Svizzera This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

Da: La regione, 27.3.08, pag 10

Salari, la metà degli svizzeri è soddisfatta
Presentati i risultati di un sondaggio che ha coinvolto romandi e svizzerotedeschi. Critici i sindacati


Zurigo – Un buon ambiente di lavoro è per la maggioranza dei salariati svizzeri più importante di un salario alto. È quan­to emerge dall’Human Resources Barome­ter, un sondaggio realizzato dell’Univer­sità e dal Politecnico di Zurigo.
Stando al sondaggio, che si basa su 1’370 interviste realizzate fra aprile e giugno del 2007 nella Svizzera tedesca e in quella romanda, il 49% dei ‘salariodipendenti’ si dicono soddisfatti o molto soddisfatti del proprio stipendio. Il 13% degli intervistati è invece scontento o molto scontento e il rimanente 38% non ha voluto prendere posizione. Purtroppo il sondaggio non tie­ne conto della realtà ticinese, dove i salari sono mediamente inferiori rispetto alle al­tre regioni elvetiche.
Lo studio mostra che l’entità del salario non rappresenta un fattore decisivo nella scelta di un nuovo datore di lavoro. Secon­do le persone interrogate, infatti, al mo­mento di cambiare lavoro, a fare la diffe­renza è la qualità dell’impiego.
Evidentemente ciò non significa che i soldi non contano nulla. Il sondaggio rea­lizzato dall’Università e dal Politecnico di Zurigo evidenzia che il sentimento di sod­disfazione aumenta parallelamente alla crescita del salario lordo. La soddisfazio­ne del proprio posto di lavoro cresce però ancora di più quando le imprese migliora­no la gestione delle risorse umane, in par­ticolare attraverso la valutazione delle prestazioni e lo sviluppo delle competenze professionali.
‘Carrieristi’ in calo Se da una parte quasi la metà dei sala­riati non si lamenta del proprio stipendio, sono in aumento quelli che dichiarano di voler cambiare posto di lavoro. Nel 2007, circa un terzo delle persone interrogate mirava a un nuovo impiego, vale a dire il 5% in più rispetto all’anno precedente. Dallo studio emerge anche che è in au­mento la parte di salariati che non ritiene importante ‘ fare carriera’. Questa idea è condivisa da un terzo degli interrogati. Secondo gli autori dello studio questa ten­denza potrebbe essere letta come un pri­mo segnale di una riduzione di importan­za nella vita degli individui dell’attività professionale. Sono generalmente i ro­mandi a dare meno importanza al lavoro.
I sindacati chiedono salari più alti
L’Unione sindacale svizzera (Uss) ha de­finito «
terribili » i risultati dell’Human Re­sources Barometer. « Si tratta di cifre che fanno paura » , si legge in un comunicato che l’Uss ha diffuso ieri, sottolineando come in realtà sia preoccupante che un sa­lariato su due non sia soddisfatto del pro­prio salario. L’Uss ricorda infatti che at­tualmente in Svizzera ben 700’000 persone guadagnano meno di 4’000 franchi al mese e 200’ 000 sono dei ‘ working poor’. Per il sindacato è quindi urgente alzare il livello dei salari minimi. ATS/RED.




Ma il salario non è tutto, sempre più importante è l’ambiente di lavoro
TI- PRESS

 

Da: Corriere del Ticino, 13.3.08, pag 53

 

In caso di divorzio per lui sono guai


Perché, a causa di un divorzio, i mariti e papà devono pagare così tanto in alimenti da andare in fallimento?
Addirittura non si hanno quasi più diritti. Da 6 anni combatto per avere giustizia. Ciò vuol dire che pago regolarmente quello che devo, ma così facendo mi indebito di mese in mese, senza permettermi lusso alcuno e perfino senza avere nemmeno il minimo indispensabile.
Nel mentre gli avvocati gonfiano il loro portamonete, i rapporti coniugali si distruggono del tutto e ci vanno di mezzo anche i figli. Che vergogna!
Ma i papà, chi li aiuta? Ci sono solo istituzioni per le donne? È questa la parità dei diritti?

