da un canapaio per conto del fratello.
(Foto Demaldi) 

 

Da: CdT, 9.6.11 pag 13

Losanna. Cade la condanna per l'ex avvocato di Peric  

Armadietto nascosto: non vi fu istigazione al favoreggiamento

Prosciolta su tutta la linea. Il Tribu­nale federale ha posto un punto defi­nitivo a un'intricata vicenda giudizia­ria emersa a margine del caso di Vi­doje «Willy» Peric, il 73.enne sedicen­te medico di Savosa, specialista in ozo­no e neuralterapia, finito in manette nel 2007 poiché sospettato di aver esercitato la professione senza laurea. Al centro del procedimento vi era una 39.enne avvocatessa che agli esordi dell'inchiesta si occupava di difende­re gli interessi dell'arrestato (ora se­guito da un altro legale). Secondo l'ac­cusa, la donna aveva istigato un cono­scente di Peric a sottrarre in piena istruttoria un armadietto contenente 80 mila franchi, indirizzi, conti ban­cari, fatture, contratti e numeri di te­lefono venendo quindi condannata nel settembre 2009 in Pretura penale a una sanzione pecuniaria sospesa di 21 mila franchi per istigazione a favo­reggiamento . Un addebito pesante da cui la giurista si era vista proscio­gliere in Cassazione. Il procedimento era però andato incontro ad un ricor­so inoltrato dal Ministero pubblico che Losanna ha ora deciso di respin­gere scagionando in via definitiva la 39.enne, difesa dall'avvocato Mario Postizzi.

Non vi è alcun dolo
I fatti: tutto prese avvio il 23 aprile 2007 con un primo interrogatorio di Peric e una perquisizione nella sua abitazio­ne di Savosa a seguito della quale ven­ne trovata documentazione che atte­stava un'attività medica esercitata sen­
za i necessari titoli. Il 30 aprile seguì una seconda trasferta degli inquiren­ti a Savosa, durante la quale Peric far­fugliò al proprio legale «quell'arma­dietto va portato via». La patrocinatri­ce non comprese. In base a quanto ri­costruito a suo tempo in Pretura, il gior­no seguente, in carcere, Peric avrebbe dichiarato alla propria patrocinatrice che il mobile conteneva documenti che la moglie (con cui aveva un rap­porto conflittuale) non doveva vede­re. La legale avrebbe quindi preso con­tatto con un conoscente di Peric per ri­muovere l'armadietto, ritrovato qual­che giorno più tardi in un garage dal­la polizia. Per l'accusa, la 39.enne avrebbe travalicato il dovere di fedel­tà nei confronti del cliente e i limiti de­ontologici stabiliti dal codice penale. Di diverso parere la Cassazione e i giu­dici di Losanna, secondo cui la 39.en­ne non sapeva cosa contenesse l'arma­dietto risultando inoltre plausibili le ragioni avanzate da Peric a giustifica­zione della sua richiesta. «Ella poteva legittimamente credere che l'armadiet­to contenesse documentazione per­sonale del cliente che non doveva ca­dere nelle mani della consorte». Pur conscia del procedimento «sapeva pu­re che l'armadietto era già stato per­quisito, che solo parte del suo conte­nuto era stato sequestrato e che non erano stati posti sigilli sul mobiletto». «In simili circostanze, non è possibile concludere che la legale avesse preso in considerazione che l'armadietto rac­chiudesse ancora elementi di rilievo per la procedura penale». GI.M




TRIBUNALE FEDERALE Losanna ha confermato il proscioglimento già deciso in Cassazione. (Foto Keystone)

Da: CdT, 7.6.11 pag 7

La prima volta di Norman Gobbi, non giurista, all'inaugurazione dell'anno giudiziario. Il presidente del TA critico verso la logistica e la dislocazione dei tre giudici a Locarno

