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Da: Il caffé della domenica, 04.02.2007

La società / Quei genitori e figli in balìa della legge

Redazione Caffè

Difficoltà economiche e privazione affettiva, l’altra faccia di divorzi e separazioni

Dopo gli articoli delle scorse settimane, su genitori ridotti sul lastrico dal divorzio e sulle difficoltà nel vedere i figli, sono arrivate in redazione decine di lettere di persone che stanno vivendo questi angosciosi problemi. Ecco due significative testimonianze di lacerazioni familiare e di privazione affettiva per i figli.

Lettera 1 Eleonora, madre disperata
“Da anni il mio ex marito non mi dà un centesimo”
“Ho due figli, 11 e 13 anni, due ragazzi sereni e bravi a scuola, nonostante un bagaglio emozionale travagliato. Sono venuti al mondo desiderati, dopo 3 anni di matrimonio. Quando ho scoperto che lui mi tradiva ho voluto separarmi. Ero molto innamorata di lui, ma non sopportando la situazione sono andata a vivere dai miei genitori e ho nominato un avvocato per il divorzio. Mentre ero dai miei, lui si è rifiutato di pagare tutti i miei conti, inclusa la cassa malati. Io non avevo mai lavorato dopo la nascita dei figli e mi sono ritrovata con più di 20mila franchi di debiti e quasi 11mila franchi di parcella dell’avvocato. Dal marzo 2002 al giugno di 2003 sono rimasta senza entrate e senza aver diritto all’assistenza sociale, poiché non eravamo ancora andati davanti al pretore. Adesso vivo con miei figli al piano di sopra di una casa e il mio ex marito al piano di sotto. Dal 2003 ad oggi, lui avrà preso i figli una decina di volte, mai nelle vacanze, mai per le feste. Malgrado sia stato condannato a pagarmi le spese extra e le pendenze, non ha mai versato un centesimo. Ho dovuto ricorrere all’aiuto dell’ associazione delle famiglie monoparentali e della Pro Juventute.
Certo non si può obbligare un padre a visitare e a voler bene ai propri figli, ma padri come il mio ex marito sono super tutelati dalla legge. Nessuno, invece, tutela i diritti dei bambini ad avere una vita serena. Ho presentato diversi documenti che attestano che lui, oltre allo stipendio di 6.500 franchi,ne guadagna altri 4.500 con il lavoro non dichiarato, quindi esentasse. Sono stata condannata a vivere sotto lo stesso tetto, subendo le più assurde angherie, come riscaldamento interrotto, elettricità tagliata per ben 3 giorni, e altro. Dove sono i miei diritti di cittadina? Da una parte, ci sono i documenti che comprovano le sue entrate esentasse, la proprietà della casa di circa 270m2; dall’altra una madre e due figli che devono ricorrere all’assegno integrativo dello Stato. È giustizia questa?
Aiutatemi a riavere la mia vita normale.

Lettera 2 Patrick, padre esasperato
“Ho due ore la settimana per vedere la mia bimba”
Nel 2003 è nata mia figlia, frutto di una relazione non coniugale durata solo 3 mesi. Saputo della gravidanza mi sono precipitato alla commissione tutoria, all’insaputa della madre, per chiedere cosa fare per il riconoscimento, che ho subito effettuato alla nascita della bimba. Il mio avvocato ha pure chiesto un incontro alla tutoria con la madre. Nel corso di questo incontro lei e il suo legale hanno sostenuto che la bambina non era mia. Dopo un mese circa, c’è stata una seconda riunione, in cui i due affermano, invece, che era mia figlia. Sono stati stabiliti immediatamente i contributi alimentari e i miei diritti di visita, fissati, dopo un altro mese circa, al punto d’incontro di Casa Santa Elisabetta, a Lugano: un’ora a settimana. Dopo qualche tempo, di comune accordo abbiamo deciso di vederci all’esterno, perché entrambi trovavamo inopportuno portare la bambina là. Per tre mesi circa siamo andati al parco tutti e tre insieme. Qualche tempo dopo le dico che vorrei stare un po’ da solo con la bimba. Mi risponde: “Te lo puoi scordare!!!”
Così ho deciso di tornare a casa Santa Elisabetta dove potevo incontrare mia figlia da solo. Da tre mesi a questa parte vedo mia figlia 2 ore e mezza a settimana. Ed è una vera delusione, perché ogni volta che la vedo ci metto 20 minuti a ricostruire il piccolo rapporto che abbiamo tra di noi. Se siamo da soli mi chiama papà, ma appena vede la mamma mi chiama Patrick, perchè persino davanti a me lei la sgrida se mi chiama papà.
Tre anni fa la madre ha firmato una convenzione dove era imposto il mio diritto di visita per un week-end su due a partire dal terzo anno di età della bimba. La piccola il 30 ottobre ha compiuto 3 anni, ma non è cambiato nulla. Nel luglio scorso ho comunicato alla responsabile di Casa Santa Elisabetta la decisione della tutoria di 3 anni prima. Mi hanno risposto che dovevamo parlarne con la madre. Lei ha minacciato di far intervenire il legale, il quale si è anche arrabbiato quando ha saputo che vedevo mia figlia da solo, senza avvisarlo. Mi chiedo cosa devo fare per vedere mia figlia qualche ora in più? Non ho più un franco per gli avvocati, mentre lei ha l’assistenza giudiziaria. Eppure è un mio diritto, scritto nero su bianco, firmato dalla tutoria, dalla madre e da me. Non capisco la tutoria, chiamo una volta al mese come minimo, e mi sento sempre rispondere che non possono fare niente. Ma allora a chi mi devo rivolgere? Non so più cosa fare. Da oltre 3 anni lotto per una cosa che non cambia mai, ma l’amore che provo per mia figlia è troppo grande per fermarmi.