Maurizio Gulino,
Breganzona

 

Da: La regione, 6.3.08, pag 7

 

Da Berna 257 milioni a Romania e Bulgaria
Il Consiglio federale intende sostenere lo sviluppo dei due nuovi membri dell’Ue


Berna – La Svizzera intende versare un sostegno di 257 milioni di franchi ai due nuovi Paesi membri dell’Ue – Roma­nia e Bulgaria – quale contributo alla ri­duzione delle disparità economiche e so­ciali in Europa. I versamenti, di pari en­tità rispetto agli aiuti garantiti in passa­to, dovranno essere deliberati dal parla­mento sotto forma di un credito quadro e si estenderanno sull’arco di circa dieci anni.
Il Consiglio federale riconosce la rile­vanza del recente allargamento dell’U­nione europea quale ulteriore passo ver­so una maggiore sicurezza e stabilità nel nostro continente. La Svizzera, sot­tolinea un comunicato, «
beneficia econo­micamente del dinamico sviluppo dei mercati della Romania e della Bulgaria e una proficua integrazione di questi stati nelle strutture europee è anche nel suo in­teresse ».
Il sostegno fornito dalla Svizzera a progetti e a programmi, selezionati in stretta collaborazione con entrambi gli stati, ha lo scopo di contribuire all’eli­minazione delle forti disparità economi­che e sociali ancora presenti in Europa. Mediante progetti concreti Berna vuole aiutare a migliorare le condizioni di vita locali. L’ancora diffusa povertà e istituzioni politiche in parte ancora fra­gili rappresentano un rischio sul piano politico, che a causa dei movimenti mi­gratori
illegali e della criminalità inter­nazionale interessa direttamente anche la Confederazione.
Come previsto per il contributo all’al­largamento destinato ai dieci paesi (Ue­10) che hanno aderito all’Ue nel 2004, la Svizzera – prosegue il comunicato – con­tinuerà a decidere in modo autonomo e indipendente in merito al tipo e all’en­tità dei progetti. Per un periodo di cin­que anni verranno contratti impegni per 257 milioni di franchi e il versamen­to del contributo all'allargamento po­trebbe estendersi su un arco di tempo di dieci anni. Il sostegno medio annuo di circa 26 milioni di franchi corrispon­derà quindi all’ordine di grandezza del
precedente aiuto svizzero a favore di en­trambi i paesi, terminato nel 2007 con la loro adesione all’Ue.
Il parlamento sarà chiamato ad espri­mersi sull’argomento presumibilmente nel secondo semestre di quest’anno.
La reazione di Bruxelles La Commissione europea si è detta « molto soddisfatta » della decisione del Consiglio federale. « È esattamente quan­to ci attendevamo », ha detto la portavoce Christiane Hohmann. Grazie a questo aiuto in favore dei due paesi, che hanno aderito all’Ue nel 2007, « il principio del­l’uguaglianza di trattamento tra tutti i neo membri è garantito » , ha aggiunto.




KEYSTONE
Ue soddisfatta
 

 

Da: La regione 6.3.08, pag 3

 

Famiglie ticinesi sempre più povere
Studio di Credit Suisse: il potere d’acquisto continua a scendere, ma cresce l’acquisto dell’abitazione