Dopo 20 anni, e a seguito anche del passaggio di testimone alla testa del Dipartimento delle istituzioni tra l'uscente Luigi Pedrazzini e il neo elet­to Norman Gobbi, è spettato a un non giurista inaugurare il nuovo anno giu­diziario di fonte a una folta platea di avvocati, magistrati, funzionari e giu­risti. «È evidente come la mia perso­nale conoscenza del mondo della Giu­stizia ticinese sia limitata», ha esordi­to Gobbi «tutto ciò non preclude il mio interesse al settore, anzi». Pur espri­mendo un giudizio positivo, il Consi­gliere di Stato ha dunque lasciato in­tendere che vi sono comunque mar­gini di miglioramento sul fronte del­l'utilizzazione più efficace delle risor­se e degli spazi.
Senza dimenticare le novità legate al­l'entrata in vigore, da inizio anno, dei nuovi Codici di procedura penale e ci­vile (con le relative norme di applica­zione cantonale). Un vero e proprio cantiere ha sottolineato Gobbi che sa­rà oggetto di verifiche a scadenze re­golari anche prima dell'orizzonte di due anni fissato dal Gran Consiglio per disporre di un primo rapporto gover­nativo. «L'obiettivo - ha detto - è segui­re la situazione in tempo reale, appor­tando, tempestivamente, i dovuti cor­rettivi». Partendo dalla segnalazione giunta dalla recente assemblea del­l'Ordine degli avvocati, anche Gobbi si è soffermato sul nodo della forma­zione, in relazione al malcontento per la mancata possibilità, secondo le nuo­ve disposizioni federali, per i pratican­ti di giungere con un incarto nelle au­le dei tribunali. «Il Dipartimento isti­tuzioni - ha rassicurato - si è fatto par­te attiva, segnalando il problema e i potenziali correttivi alla Conferenza dei direttori dei dipartimenti canto­nali di giustizia e polizia».

Ipotesi Tribunale Commerciale
Sempre in ambito organizzativo, Gob­bi ha insistito sull'opportunità - tut­tora al vaglio - di creare in Ticino un Tribunale commerciale, considerato anche il posto di rilievo della piazza finanziaria cantonale e le accresciute necessità di specializzazione degli av­vocati. Un cenno, infine, al rapporto fra giustizia e tecnologie, nell'ottica di ottimizzare costi ed efficacia: «Inten­do promuovere un'ulteriore informa­tizzazione e relativa de-materializza­zione dei faldoni, con un approccio informatizzato alla giustizia che do­vrebbe rendere la stessa, oltre che più sicura, più efficiente». Rientra in que­sto discorso la futura realizzazione di una base informatica condivisa tra Po­lizia cantonale e giustizia inquirente.

Il problema degli spazi
La parola è quindi passata al presiden­te del Tribunale d'appello Giorgio A. Bernasconi che non ha risparmiato le
bordate su problemi che si trascinano da anni. A cominciare dalla logistica e da quello che è stato definito uno smembramento del Tribunale, con la creazione a Locarno della Corte di ap­pello e revisione penale. Una scelta che Bernasconi ha bollato di infelice: «I tre giudici distaccati sul Verbano non hanno più un contatto diretto con le altre camere. E dire che era noto da anni che il nuovo diritto avrebbe isti­tuito una autorità di ricorso penale a pieno titolo. Farsi cogliere imprepara­ti dal profilo degli spazi è stato un se­gno di scarsa lungimiranza». «Dal pun­to di vista penale è ancora presto per tracciare un bilancio di ciò che com­porterà la nuova prassi. La Corte d'ap­pello si è infatti per ora occupata so­prattutto di ricorsi presentati sotto l'egi­da del vecchio diritto». Diverso è il di­scorso per quanto riguarda il Civile. Nonostante la procedura unificata sia entrata in vigore da soli sei mesi, già si registra infatti un certo sovraccari­co: «Il nuovo codice, più moderno e aggiornato, è allo stesso tempo mag­giormente garantista con la possibi­lità di impugnare anche le decisioni intermedie. Abbiamo una terza came­ra civile nuova di zecca che è già obe­rata e difficilmente con l'attuale or­ganico potrà resistere a lungo».

