Svizzera This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

Da: Il caffé, 27.4.08

Rinunce e sacrifici di chi tira avanti con un reddito precario
Racconti di vite a basso costo

Libero D'Agostino

C'è chi dice: che senso ha per un padre di famiglia lavorare per un salario che non arriva a 3'500 franchi al mese, quando l'assistenza pubblica ti garantisce lo stesso importo senza fare niente tutto il giorno. C'è chi ribatte: il lavoro è soprattutto una questione di dignità e di orgoglio personale, anche quando la busta paga è insufficiente per vivere dignitosamente e costringe a tante rinunce. Sono tante le lettere arrivate in redaaazione dopo la pubblicazione domenica scorsa della testimonianza di Aldo Meli su come vive la sua famiglia con 3'200 franchi al mese - 2'500 franchi dall'assistenza più 700 di assegni integrativi per il figlio. Non è un bel vivere. Certo è che con cifre simili è dura per tutti, sia per chi beneficia dell'aiuto pubblico sia per quanti pur lavorando regolarmente ricevono un salario inferiore ai 3'500 franchi mensili. E non sono pochi in Ticino. Secondo un'indagine del sindacato Unia, 3-4mila lavoratori percepiscono meno di 3'000 franchi al mese. Non si tratta soltanto di frontalieri. Come testimoniano le tre lettere pubblicate in basso è una vita a basso costo, fatta di sacrifici continui e paure anche per il più piccolo imprevisto che può far saltare del tutto il bilancio familiare.

 

Da: Il caffé, 27.4.08

"Contratti collettivi
contro i salari di fame"
 

Libero D'Agostino

Vista con gli occhi dell'economista la scelta a freddo è tra bassi salari oppure disoccupazione. "A meno che si estendono i contratti collettivi anche a quelle attività a basso valore aggiunto, quindi con manodopera poco o per niente qualificata, ancorando la busta paga alla produttività del settore" dice Giuliano Bonoli, docente di politiche sociali all'Istituto alti studi di amministrazione pubblica di Losanna. "Che  in Ticino ci sia un problema di bassi salari - aggiunge il professore- mi sembra evidente. Oggi per una famiglia di tre o quattro persone è già difficile vivere con 3'500-4'000 franchi al mese se non riceve qualche aiuto dallo Stato. Figuriamoci al di sotto di questo importo".
Una realtà certificata da quel 10% di lavoratori poveri, contro una media nazionale del 4%, da retribuzioni più basse del 10-15% rispetto ad altri cantoni e da quei 4-5mila occupati che, secondo un'indagine del sindacato Unia, percepiscono buste paga inferiori ai 3'000 franchi. E non si tratta solo di frontalieri. " A mantenere bassi i livelli retributivi in Ticino, non è tanto la presenza diretta dei frontalieri - spiega Bonoli- quanto, invece, la possibilità in generale di attingere per la manodopera di cui si ha bisogno al mercato del lavoro del nord Italia, dove gli stipendi sono più bassi. Questo differenziale salariale ha un effetto più generale sull'insieme delle retribuzioni". Soprattutto per talune attività in settori come agricoltura, servizi di pulizia o ristorazione che non richiedono una particolare qualificazione professionale o per quelle imprese manifatturiere a basso valore aggiunto. Spiegata la causa, la possibile soluzione, secondo il professore, non è il salario minimo legale non al di sotto dei 3'500 franchi per tutti, che renderebbe più cari, quindi fuori mercato, questi servizi. "Il che significa la cessazione di queste attività, con conseguente perdita di posti di lavoro. Ma la conseguenza peggiore - precisa- è che così si chiuderebbe del tutto l'accesso all'occupazione a quelle persone che non hanno una formazione professionale. Ecco perché è importante l'aiuto dello Stato, con sussidi o altri sostegni, per questi lavoratori". 
Un problema con cui si sono confrontati a lungo altri Paesi, ma sempre con grandi difficoltà, nota Bonoli, nel fissare una soglia di salario minimo generale adeguato a garantire una vita dignitosa ai lavoratori, ma nello stesso tempo non tanto elevato da scoraggiare talune attività imprenditoriali. "Si potrebbe pensare a dei minimi legali - dice - solo per alcuni comparti, ma sarebbe abbastanza complicato. Più facile estendere i contratti collettivi a questi impieghi, ancorandoli alla produttività reale del settore e a livelli salariali anti sfruttamento".