La famiglia Rossi legge i giornali e strabuzza gli occhi: la Svizzera cresce, il prodotto interno lordo del 2007 ha tocca­to quota 3,1 per cento. Siamo più ricchi. Siamo? La famiglia Rossi, peraltro proprietaria della casa dove abita, non si ca­pacita e ha ragione come ben descrive lo studio di Credit Suisse sul « Mercato immobi­liare 2008» presentato ieri a Lu­gano. Un dato su tutti. Il potere d’acquisto dei ticinesi, ovvero il reddito indicizzato pro capi­te delle economie domestiche, è al penultimo posto in Svizze­ra ( migliore solo del Giura) e sin qui nulla di nuovo. Ma le stime dei ricercatori per il 2007 e il 2008 tendono al peggio. Det­ta altrimenti, i ticinesi peggio­rano invece che migliorare il proprio potere d’acquisto.
Ponendo a cento la media el­vetica, il Ticino si situa a quota 75 ( stima per il biennio 2007/08), un punto in meno del­la quota calcolata per il 2006 e ben due punti sotto il dato ac­certato del 2004. Detta altri­menti, la capacità di acquisto (di spesa) della famiglia media ticinese è inferiore di un quar­to rispetto alla famiglia svizze­ra. Insomma, siamo diventati più poveri.
Lo studio di Credit Suisse ci fornisce altri due dati estrema­mente interessanti: la quota degli stranieri residenti e il tasso di proprietà abitativa. In­teressanti
perché sfatano un luogo comune. Iniziamo dagli stranieri. In Ticino la stima per il 2008 cita una presenza pari al 25,3 per cento. Nel Can­ton Ginevra ( cantone di fron­tiera confrontato con un alto tasso di disoccupazione), la quota stranieri è al 37,5 per cento. Con una piccola, si fa per dire, differenza: la famiglia media ginevrina avrebbe un potere d’acquisto pari al 96 per cento ( comunque in calo ri­spetto agli anni precedenti). Medesimo discorso per il Can­ton Vaud dove la quota stranie­ri - sempre per il 2008 - è stima­ta al 29,3 per cento e il potere d’acquisto è pari al 99 per cen­to. Solo alcuni esempi che ci in­dicano una cosa semplice: non è vero che la presenza degli stranieri impoverisce la realtà locale. Anzi, forse capita esat­tamente il contrario.
La proprietà abitativa. I tici­nesi sono mediamente meno ricchi (o più poveri) dei confe­derati, ma in compenso possie­dono una casa. Il tasso a sud delle Alpi si situa al 41 per cen­to (stima) ed è in continua cre­scita se si considera che nel 2002 si fermava al 37 per cento. Sempre a titolo di esempio, nel Canton Ginevra solo il 17,4 per delle case sono di pro­prietà di chi le abita e nel Can­ton Vaud il 31,3. Dunque, men­tre in Ticino il potere d’acqui­sto della famiglia media conti­nua a ridursi, l’acquisto delle abitazioni ( monofamiliari o appartamenti) è in continua ascesa. Dove potrebbe condur­ci una simile situazione? La domanda è d’obbligo.
Significativo il confronto fra Ticino (penultimo in Svizzera
per il potere d’acquisto) e il Canton Zugo, dove la famiglia media lì residente ha un reddi­to pari al 134 per cento e cioè il più alto di tutta la Svizzera. Ebbene, sempre in quel canto- ne il tasso di proprietà abitati­va si fema al 40,4 per cento: sta aumentando negli anni, ma re­sta sotto il tasso ticinese. E il Canton Zugo, detto per inciso, è uno dei pochi che (dal 2002) ha mantenuto costante il red­dito familiare, mentre un po’ ovunque è in lento calo.
La famiglia media ticinese ha dunque meno possibilità fi­nanziarie rispetto al passato, acquista comunque più di altri la propria abitazione con la conseguente - questo lo studio del Credit Suisse non lo dice, ma appare scontato - tendenza a un maggior indebitamento. Se infatti si confrontano le due voci ( potere d’acquisto e casa di proprietà), si notano due li­nee che procedono in senso op­posto: la prima scende, la se­conda
sale. Il quadro presenta­to dai ricercatori dell’istituto finanziario si completa con l’a­nalisi della situazione fiscale. Il Ticino, per quel che riguarda le persone fisiche, resta ben posizionato sotto la media svizzera: fra l’80 e il 95 per cen­to. La deduzione è che nono­stante la bassa pressione fisca­le, le sorti finanziarie della no­stra famiglia media non tendo­no a migliorare. I problemi, evidentemente, sono altri.
Dati recenti, per quanto ba­sati su stime, che introducono interessanti argomenti di ri­flessione anche per chi si occu­pa dei conti pubblici. Il moti­vo? C’è da chiedersi come vi­vrebbe la famiglia media tici­nese senza i sussidi annual­mente versati dallo Stato.
A.BE

 

E lo Stato è sempre più sollecitato
Patrizia Pesenti,
presidente del governo, ha lanciato l’allarme presentando alla stampa il Piano finanziario (Pf) 2008-2011: le spese dello Stato sono in aumento perché cresce il numero dei cittadini bisognosi. Le prestazioni sociali, è riportato nero su bianco nel Rapporto al Gran Consiglio sul Pf e Linee direttive, « han­no una valenza cantonale importante nel ri­spondere alla precarietà economica ». E quando il Consiglio di Stato ha scritto questa frase non era ancora noto lo studio presentato ieri dal Credit Suisse che indica un peggioramento del reddito familiare. Sempre nel Rapporto citato, il governo è ancora più esplicito: « In altre pa­role, per fare un esempio concreto, non è cam­biato il criterio in base al quale sono erogate le prestazioni complementari Avs e Ai, non è au­mentata la prestazione, ma sono aumentati i cittadini che ne hanno diritto. Lo stesso si può dire di altre prestazioni sociali. Il numero dei cittadini beneficiari aumenta oppure aumenta il periodo durante il quale restano titolari di una prestazione ». Detta in altre parole, i citta­dini ticinesi fanno sempre più fatica a far qua­drare i conti e non a caso sono lievitate pure le uscite per l’assistenza sociale.