Rustici: 257 ricorsi

Ecco dunque che per compensare una mole di lavoro sempre più gravo­sa (il giudice Bernasconi ha citato a titolo di esempio i 257 ricorsi penden­ti contro il nuovo Piano di utilizzazio­ne cantonale del paesaggio con edi­fici e impianti protetti in materia di rustici) è necessario intervenire sul­le risorse umane. Con una precisa­zione: «In quantità, ma soprattutto in qualità». Il riferimento va alla forma­zione post universitaria: «La funzio­ne di magistrato, lo dimostrano i fat­ti, risulta sempre più impegnativa. Chi insegna oggi a fare il giudice, chi in­segna a fare il procuratore pubblico? È sufficiente un brevetto di avvocato o serve qualcosa di più?» si è doman­dato Bernasconi che ha ripercorso quanto sta avvenendo in altre realtà romande e di oltre Gottardo. «A livel­lo svizzero - ha concluso il relatore - si sta muovendo molto e siamo in pie­na evoluzione. Il tempo sembra es­sersi fermato solo a Lugano». «La se­de del TPA è assolutamente irrazio­nale e rischia di pregiudicare il lavo­ro di chi vi esercita. La speranza è che anche in Ticino si possa istituire una scuola di avvocatura, anche se prima forse sarebbe opportuno crearne una di logistica».
GI.M/R.L.


PALACONGRESSI Il presidente del Tribunale d'appello Giorgio A. Bernasconi (a sinistra) con Norman Gobbi. (Foto Demaldi)

Da: La regione, 25.5.11 pag 2

Speciale Il caso Beyeler

Un procuratore nella bufera

di Silvano De Pietro

I ‘dossier’ pesanti ereditati dal suo predecessore e alcune forti critiche sul suo operato rischiano di mettere in pericolo la rielezione del procuratore generale Erwin Beyeler sulla quale si esprime oggi la Commissione giudiziaria del parlamento

La sede del Ministero pubblico della Confederazione a Berna

Mercoledì 11 maggio, a Svitto. Il procuratore generale della Confederazione, Erwin Beyeler, ed il suo primo sostituto, Ruedi Montanari, compaiono davanti alla Commissione giudiziaria delle Camere federali. Devono difendersi da pesanti critiche che concernono la loro attività, sulla quale l’Autorità di vigilanza sul Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) ha deciso di indagare dopo lo smacco del processo al banchiere zurighese Oskar Holenweger, conclusosi con il completo proscioglimento dell’imputato.

È una vicenda complessa, dai risvolti anche politici, sorta in seguito alle rivelazioni di un trafficante di droga. E il fatto che le accuse ad Holenweger possano ora evaporare (è comunque ancora aperta la via del ricorso contro l’assoluzione) e che il procedimento sia andato troppo per le lunghe danneggiando l’imputato, rischia di produrre anche un danno plurimilionario alle casse federali per la molto probabile richiesta di risarcimento.

Rielezione a rischio

Finita l’audizione di Beyeler e Montanari, nella Commissione giudiziaria (che ha tra l’altro il compito di proporre al Parlamento l’elezione o la destituzione del procuratore generale e dei suoi sostituti) viene fatta la richiesta di non candidare Beyeler ad un secondo mandato quadriennale, per il periodo 2012-2015, quale capo dell’Mpc. A questo punto, considerato che già qualche voce si è levata a chiederne le dimissioni, la sorte di Beyeler è appesa a un filo: la Commissione prende proprio oggi una decisione definitiva nel corso di una seduta straordinaria.

L’Assemblea federale (il Parlamento a Camere riunite) discuterà in giugno dell’elezione del nuovo procuratore generale, quasi certamente accogliendo la proposta della Commissione giudiziaria. Ed anche se nulla autorizza a pensare che, nella Commissione giudiziaria come nel plenum del Parlamento, si formerà la maggioranza necessaria per negargli la riconferma nella carica, è tuttavia vero che a Beyeler vengono mosse accuse sia da destra che da sinistra.

