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Giovani e povertà in Svizzera

Speciale Società e economia
di Simone Berti
Bambini, giovani e povertà

Quasi la metà dei poveri in Svizzera è costituita da bambini e giovani con meno di 25 anni. I più esposti sono i figli di perso­ne in cerca di un’occupazione, quelli che vivono in una fami­glia monoparentale, i figli di migranti e quelli che hanno più di due fratelli e sorelle. Povertà economica, certo, ma anche in fatto di conoscenze, indispensabili per trovare un lavoro.
La commissione

Istituita nel 1978, la Commissione federale per l’infanzia e la gioventù (Cfig) ha l’incarico di analizzare la condizione di giovani e bambini. La commissione extraparlamentare, com­posta di 20 membri, ha presentato ieri un rapporto sulla po­vertà di giovani e bambini. Vicepresidente è il giurista ticine­se Alessandro Simoneschi, 32 anni: lo abbiamo intervistato.
Poveri ragazzi
Berna – In Svizzera quasi la metà delle persone povere è co­stituita da bambini e da giova­ni di meno di 25 anni. Cercan­do di abbattere quello che an­cora ritiene un tabù, la Com­missione federale per l’infan­zia e la gioventù (Cfig) ha pre­sentato ieri un rapporto che riassume il seminario bienna­le della commissione tenutosi lo scorso novembre a Bienne. Nel 2005, fanciulli adole­scenti e giovani adulti rappre­sentavano quasi il 45% di tutti i beneficiari di prestazioni dell’aiuto sociale contro l’ 1,5% per la fascia di popola­zione con oltre 65 anni. Sui 210 mila beneficiari, 100 mila han­no meno di 25 anni, ha ricor­dato il presidente della Cfig Pierre Maudet, che è anche municipale della città di Gine­vra per il Plr.
Esposti al rischio d’indigen­za risultano soprattutto i figli di disoccupati, quelli che vivo­no in una famiglia monoparen­tale, i figli di migranti e quelli che hanno più di due fratelli e sorelle. La situazione è parti­colarmente grave nei centri urbani, dove fino a un giovane (di 18-25 anni) su dieci dipende dall’aiuto sociale, ha precisato Chantal Ostorero, membro della Cfig e collaboratrice per le questioni giovanili e della formazione per il Consiglio di Stato vodese. Inoltre, il 70% dei giovani adulti che ricevono l’aiuto sociale non ha concluso una formazione professionale. La Commissione ritiene che l’integrazione sociale ed eco­nomica dei giovani debba esse­re una « priorità nazionale » e per questo motivo chiede cam­biamenti politici in vari setto­ri, rivolti alla prima infanzia, alla formazione, alla sanità e alla politica familiare. La Com­missione propone una strate­gia globale valida per tutta la Svizzera.
Il primo aspetto consiste nel riconoscere che la povertà gio­vanile non è un fatto puramen­te congiunturale, sostiene Chantal Ostorero. Ma soprat­tutto, se una persona inizia la sua vita nell’indigenza, ten­denzialmente vi rimane: « Biso­gna eliminare questo abbona­mento alla povertà » , ha detto
Maudet. La Cfig prevede ad esempio un « rafforzamento del­la responsabilità dello Stato » in materia di inserzione dei gio­vani nel mondo del lavoro che si traduca in un « dovere di for­mazione al di là della scolarità obbligatoria » . Oppure la crea­zione di un fondo nazionale per la formazione professionale la cui gestione sarebbe affidata a un organo tripartito con rap­presentanti dei salariati, dei datori di lavoro e dello Stato, come già avviene in alcuni Cantoni, ha detto Ostorero.
Anna Sax, vicepresidente della Cfig e specialista della sa­nità attiva a Zurigo, ha sottoli­neato l’ereditarietà di proble­mi della salute legati alla po­vertà come il sovrappeso e il tabagismo. In questo ambito la scuola può prevenire con l’e­ducazione fisica, ma anche con la sensibilizzazione a stili di vita e alimentazione sani.
Anna Sax ha pure messo l’accento sulla piaga dell’inde­bitamento, che colpisce « un buon terzo » dei giovani tra 18 e 24 anni della Svizzera tedesca. La Cfig propone anche di vieta­re la pubblicità per crediti al consumo.
Gli istituti attivi in questo settore, che realizzano un fat­turato di 5- 6 miliardi di fran­chi all’anno, dovrebbero ver­sarne l’ 1% per realizzare dei programmi volti a consigliare su prestiti e budget familiare. Lo stesso potrebbe valere per gli operatori telefonici, visto che i cellulari sono una tra le maggiori cause di indebita­mento giovanile, ritiene la commissione.
ATS/RED
Le reazioni
Stupore e incertezza: i partiti spiazzati