 

Da: Il Caffé della domenica, 20.04.08

Mentre i sindacati chiedono un minimo salariale, la gente...

"Ecco come campiamo
...32oo franchi al mese"


Patrizia Guenzi

"Con 3mila e 200 franchi al mese dobbiamo vivere in tre: io, mia moglie e un bimbo di 9 anni. Non posso permettermi né una pizza, né un cinema, né qualsiasi svago. Nemmeno comprare le scarpe a mio figlio. Sono costretto a dirgli sempre no e per un genitore è molto doloroso. Comperiamo solo prodotti in offerta. Vestiti raramente. Mia moglie ed io, avendo la stessa taglia, ci scambiamo jeans e felpe". La testimonianza è di Aldo Meli, 45 anni, di Gordola. Ex magazziniere in un supermercato, disoccupato da cinque anni, percepisce 2500 franchi dall'assistenza e 700 franchi di assegni integrativi per il figlio. Da due mesi ha un lavoro occupazionale, alla Caritas di Giubiasco. Svuota i cassonetti degli abiti usati. "Guadagna" 200 franchi al mese. Soldi che che, forse, potrebbero pure venirgli detratti dall'importo degli assegni integrativi. "Vorrebbe dire lavorare 8 ore al giorno gratis", commenta amaro Aldo, davanti ad una montagna di lettere inviate per cercare lavoro. La maggior parte, rimaste senza risposta. E aggiunge laconico: "E pensare che la nuova campagna dell'Unione sindacale svizzera partita gli scorsi giorni dice che nessuno dovrebbe guadagnare meno di 3'500 franchi". 
Eppure, sino a cinque anni fa, lo stipendio di Aldo era di poco più basso di questa cifra. "3'300 per l'esattezza - dice -. La vita era anche meno cara, è vero. Era comunque dura, ma tutto sommato ce la facevamo. Ricordo con rimpianto quei ‘bei' tempi. Non potevo fare chissà che... ma per lo meno riuscivo a pagare le fatture e mi restavano pure i soldi per pagare ogni tanto una pizza alla mia famiglia". Oggi, con 3mila franchi al mese, invece, arrivare a fine mese è un percorso ad ostacoli che ha amaramente segnato il viso. Ma vediamo il bilancio di casa Meli, raccontato dallo stesso Aldo. 1'300 franchi se ne vanno per l'affitto, 285 per la cassa malati di tutta la famiglia, 200 franchi per la cassa pensione di Aldo e della moglie. L'auto è una vecchia utilitaria, ma assicurazione e benzina tocca pagarle. E così la polizza per la responsabilità civile. E poi le solite bollette: telefono, elettricità, conguaglio per il riscaldamento ("non meno di 500 franchi all'anno che per fortuna mi permettono di pagare a rate"), abbonamento internet ("60 franchi al mese, ma mi serve per spedire in continuazione domande d'impiego") e qualche imprevisto. Niente vizi né debiti in corso per fortuna. "Beh, cento franchi con mio fratello che ogni tanto mi presta qualche soldo", precisa Aldo. Un'altra voce molto importante nel budget di casa Meli è il vitto: 700 franchi al mese ("con un figlio non puoi permetterti di risparmiare sul cibo"). La spesa, una volta la settimana con la moglie, zigzagando tra gli scaffali dei grandi magazzini alla ricerca dei prodotti più convenienti. A volte è sua madre che gli "riempie il frigo" quando va in Italia a fare compere. Infatti, fortunatamente Aldo può contare sull'aiuto dei suoi genitori, anche se piccolo ("sono pensionati"). "L'anno scorso sono riuscito a far vedere il mare a mio figlio grazie a loro che mi hanno pagato cinque giorni di vacanza. E, quando occorre e quando anche loro hanno la possibilità, mi aiutano magari a comperare un paio di scarpe per mio figlio".
Insomma, una vita ridotta all'osso. Sul filo del rasoio, che fa a pezzi l'amor proprio. "Ogni volta che chiedo a qualcuno se per caso ha un lavoro mi sembra di chiedere la carità. Mi vergogno. Un uomo non dovrebbe mai ridursi così...". Intanto, sul tavolo di cucina le fatture s'impilano. Una preoccupa molto Aldo. È il dentista di suo figlio, 400 franchi. "Ogni sera, quando torno a casa, vorrei tanto poter dire a mia moglie e a mio figlio che ho trovato lavoro, che d'ora in avanti la nostra vita sarà meno dura. E, perché no, vederli sorridere... Invece è solo un sogno. E il giorno dopo torno a svuotare i cassonetti della Caritas".
Eppure Aldo ha voglia di lavorare. Nel tempo libero si dedica al volontariato: si occupa di persone handicappate ed è monitore sportivo di basket in un gruppo di ragazzini. "Sono sano, in forma, non vedo il motivo per cui nessuno voglia assumermi e darmi uno stipendio che mi permetta di mantenere la mia famiglia. Non chiedo molto: 3'500 franchi mi basterebbero. Tanto per vivere dignitosamente...".