Eppure, lo stesso presidente dell’Autorità di vigilanza sull’Mpc, il giudice federale Hans Georg Seiler, pur annunciando in un’intervista rilasciata il 30 aprile alla Basler Zeitung di voler sottoporre l’Mpc ad ispezione, ha ammesso di non avere alcuna prova che Beyeler « non abbia fatto bene il suo lavoro ». Ma allora, chi si sta adoperando per “far fuori” il procuratore generale della Confederazione? Perché e che cosa vogliono fargli pagare? Per rispondere a queste domande occorre anzitutto vedere chi è Erwin Beyeler.

Chi è il procuratore

Cinquantanove anni, cresciuto nel canton Sciaffusa, ha

foto Keystone

conseguito a Zurigo il dottorato in diritto ed ha iniziato la carriera di avvocato nel 1983 con un proprio studio legale a Sciaffusa. In seguito ha assunto la funzione di comandante della Polizia cantonale e della Polizia municipale di Sciaffusa, prima di passare alla polizia cantonale di Zurigo in qualità di capo dello stato maggiore e vicecomandante. Tra il 2001 e il 2002 è stato capo della polizia giudiziaria federale e direttore supplente dell’Ufficio federale di polizia: un incarico, questo, che avrà ripercussioni sulla sua reputazione attuale. Dal settembre 2002 ha quindi ricoperto la funzione di procuratore capo del canton San Gallo, prima che nel 2007 il Consiglio federale lo nominasse procuratore generale della Confederazione.

I dossier ereditati

Divenuto capo dell’Mpc, Beyeler s’è trovato tra le mani alcune “patate bollenti” lasciategli dal suo predecessore Valentin Roschacher. Il caso più scottante era quello della messa sotto accusa del banchiere Oskar Holenweger per riciclaggio qualificato, falsità in documenti, complicità in amministrazione infedele, corruzione di pubblici ufficiali stranieri. Arrestato a dicembre 2003, l’imputato ha dovuto passare 49 giorni in detenzione preventiva ed attendere quasi otto anni prima della sentenza d’assoluzione (arrivata il 21 aprile scorso), a causa soprattutto di una procedura scandalosamente lunga, sia in senso assoluto, sia in rapporto al materiale probatorio presentato al Tribunale penale federale di Bellinzona.

Questo aspetto della lunghezza dell’inchiesta è collegato al fatto che le accuse erano basate sulle informazioni fornite da un personaggio oscuro, un trafficante colombiano di droga, indicato con il nome di José Manuel Ramos. Il punto era (ed è ancora) il seguente: quanto credibile può essere considerato un tale personaggio? E come sono state acquisite le sue informazioni?

I giudici non hanno voluto neppure considerare l’accusa al banchiere zurighese di aver riciclato denaro proveniente dal traffico di droga, poiché Ramos sarebbe stato impiegato non solo come informatore, ma anche come vero e proprio agente infiltrato, cosa contraria alla legge svizzera. Molto fragili anche le prove secondo cui Holenweger avrebbe gestito fondi neri per il gruppo industriale francese Alstom, e viene quindi a cadere anche l’accusa di corruzione (alla quale sarebbero serviti quei fondi) di funzionari stranieri.

Le critiche

Le critiche mosse ad Erwin Beyeler sono da ricollegarsi soprattutto a due circostanze. La prima è che ad aver gestito il colombiano Ramos e ad averlo proposto quale informatore all’allora procuratore generale Roschacher, è stato proprio Beyeler quando era capo della polizia giudiziaria federale. Inoltre, una volta divenuto lui capo dell’Mpc, ed essendosi reso conto che le accuse ad Holenweger non stavano in piedi, Beyeler avrebbe dovuto avere il coraggio di chiudere ed archiviare l’inchiesta, e non lasciarla trascinare per anni. In questo, a dire il vero, potrebbe portare a sua scusante il fatto che nel 2006 due giudici federali, Andreas Keller e Bernard Bertossa, avevano ritenuto in un loro rapporto che l’impiego del boss colombiano della droga quale informatore non aveva infranto le regole applicabili alle indagini sotto copertura.