Da: Il caffé della domenica, 16.12.2007

L'analisi: sui tassi d’interesse si rifletta

di Amalia Mirante, economista


Diremo subito che il ‘piccolo credito’ non fa parte delle abitudini delle famiglie svizzere, grandi risparmiatrici per tradizione.
L’analisi e la quantificazione del fenomeno del piccolo credito (credito al consumo e contratti di leasing) sono possibili attraverso lo studio dei dati forniti dalla Centrale svizzera di Informazione sul credito (Zek) e dalla Banca Nazionale poiché non si dispone tuttora di statistiche da parte dell’Ufficio Federale.
Il consumo privato, stimato nel 2006 in 289 miliardi, è la componente principale, nonché la più stabile, del ‘Prodotto interno lordo’ (il suo contributo è circa del 60%). Ma in che misura vi contribuisce la domanda esercitata attraverso il credito al consumo? È necessario, per il buon andamento della nostra economia, incentivare questa forma di spesa che inverte la sequenza risparmio-consumo in consumo oggi-risparmio domani?
In base ai dati disponibili emerge che l’importo relativo ai nuovi contratti di credito erogati nel 2006 è di 8.45 miliardi, cifra che rappresenta ‘solo’ il 2.9% della spesa di consumo privato totale; nel medesimo anno il 16% delle quasi 3 milioni di richieste di apertura di nuovi contratti è stato respinto per ragioni di non solvibilità dei richiedenti. Se a tutto ciò si aggiunge il dato preoccupante dell’aumento del numero di fallimenti dei privati, emerge un quadro che suggerisce l’esistenza di un gioco che non è più a somma zero, in quanto gli svantaggi quali il rischio di cadere nella spirale dell’indebitamento, l’incapacità di avere progettualità, i costi ‘nascosti’ e gli alti interessi, non sono ricompensati dai vantaggi.
A differenza di altri Paesi in cui questa forma di consumo è sovente incoraggiata, nella nostra economia, per tradizione risparmiatrice come quella italiana e giapponese, essa non gioca ancora un ruolo fondamentale e di conseguenza non sembrano esistere ragioni economiche per il suo incentivo.
Senza voler fare del moralismo, è possibile sostenere che l’obbligo di verificare la solvibilità del cliente pone un limite all’indebitamento; tuttavia questo non può essere giudicato una garanzia per la capacità di auto-gestione finanziaria del consumatore; nel caso peggiore le ripercussioni ricadranno sull’intera società.
Il credito al consumo dovrebbe essere utilizzato per consentire anche alle persone che non dispongono momentaneamente di un capitale sufficiente l’acquisto di un bene necessario, dilazionando la spesa nel tempo e quindi di possedere un bene che altrimenti avrebbero potuto acquistare magari nell’arco di due o tre anni; un consiglio spassionato è senz’altro quello di mai fare il passo più lungo della gamba e mai esporsi al rischio di non essere in grado di far fronte ai propri debiti (a cui si aggiungono gli interesse composti).
Piuttosto che giudicare l’opportunità di consumare più di quanto è possibile, qualche volta, bisognerebbe riflettere sulla giustizia di alcuni tassi di interesse.