Da: La regione, 16.04.08, pag 4

‘Salari da fame’ per chi non ha un Ccl
Saverio Lurati,
nel suo rapporto di minoranza della Gestione, ha presentato le ci­fre e non è proprio un bel vede­re: salari inferiori ai 3.000 franchi mensili in poche aziende industriali quasi tutte attive nel Mendrisiotto. « Sala­ri da fame » ha commentato il deputato socialista che chiede­va, tramite una mozione, l’abo­lizione dei «salari d’uso» (quel­li usuali erogati a chi non è sottoposto a contratto colletti­vo), sostituendoli con uno «sti­pendio mediano » calcolato su base svizzera. « La libertà di un’azienda termina dove fini­sce la dignità del lavoratore » ha commentato Raoul Ghi­sletta.
Come è possibile, si è chiesto il capogruppo sociali­sta, rendere legali simili salari che di fatto sono anticostitu­zionali? « Come fa lo Stato a promuovere ( tramite sussidi o agevolazioni fiscali, ndr)
aziende che versano salari da fame?
» . Fateci sapere quali sono le aziende beneficiate, chiedeva la mozione Lurati. Chiedeva e non lo chiederà più perché la maggioranza del par­lamento (38 sì e 23 no) ha accol­to il parere della maggioranza della Gestione, nonché del go­verno: quanto richiesto non è possibile soddisfare perché si va contro i termini legali.
La questione merita giusta attenzione, ha precisato
Gio­vanni Merlini, perché il ri­schio di abusi ( con la libera circolazione delle persone) è reale. Però « il modello ticinese per le misure di accompagna­mento agli accordi bilaterali con l’Unione europea ha dato buona prova contro il dumping salariale » ha precisato il presi­dente del Plr. Introdurre un « salario mediano svizzero » ? « Siamo contrari perché estra­neo alla tradizione federale » . Come non è possibile rendere pubblico l’elenco delle ditte be­neficiate: « Sarebbe una viola­zione alla norma sulla prote­zione dei dati e del segreto d’uf­ficio » ha precisato a sua volta
Laura Sadis,
direttrice del Dfe. Ma i cosiddetti salari d’u­so, ha rilanciato Lurati, sono discriminanti nei confronti delle donne e dunque antico­stituzionali. « Sono posti di la­voro solo per frontalieri - ha ag­giunto il deputato socialista -
perché un ticinese con quegli stipendi non ci vive
» . Già, ma così sia per la volontà del par­lamento.