Ma è una scusa che non regge molto davanti all’opinione pubblica, anche se potrà essere fatta valere ancora, argomentandola meglio, nell’eventuale ricorso al Tribunale federale. Come non regge molto la scusa che le lungaggini sarebbero dovute anche alla complessità dei casi e del diritto processuale precedente l’ultima riforma. Sono argomenti, questi, che non spostano di un millimetro il problema di fondo, messo in evidenza già da diversi interventi di personalità politiche e dai media.

Secondo la tesi prevalente, il Ministero pubblico della Confederazione sarebbe entrato (fin dai tempi di Carla Del Ponte, poi con Valentin Roschacher e adesso con Erwin Beyeler) in una fase di gestione della politica giudiziaria fatta di interventi “spettacolari” in casi che attirano l’interesse dei media, e condizionata dall’incapacità o impossibilità, per ragioni politiche o altro, ad archiviare accuse che si rivelano meno consistenti di quanto presupposto. Le prove che vengono indicate da chi formula queste critiche all’indirizzo dell’Mpc, sono di due generi.

La prima è semplicemente l’elenco degli insuccessi recenti della procura federale. Il processo a sette presunti sostenitori della rete terroristica di al Qaida si conclude, nel 2007, con un’assoluzione degli imputati dalle accuse principali; l’inchiesta “Montecristo”, che riguarda un colossale riciclaggio di dollari (oltre un miliardo) provenienti dal contrabbando di sigarette, finisce con l’assoluzione di sette imputati su nove, anche se poi il Tribunale federale, quale istanza di ricorso, annulla la prima sentenza e ordina che il processo venga rifatto.

Il caso Wechselberg

L’anno scorso il Tribunale penale assolve dall’accusa di aver violato la legge sulla Borsa il finanziere russo Viktor Wechselberg ed altri due soci in affari, che non devono pagare la colossale multa di 40 milioni di franchi inflitta a ciascuno di loro dal Dipartimento federale delle finanze. Infine, l’ultimo fiasco per l’Mpc è quello dell’inchiesta avviata nel 2003 contro numerosi Hells Angels: nonostante i vastissimi mezzi impiegati e l’incredibilmente lunga durata delle indagini, l’Mpc non è riuscito a provare l’accusa di partecipazione a un’organizzazione criminale e soltanto cinque persone sono state rinviate a giudizio per altri reati.

I risvolti politici

La seconda prova delle critiche rivolte all’Mpc è il coinvolgimento personale del procuratore generale nei risvolti politici di certe inchieste. La tesi è che se l’affare Holenweger non fosse diventato un tema di politica nazionale (per via del presunto complotto dell’ex consigliere federale Christoph Blocher contro l’allora procuratore generale Roschacher), l’Mpc avrebbe archiviato da tempo il procedimento contro il banchiere zurighese.

Beyeler si sarebbe quindi ostinato in tale inchiesta per difendere l’operato del suo predecessore Roschacher (e quindi se stesso, dato il suo coinvolgimento nell’impiego dell’informatore di Ramos). E questo, naturalmente, ha irritato parecchio quei politici dell’Udc che fanno parte dell’entourage di Blocher. Il consigliere nazionale Christoph Mörgeli ha affermato senza mezzi termini che «il procuratore generale della Confederazione deve dimettersi », e non ha esitato a minacciare che altrimenti ci penserà una maggioranza parlamentare a negargli la riconferma nell’incarico.