Berna – Ecco le reazioni, raccolte dal­l’Ats, al rapporto sulla povertà giovanile pubblicato ieri a Berna dalla Commissione federale per l’infanzia e la gioventù (Cfig). La consigliera nazionale friborghese Thérèse Meyer (Ppd) ricorda che i democri­stiani vogliono che il minimo vitale sia esentato dalle imposte. Secondo Meyer è inoltre necessario seguire più assiduamen­te i giovani che cercano un posto di appren­distato.
A detta della consigliera nazionale ber­nese Franziska Teuscher (Verdi) è triste che in un paese come la Svizzera vi siano centomila bambini che vivono in povertà. Questa situazione sarebbe dovuta anche ai risparmi effettuati a livello nazionale.
Il consigliere nazionale vodese Guy Par­melin (Udc) invita ad agire a livello locale e non secondo il principio, che critica, dei sussidi a pioggia. L’Udc ha chiesto comun­que forti deduzioni fiscali per i figli, fa notare.
Per il consigliere nazionale vallesano Stéphane Rossini (Ps) è deplorevole che il tema della povertà abbia un ruolo solo se­condario nella campagna elettorale. I socia­listi sono all’origine di una conferenza na­zionale sul tema e vantano inoltre un’ini­ziativa che impone alle imprese di creare posti di tirocinio, osserva Rossini. Secondo il consigliere nazionale Pierre Triponez (Plr) il problema esiste, ma non bisogna di­menticare che lo stato sociale funziona.
Le autorità che si occupano del tema de­vono però rimanere a livello cantonale e co­munale.
Parola infine al presidente della Confe­renza svizzera delle istituzioni dell’azione sociale (Cosas) Ueli Tecklenburg, secondo cui il rapporto è stato realizzato bene e con­tribuisce a portare la povertà giovanile al centro del dibattito politico. Tecklenburg sostiene che la sensibilità in questo campo è ancora insufficiente.
 

 
‘Lottare contro l’esclusione senza nascondersi dietro il federalismo’
Alessandro Simoneschi: occorre uno studio nazionale serio che determini le responsabilità di ognuno


Alessandro Simoneschi, nel rap­porto il presidente della Cfig Pierre Maudet definisce la povertà dei gio­vani come ‘una bomba ad orologe­ria’. Perché?
« Perché è una realtà sommersa, della quale si parla poco in Svizzera. In que­sto modo bambini e giovani già svan­taggiati accumulano un capitale negati­vo, in fatto di competenze, che in seguito si manifesterà nella difficoltà di trovare un posto di lavoro e nell’esclusione. Il ri­schio è che questa situazione esploda ».
Dunque, citando il titolo del vo­stro rapporto, la povertà dei giovani è pericolosa perché è un tabù?
« Sì, molto spesso si sente dire che in un paese come la Svizzera è sbagliato par­lare di povertà. Questo accade in un con­testo in cui si criminalizza chi beneficia dell’aiuto sociale, soprattutto in certi ambienti politici che basano il loro di­battito su una frangia minoritaria di persone che abusano, invece di indivi­duare serenamente le misure che possa­no aiutare le persone nel bisogno, e non necessariamente in termini di aiuti fi­nanziari ».

In cosa dovrebbe cambiare l’aiuto sociale?