Da: Il caffé della domenica, 16.12.2007

Più difficile la concessione di finanziamenti per il piccolo credito

Leasing auto? Uno su tre non può avere credito

di Alberto Cotti


Aumenta il debito delle famiglie e colpisce i beni di consumo e le formule rateali. Tra i beni più esposti al rischio di insolvenza, le automobili.
Nei giorni scorsi l’agenzia di informazioni economiche Creditreform ha reso pubblico il risultato di un’indagine annuale dal quale emerge che i fallimenti privati sono cresciuti dell’8%. Una quota rilevante riguarda i mancati pagamenti di rate per di leasing.
“Il fenomeno esiste anche in Ticino - spiega Pierluigi Vizzardi, vice presidente cantonale dell’Upsa, l’associazione dei garagisti -, ma nella nostra regione assume caratteristiche marginali. Più spesso dei privati, ad essere costretti a restituire l’auto sono piccole ditte o singoli imprenditori o consulenti”.
L’incertezza della situazione congiunturale si riflette sulla disponibilità a spendere e sui budget famigliari destinati proprio all’automobile. Dice Carlo Steger, dell’omonima pluriconcessionaria di auto di Genestrerio: “I casi d’insolvenza nel pagamento di leasing sulle vetture nel nostro caso si limitano a 1 o 2 vetture l’anno. Notiamo invece un altro fenomeno: l’abbassamento medio generalizzato delle cilindrate e dei modelli acquistati. I consumatori si sono fatti più prudenti e talvolta sono palesi le difficoltà: non hanno neanche i soldi sufficienti per la cauzione”. Si parla di 3 o 4 mila franchi.
Milton Binaghi del garage Forestauto di Mendrisio rileva: “Oggi è diventato più difficile contrarre prestiti o leasing senza le necessarie coperture finanziarie. La legge sul piccolo credito e la prudenza delle finanziarie e delle banche hanno reso molto più difficile scelte azzardate da parte soprattutto dei giovani acquirenti”. Che tuttavia continuano ad essere i più esposti alle insolvenze.
Ogni anno vengono conclusi in Svizzera oltre 150 mila contratti di leasing relativi ad automobili, per un totale di oltre cinque miliardi di franchi. Ormai oltre la metà dei veicoli acquistati nuovi è pagata con questa formula. Anche a livello nazionale, almeno ufficialmente, non esistono statistiche sul numero dei contratti di leasing rescissi. “Si tratta di pochi casi”, sostengono quasi all’unisono i responsabili del settore leasing delle principali case automobilistiche. Pure l’Associazione delle consumatrici della Svizzera italiana – così come le altre associazioni consumieristiche elvetiche – non dispone di dati al riguardo.
La gamma dei pagamenti comprende sia il leasing di un’intera flotta di veicoli, sia la singola vettura privata. Il Touring Club Svizzero ha recentemente denunciato la carenza di norme in materia. Questo segmento del prestito finanziario poggia su diverse leggi: il diritto di locazione e il credito al consumo sono le principali.
Nel primo semestre 2007 l’indebitamento totale degli svizzeri è leggermente aumentato raggiungendo i 14,6 miliardi di franchi. Il numero di contratti di piccolo credito (nei quali rientrano i contratti di leasing) è salito del 4% a 451.904. La severità di selezione dei potenziali debitori è cresciuta. Lo testimonia anche un’indagine della Centrale di informazioni di credito (Zek) che ha esaminato nel 2006 la solvibilità di 608.829 casi. Il 28,6% delle domande sono state respinte. Tale proporzione è leggermente più alta rispetto al 2005 (27,8%).
Dalle banche ticinesi che offrono credito privato non vengono, però, segnali allarmanti. Edi Pozzi, direttore cantonale di Banca Migros, tra le più attive nel credito al consumo, non segnala aumenti di indebitamento considerati pericolosi: “Siamo nella media degli altri anni. La selezione del piccolo credito è molto accorta. Lo facciamo per tutelare la banca ma anche i consumatori”.
Le società indipendenti di leasing sono molto restie a divulgare dati sulle insolvenze. Il Caffè ne ha interpellate tre delle principali - Ge Money Bank, Bank now e Fortis Lease -, senza ottenere alcun dato interessante.