D’altronde, anche la sinistra non è per nulla contenta dei risultati raccolti dal procuratore generale nella lotta alla criminalità. Ma vengono lamentate anche le lungaggini delle inchieste e le violazioni del diritto e della procedura nel caso Holenweger.

Per non parlare di certi misteri che a sinistra proprio non piacciono, come l’aver conservato documenti del caso Tinner (spionaggio) fino a un anno dopo che il Consiglio federale ne aveva ordinato la distruzione. « Una svista amministrativa», aveva detto allora Beyeler.

 

Da gennaio il Ministero è autonomo

A seguito della riorganizzazione delle autorità penali federali

Erwin Beyeler

Con l’entrata in vigore, dal 1° gennaio 2011, della legge sull’organizzazione delle autorità penali della Confederazione, il Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) è divenuta un’autorità autonoma, esterna all’amministrazione federale. D’ora in poi il procuratore generale e i sostituti procuratori generali della Confederazione vengono eletti dalle Camere federali. Una Autorità di vigilanza, anch’essa eletta dall’Assemblea federale plenaria, esercita la vigilanza sull’Mpc.

Fino all’anno scorso, tale vigilanza era svolta congiuntamente dal Dipartimento federale di giustizia e polizia e dal Tribunale penale federale, dove tuttavia il primo era competente solo per le questioni amministrative. L’Autorità di vigilanza indipendente è costituita da sette membri: due giudici federali, due avvocati e tre specialisti indipendenti. Può effettuare ispezioni presso l’Mpc e chiedergli di fornire informazioni e rapporti supplementari sulla sua attività. Può consultare gli atti procedurali, ma le informazioni così ottenute devono essere riferite nei suoi rapporti in termini generali e in forma anonimizzata.

Può inoltre pronunciare un avvertimento o un ammonimento, o disporre una riduzione dello stipendio, nei confronti dei membri dell’Mpc che abbiano violato i doveri d’ufficio. Infine, l’Autorità di vigilanza sottopone all’Assemblea federale plenaria le proposte di elezione o di destituzione del procuratore generale e dei sostituti procuratori generali. 

Da: La regione, 24.5.11 pag 4

Prima e seconda istanza sotto lo stesso tetto istituzionale

‘Spero che quel nodo venga finalmente sciolto’

A.MA.
Coabitazioni

Giudice Roggero-Will, Tribunale penale cantonale e Corte di appello penale sono, istituzionalmente parlando, sotto lo stesso tetto. Quello del Tribunale di appello. Una situazione che lei ha ancora evidenziato, con toni critici, alla cerimonia per l’inaugurazione dell’aula dove terrete i dibattimenti.

«Il tema non è nuovo, se ne discute da almeno una quarantina d’anni. Personalmente mi auguro che questo nodo venga finalmente sciolto e al più presto, poiché ritengo – e mi sembra di non essere la sola a pensarla così – che questa coabitazione fra autorità giudicante di primo grado e autorità giudicante di secondo grado sia altamente inopportuna».

Il Tribunale penale cantonale ha sede a Lugano, la Corte di appello e di revisione penale per il momento a Locarno, nel Palazzo del Pretorio. La coabitazione è istituzionale ma non logistica...

«Non lo è adesso, ma lo è stato fino allo scorso anno quando c’era la Corte di Cassazione e revisione penale, che aveva sede a Lugano. Non c’è più una coabitazione logistica e questo va bene, il problema però è soprattutto istituzionale».

Per quale o quali motivi?

«Perché i membri del Tribunale penale cantonale e i membri della Corte d’appello penale continuano a far parte dello stesso tribunale, a formare insieme il plenum del Tribunale di appello e, quando è necessario, a costituire insieme commissioni varie. Insomma: i membri della prima e della seconda istanza penale continuano a essere colleghi con i rapporti più o meno stretti – professionali, ma pure personali – che una tale situazione comporta. È dunque una coabitazione istituzionale suscettibile di minare il principio dell’indipendenza dei tribunali fra di loro e, di conseguenza, il principio dell’imparzialità dei giudici».