« Abbiamo diverse raccomandazioni per lottare efficaciemente contro l’esclu­sione sociale, per esempio nel settore del­la politica familiare e nel passaggio dal­la scuola all’apprendistato e al mondo del lavoro ».
Secondo voi le azioni concrete de­vono essere incentrate sui bambini
e i giovani: ma non dovrebbero esse­re le famiglie e gli enti ad essere so­stenuti? In fondo sono gli adulti che devono prendersi cura dei ‘più pic­coli’...
« Evidentemente siamo consapevoli che bambini e giovani non sono extra­terrestri ma fanno parte di una famiglia e di una società civile con tutti i suoi enti. Però la nostra prospettiva è quella di ca­pire le necessità e le debolezze dei giova­ni perché ci siamo accorti che spesso la politica familiare ma anche la politica per l’integrazione delle persone migran­ti non tengono conto delle necessità dei bambini e dei giovani. Bisogna fare in modo che tutte queste misure vengano coordinate tenendo in considerazione anche le necessità dei giovani, in una prospettiva globale ».
Potrebbe fare degli esempi?
« Nell’ambito delle strutture di acco­glienza extrafamiliare si nota soprattut­to la necessità di conciliare le esigenze familiari e del mondo professionale. Noi diciamo che nella messa in pratica di questa politica occorre sì attuare le mi­sure previste, come la flessibilità degli orari degli asili nido, ma tenendo sem­pre conto del bene del bambino ».
Uno dei disagi più citati dai giova­ni nelle loro testimonianze contenu­te nel rapporto riguarda la discri­minazione nei confronti dei diplomi di ‘serie B’.
« Sulla strada verso un paese in cui ogni giovane abbia vere possibilità di realizzazione, al di là della sua prove­nienza sociale geografica e culturale, ci sono degli ostacoli. Fra questi ostacoli c’è effettivamente anche quello dei diplo­mi che non vengono considerati positi­vamente sul mercato del lavoro ».
Perché questo fenomeno è parti­colarmente difficile da risolvere?
« Perché è favorito anche dal fatto che spesso chi detiene questi diplomi di ‘serie B’, soprattutto figli di migranti, non di­spone nemmeno di una rete di conoscen­ze, che è indispensabile per l’entrata nel mondo del lavoro. Così, una delle misure concrete da noi raccomandate è la costi­tuzione di una sorta di tutorato, nel qua­le i giovani sono affiancati da un adulto (anche a livello di benevolato) che lo se­gua e lo consigli diminuendo così la pro­babilità di esclusione sociale ».
Proponete anche l’introduzione della scolarità obbligatoria a quat­tro anni, perché?
« Questa è una rivendicazione tipica­mente non ticinese, dove praticamente tutti i bambini vanno all’asilo. Questo tipo di misura sarebbe invece molto at­tuale in Svizzera romanda e tedesca dove la scuola dell’infanzia esiste solo parzialmente. In base ai nostri studi ab­biamo constatato che l’introduzione del­l’asilo obbligatorio a partire da 4 o an­che 3 anni da la possibilità a bambini già a rischio di esclusione sociale, a cau­sa della loro provenienza sociale, di so­cializzare. E permette anche ai bambini di entrare in una dimensione istituzio­nale, dove almeno le cure di base sono garantite. Ovviamente questo costituisce una buona prevenzione all’esclusione ».
Nel rapporto dite a chiare lettere che la Svizzera produce povertà ma fa troppo poco, o nulla, per rimedia­re. Cosa vi augurate che faccia la politica?
« Prima di tutto bisogna prendere co­scienza di questo problema prescinden­do dalle polemiche partitiche e che si ma­nifesti una vera volontà politica di com­prendere il problema della povertà dei bambini e dei giovani. Come? Facendo un vero studio scientifico nazionale – che non analizzi esclusivamente dati parziali e statistici ma vada più in profondità – sulla base del quale si ri­prenda una politica di lotta alla povertà e all’esclusione sociale, concertata tra Cantoni e Confederazione ».
A chi spetta l’iniziativa?
« Alla Confederazione. Non ci si può più nascondere dietro al federalismo: per prendere in mano la situazione oc­corre uno studio scientifico e serio sulla povertà in Svizzera, coordinato dal Fon­do nazionale di ricerca. In questo studio dovrebbero essere analizzate con preci­sione le responsabilità dei Cantoni e del­la Confederazione e quindi anche le mo­dalità di coordinamento e di attuazione di una nuova politica nazionale ».
Crede che le raccomandazioni della commissione saranno ascolta­te dalla politica?
« Il nostro rapporto è indirizzato non solo alla politica ma a tutti gli attori che si occupano di povertà e di esclusione so­ciale in Svizzera. In passato abbiamo avuto buone esperienze, anche perché questo tipo di rapporto, fatto da una commissione extraparlamentare compo­sta da esperti del settore, si basa su dati scientifici ed è frutto di un dialogo tra molti enti ed attori che operano nella so­cietà. Si tratta dunque di un lavoro cre­dibile, rivolto a tutte le persone di buona volontà. È chiaro che chi non vuole ascoltare, pur leggendo questo rapporto non farà nulla. Ma noi ci indirizziamo a quei governanti, anche a livello canto­nale, che hanno voglia di agire nel tem­po in cui vivono ».

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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