 

Da: Il Caffé della domenica, 18.11.2007

‘Salari bassi, debiti...
la povertà esiste’


Duro atto d’accusa alla “nuova politica” del direttore di Caritas Svizzera

di Alberto Cotti


Maggiore maganimità con gli stranieri e una politica più chiara per battere la povertà. Jürg Krummenacher, da 17 anni direttore di Caritas Svizzera, non ha dubbi. E la sua analisi del nuovo panorama politico svizzero, alla vigilia dell’elezione del nuovo consiglio federale, è limpida. Dalla povertà ai salari dei manager, dalla politica migratoria a quella familiare, passando per quella degli anziani, Krummenacher non s’è mai nascosto puntando spesso e volentieri il dito contro i politici che si preoccupano un po’ troppo di far quadrare i conti tagliando le prestazioni in ambito sociale. Una tendenza, questa, che la vittoria dell’Udc alle elezioni federali potrebbe ancora accentuare. “Difficile prevederlo - replica Krummenacher -. Non penso però che il partito di Blocher riesca ad imporre al resto del Parlamento la propria visione della società”.
Sono il gruppo più forte…
“È vero, ma non hanno la maggioranza. Complessivamente poi, il centro non si è indebolito e questo potrebbe contribuire a frenare l’Udc”.
La politica migratoria potrebbe però essere rimessa in discussione.
“È possibile, ma l’ultima parola spetta pur sempre al popolo”.
Sta pensando all’iniziativa per l’espulsione dei criminali stranieri?
“Anche, ma non solo”.
La politica degli stranieri già oggi, non le piace?
“La Caritas chiede, da tempo, una politica migratoria sostenibile”.
A maggior ragione dopo il rafforzamento dell’Udc alle Camere federali.
“Sarebbe auspicabile”.
Quali le priorità?
“Le sfide sono due: la questione dei ‘sans papiers’ e la politica d’integrazione”.
Senza dimenticare i recenti inasprimenti della politica d’asilo.
“Certo, con il pretesto di ‘combattere gli abusi’ il diritto d’asilo diventa sempre più severo”.
Cosa si dovrebbe fare?
“Innanzitutto un po’ più di magnanimità nella regolarizzazione dei ‘sans papier’”.
E oltre ai clandestini?
“Si dovrebbe concedere il raggruppamento familiare anche ai richiedenti l’asilo ammessi provvisoriamente ed anche autorizzare a lavorare le persone meno qualificate provenienti da paesi extraeuropei”.
Perché?
“Solo con una politica di migrazione sostenibile è possibile evitare o perlomeno limitare l’immigrazione clandestina”.
Cambiamo argomento e parliamo di povertà.
“È uno scandalo sociale che in un paese ricco come la Svizzera, i poveri siano all’incirca un milione”.
Secondo l’Ufficio federale di statistica, sarebbero ‘solo’ 360 mila.
“La differenza deriva da un nuovo metodo di calcolo. In ogni caso 360 mila poveri sono molti lo stesso”.
Anche perché molti sono bambini ed anziani.
“Certo, ma non si dimentichi neppure che molte persone preferiscono vivere nell’indigenza piuttosto che chiedere aiuto allo stato”.
Chi sono i poveri in Svizzera?
“Le cause della povertà sono molteplici: scarsa formazione, salari bassi, indebitamento, divorzio, disoccupazione di lunga durata, lavoro precario oppure lunghe malattie”.
Tutto sommato però, di povertà in Svizzera si parla poco.
“Questo succede perché la povertà assoluta è scomparsa”.
Insomma, non si muore più di fame.
“Sì, ma siamo confrontati con una povertà relativa e che si traduce nell’esclusione e nell’emarginazione sociale”.
Quali le soluzioni?
“Quella che serve è una politica sulla povertà chiara e a tre livelli: la prevenzione attraverso una migliore educazione scolastica, il sostegno alle famiglie più a rischio e l’integrazione sociale”.

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