Da: Il caffé della domenica, 16.12.2007

Consulenze di Stato per insolventi

di Alberto Cotti

Ad eccezione dei Ticino, tutti i cantoni ed i semi-cantoni svizzeri accanto all’assistenza pubblica, dispongono anche di vere e proprie agenzie pubbliche di consulenza contro l’indebitamento. A livello nazionale poi, queste agenzie si sono riunite nel ‘Consiglio svizzero dei debiti’. Ma dell’emergenza sociale non si occupano unicamente le autorità pubbliche.
Organizzazioni caritatevoli – come, per esempio, Caritas -, le chiese ed anche cittadini privati, cercano a loro volta di aiutare chi è in difficoltà. E spesso cantoni e comuni contribuiscono pure al sostegno di tutte queste associazioni.
A Neuchâtel e Friborgo addirittura, lo stato contribuisce finanziariamente al disindebitamento dei suoi cittadini disposti a seguire proprio i consigli delle agenzie di consulenza. Un contributo che non ha però solo intenti sociali. Una recente perizia del dipartimento sanità e socialità del canton Berna infatti, è giunta alla conclusione che gli investimenti in questo particolare settore consentono dei ‘risparmi’ proprio in materia di spesa sociale. Matematicamente si stima che ogni franco speso per annullare i debiti di un cittadino in grave difficoltà, consente di risparmiarne due in interventi di varia natura. Stando alle statistiche elaborate dall’Associazione risanamento debiti proprio del canton Berna, lo scorso anno per la prima volta la cassa malati è diventata la causa principale di indebitamento, superando così le imposte. Complessivamente le perdite generate dall’insolvenza sanitaria si stimano annualmente in oltre 400 milioni di franchi.
D’altra parte, secondo la società d’incasso Intrum Justitia, in totale la popolazione svizzera è indebitata per nove miliardi di franchi; mentre si stima che circa il 2 per cento di questa somma (180 milioni di franchi), non sarà mai rimborsato.
Insomma, quello del sovraindebitamento delle persone e delle famiglie è un fenomeno sempre più diffuso. Anche in Ticino dove, per esempio, oltre diecimila persone sono prive dell’assicurazione sanitaria di base. Ecco perché il granconsigliere Moreno Colombo con alcuni colleghi, hanno chiesto al cantone sia di creare un fondo per il risanamento dei debiti delle persone indigenti, sia di sostenere la creazione di un’agenzia di consulenza sulla falsariga di quelle che esistono in quasi tutti i cantoni elvetici.

Da: Il caffé della domenica, 16.12.2007

Consumi più consapevoli e istruzione, i consigli della sociologa

“Tenete sotto controllo le uscite”

di Libero D'Agostino


Sovraindebitamento, impoverimento ed esclusione sociale, ecco la relazione perversa individuata da tempo dalla Commissione Europea, che nei suoi rapporti periodici sull’inclusione sociale ha invitato i governi a sviluppare una campagna educativa sui diritti dei consumatori e sulla corretta gestione dei budget. “Consumi più consapevoli e investimenti sul futuro della famiglia, soprattutto istruzione dei figli e formazione professionale” ecco i due principi chiave per gestire al meglio il bilancio domestico secondo Chiara Saraceno, docente di sociologia della famiglia all’Università di Torino e sino qualche anno fa esperta dell’osservatorio UE per la lotta all’esclusione sociale.
Se l’indebitamento delle famiglie in Europa non ha ancora raggiunto gli allarmanti livelli americani, sotto la pressione dei rincari è diminuita, però, fortemente, avverte Saraceno, la propensione al risparmio. “Perché da un lato si è ridotto notevolmente il potere d’acquisto delle famiglie e quindi la possibilità di mettere qualcosa da parte; dall’altro, invece, oggi si è portati a spendere di più di quello che si può”. E l’indebitamento diventa pericoloso quando lo squilibrio tra entrate e uscite dura nel tempo o serve a sostenere spese abituali che non ci si potrebbe permettere. Un rischio che si può almeno in parte scongiurare con una strategia di spesa molto più attenta. “ Tanto per cominciare – osserva Saraceno – chi ha un reddito modesto deve stare bene in guardia nell’usare le carte di credito o altre carte che incentivano gli acquisti. Un conto è togliere 100 euro dalla tasca per pagare qualcosa e, quindi, vederli fisicamente andare via, tutt’altro discorso è il pagamento differito con la carta di credito, per cui si perde il controllo di quello che si spende e dei propri limiti finanziari”.
Poi ci sono gli acquisti che si possono evitare, come l’ultimo capo alla moda, l’ultimo modello di cellulare o di computer, almeno per chi non lo usa per lavoro, anche se, nota Saraceno, i ritrovati elettronici sono ormai concepiti per essere dimessi nel giro di poco tempo, perché batterie, schede, software e altri marchingegni sono ideati per durare poco. “Importante è essere più attenti a ciò che si acquista, alla reale necessità e al prezzo. Dunque, bisogna anche scegliere bene dove fare la spesa. Molto positiva, sotto il profilo del risparmio, è la partecipazione ai gruppi di acquisto che per certi articoli, come i generi alimentari o di largo consumo, riescono a spuntare buoni prezzi”. Se ci deve proprio indebitare allora lo si faccia, suggerisce Saraceno, investendo sulla famiglia: “ Per la casa se si ha una certa età, sull’istruzione dei figli o la propria formazione professionale. Questi, più che debiti sono investimenti”.

28,6 %
la percentuale di richieste respinte (finanziamenti e piccolo credito) nel 2006 in Svizzera

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