Addirittura?

«Credo che tutti vedano che c’è qualcosa che non funziona nel fatto che io, giudice della Corte di appello penale, sono collega del giudice di primo grado che ha emanato la sentenza che dovrò poi, in caso di ricorso, verificare. D’altronde questa coabitazione della prima e della seconda istanza è un’anomalia non solo concettuale e di principio. È un’anomalia anche nell’organizzazione giudiziaria ticinese: in ambito civile, infatti, le preture e gli altri tribunali di prima istanza non fanno parte del Tribunale di appello».

Chi allora, secondo lei, dovrebbe uscire dal Tribunale di appello?

«La risposta è obbligata. Deve uscire quel tribunale che non è d’appello. Detto altrimenti: deve uscire il Tribunale penale cantonale, che è un tribunale di primo grado. Il quale potrebbe andare a formare, con la Pretura penale, un Tribunale penale cantonale di prima istanza. In questo modo non solo si correggerebbe un errore dell’organizzazione giudiziaria ticinese, ma si ottimizzerebbero anche le risorse». 

 

Appello penale, a giugno si comincia

Aggiornati i primi due dibattimenti. La presidente della nuova corte Roggero-Will: ecco come si procederà

di Andrea Manna
Aula e uffici a Locarno TI-PRESS
TI-PRESS La giudice Giovanna Roggero-Will

Al Palazzo del Pretorio di Locarno l’aula penale è pronta – è stata inaugurata agli inizi di aprile – e il primo dibattimento si svolgerà l’8 giugno. Cui ne seguirà un altro già due giorni dopo. Lo fa sapere, interpellata dalla “Regione Ticino”, la giudice Giovanna Roggero-Will . Salvo rinvii, saranno i primi due dibattimenti (pubblici) davanti ai tre giudici della Corte di appello e di revisione penale, la nuova autorità giudiziaria ticinese ‘imposta’ da Berna. Autorità giudiziaria in funzione dal 1° gennaio di quest’anno, quando è entrato in vigore il codice di procedura penale unificato sul piano federale.

Cinque mesi senza processi in appello, ma di certo il lavoro non è mancato, e non manca, alla corte presieduta da Roggero-Will. « Stiamo terminando di evadere i ricorsi – gli ultimi ci sono stati inoltrati a fine febbraio – contro sentenze emanate dalle autorità giudicanti di primo grado, vale a dire Tribunale penale cantonale e Pretura penale, prima dello scorso 31 dicembre – spiega il magistrato –. E li trattiamo, come stabilisce la legge, con il potere di apprezzamento che aveva la precedente istanza ricorsuale cantonale in materia penale, ossia la Corte di cassazione e revisione penale. In pratica, verifichiamo liberamente l’applicazione del diritto mentre possiamo modificare l’accertamento dei fatti soltanto se il primo giudice è incorso in arbitrio, cioè se ha sbagliato in modo macroscopico. E in tale esame dobbiamo fondarci sulle prove assunte in precedenza, poiché la Cassazione non può né riassumere prove già assunte in precedenza né assumerne di nuove. Del resto la procedura per cassazione è, di regola, una procedura scritta: il dibattimento viene indetto solo se le parti lo chiedono ».

Da giugno invece la corte che lei dirige giudicherà a tutti gli effetti come Corte d’appello penale...

«Il prossimo mese contiamo infatti di celebrare i primi dibattimenti. Dibattimenti innescati da ricorsi presentati contro sentenze pronunciate in primo grado dopo l’introduzione del nuovo diritto processuale penale, dunque dopo il 1° gennaio. Le nostre sentenze potranno essere impugnate dinanzi al Tribunale federale».

In appello vi sarà sempre un dibattimento pubblico?