Da: La regione, 18.04.08, pag 11

Allarme salari in tutta Europa
Nell’interesse dell’intera economia, i sindacati chiedono un recupero del potere d’acquisto


dal corrispondente Silvano De Pietro

Zurigo – I minimi salariali e la perdita del potere d’acquisto sono tra le maggio­ri preoccupazioni dei sindacati europei. Su tutto il continente si è infatti inne­scata, secondo le organizzazioni dei la­voratori, una doppia spirale contrappo­sta: mentre salari e potere d’acquisto, complice la crescente precarizzazione del lavoro, continuano a calare, i profitti delle imprese non cessano di salire. Il conseguente aumento delle disparità di­venta però una preoccupazione minore rispetto all’enorme rischio di recessione che questa spirale fa correre all’intera economia europea. Pertanto, garanzia dei minimi salariali e mantenimento del potere d’acquisto diventano sempre più strumento di politica economica.
Due giorni dopo il lancio della nuova campagna dell’Unione sindacale svizze­ra per dei minimi salariali dignitosi, il sindacato Unia, insieme con la Confede­razione europea dei sindacati ( Ces) e con la centrale dei sindacati tedeschi (Dgb), ha tenuto ieri un seminario di ri­flessione e di confronto sulla situazione salariale e contrattuale in Europa e in Svizzera. Ne è uscito un quadro piutto­sto allarmante di come stanno cambian­do le condizioni salariali e contrattuali
in Europa. Da anni il potere d’acquisto ristagna. E mentre dal 1997 al 2007 la quota del profitto è cresciuta di oltre tre punti percentuali sul prodotto interno lordo (Pil) dell’Ue, la massa dei salari è scesa nella misura del 4,36 per cento. Walter Cerfeda, segretario della Ces, ha attribuito a questo fenomeno una du­plice spiegazione. Da un lato aumentano le rendite finanziarie e s’investe sempre meno nella ricerca e nell’innovazione. Questo fa dell’Europa il vagone più len­to del convoglio dell’economia mondia­le, con una crescita più bassa di quella dell’India e del Giappone. Dall’altro lato, cresce la tendenza alla precarizzazione del mercato del lavoro: nel 2002 i lavora­tori nell’Ue con contratti a tempo deter­minato o parziale erano 63 milioni; nel 2007 erano diventati 108 milioni. Un de­terioramento generalizzato del mercato del lavoro, dove ci sono sempre più lavo­ratori interinali, lavoratori in nero e fal­si lavoratori dipendenti.
Questa situazione ha pesanti conse­guenze salariali: 30 milioni di “working poor” ( lavoratori poveri) guadagnano salari che sono appena il 30-40 per cento della media degli stipendi nei paesi del­l’Ue.
«È un dumping sociale infinito che spinge verso salari di povertà», è l’amara constatazione del sindacalista.
Per reagire, la Ces e molti sindacati
nazionali hanno avviato campagne per ottenere per legge e far rispettare i mini­mi salariali. Questi ci sono solo in 20 paesi sui 27 dell’Ue, anche se nel frat­tempo l’Austria ha introdotto il salario minimo di mille euro e in Germania il Dgb sta cercando di ottenere il salario minimo garantito di 7.50 euro all’ora. Ma non è facile. In Italia, per esempio, esiste un salario minimo formale ( con­trattuale), ed esiste un salario minimo effettivo, che è quello determinato dal lavoro nero.
Questi sforzi però non bastano. Il qua­dro è complicato dalla politica della Banca centrale europea (Bce), che per ti­more dell’inflazione tende a frenare la dinamica salariale. Ma se si pensa che l’80 per cento del Pil dell’Ue dipende dal­la domanda interna, si capisce quanto peso abbia la questione salariale sull’e­conomia dell’intero continente. Ed i sin­dacati europei vogliono evitare che il blocco dei salari diventi un forte rischio per l’economia. Perciò, a coronamento delle campagne nazionali per i minimi salariali, hanno già in programma per l’autunno una grande conferenza nella quale cercheranno il confronto con il commissario europeo per gli affari eco­nomici e monetari, Joaquín Almunia, e con il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet.




Dumping infinito

 

Newspaper

Movimento Papageno examines the legal and social impact of separation and divorce, with particular attention to the well-being of minors and shared parental responsibility.

We provide documentation and analysis to support informed decisions and balanced public discussion in Ticino and Switzerland.

Subscribe to receive updates.

A warned man is half saved

Best interests of minors

Harm to minors

Latest Posts