«La regola vuole che l’appello venga trattato in procedura orale e questa procedura comporta – ogni volta – un pubblico dibattimento nel quale il procuratore pubblico, l’accusatore privato (come si chiama ora la parte civile) e l’imputato potranno far valere oralmente le loro ragioni. In sostanza, il dibattimento si svolgerà così come si svolge in prima sede, ovvero davanti alla Pretura penale o al Tribunale penale cantonale. Potrà essere celebrato a porte chiuse se l’interesse della vittima, per esempio della vittima di reati sessuali, lo richiede. Aggiungo che, come già avviene per quelle dei processi davanti alle corti del Tribunale penale cantonale, anche le date dei dibattimenti in appello saranno rese note attraverso il sito Internet dell’Amministrazione cantonale».

Questo per quel che riguarda il dibattimento in generale, ma il processo di primo grado verrà rifatto ogni volta?

«Non sempre e non necessariamente. L’oggetto del procedimento di appello dipende, dapprima, dal contenuto dell’impugnativa. Dipende, in altre parole, da cosa contesta il ricorrente: tutta la sentenza di primo grado o una sua parte? Se la sentenza viene impugnata integralmente, si può dire che vi sarà una sorta di rifacimento del processo, con l’assunzione di prove in aula quando questo si rivelerà necessario per l’accertamento della verità e, alla fine, con una sentenza che sostituirà quella resa dal tribunale di primo grado. Qualora, per contro, venga contestata una parte della sentenza di primo grado – per esempio solo la commisurazione della pena – la procedura d’appello sarà allora limitata a quell’aspetto, partendo dai fatti accertati in prima sede» .

In tal caso come vi muoverete?

«Valuteremo unicamente gli aspetti rilevanti per la quantificazione della pena sulla base degli atti e dell’audizione delle parti e in particolare dell’imputato. Se non sarà strettamente necessario, non si assumeranno prove».

Se del verdetto di primo grado verrà contestato anche l’accertamento dei fatti?

«Verificheremo liberamente la valutazione delle prove fatta dalla corte di primo grado. Potremo, a determinate condizioni, riassumere prove che sono state assunte in precedenza: per esempio, potremo procedere all’audizione di testi sentiti dal tribunale di prima istanza o interrogare nuovamente periti. E potremo, se ciò si rivelerà necessario per l’accertamento della verità materiale, assumere nuove prove».

Di regola, ha ricordato, gli appelli verranno trattati con procedura orale. Eccezioni?

«In alcuni casi la Corte potrà decidere di trattare gli appelli in procedura scritta. Per esempio quando l’appello concerne solo questioni di diritto. Previo consenso delle parti, potrà essere adottata la procedura scritta anche quando la sentenza contestata è stata emanata da un giudice unico e nei casi in cui la presenza degli imputati non è necessaria».

Sulla durata dei dibattimenti cosa può dirci?

«La durata dipenderà ovviamente dalla fattispecie oggetto del processo. Cercheremo comunque, come mi sembra stia facendo il Tribunale penale cantonale, di attenerci ancora al principio dell’unità temporale del dibattimento, portandolo a termine senza interruzioni di rilievo, con l’obiettivo di giungere a sentenza nel minor tempo possibile».

Giudici popolari: il Consiglio di Stato propone di inserire gli assessori giurati anche nel collegio giudicante della Corte d’appello penale, se erano presenti al processo di primo grado. È d’accordo?

«No. Intendiamoci: non sono contraria di principio alla presenza dei giurati nelle corti, il problema è che la figura del giudice popolare è incompatibile con le esigenze e i tempi della nuova procedura penale. Il codice federale entrato in vigore il 1° gennaio non è stato concepito in funzione di un intervento anche degli assessori giurati. A differenza di prima i giudici popolari dovrebbero conoscere – e molto bene – gli atti del procedimento prima di entrare in aula, ovvero prima del processo. E le assicuro che non è una passeggiata. Non lo è per i magistrati, figuriamoci per un giudice non professionista. Temo che la presenza dei giurati anche in appello allungherà i tempi di preparazione del dibattimento, procrastinandone l’inizio».

 

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