Da: CdT 3.2.13 pag 1 e 4
■ CANTONE
LA GIUSTIZIA CON LA VALIGIA IN MANO
di
EMANUELE GAGLIARDI
Diversi anni fa, accadde un giorno che, per motivi di spazio, di occupazione contemporanea dell'aula maggiore e delle altre, cosiddette minori, al Palazzo di giustizia di Lugano, un processo in programma in questa sede venne spostato altrove, leggi Pretorio di Mendrisio. Accadde ancora che, per ragioni questa volta di praticità, più di un dibattimento fissato in un tribunale del Sopraceneri, fu aggiornato a Lugano. Era iniziata l'era dei processi con la valigia, che non suscitò molti consensi tra gli addetti ai lavori: in precedenza, solo in rare occasioni, per esempio, di dibattimenti particolarmente importanti, la scelta era caduta su una struttura fuori dal Pretorio, individuata sempre, però, nella regione interessata ai fatti. I processi con la valigia non erano particolarmente graditi. Anzi, c'era chi sosteneva che la giustizia dovrebbe sempre poter essere amministrata nel luogo in cui la legge è stata infranta, altrimenti lo scopo didattico dell'operazione ne uscirebbe alquanto ridimensionato.
Le discussioni durarono poco: le Corti e le parti, con gli imputati al seguito, cominciarono ad effettuare trasferte a volte non indifferenti. Era il tempo in cui le Pretoriali, vetuste e inadeguate celle, ricavate nei vari posti di polizia del cantone, vivevano il loro periodo d'oro in Ticino: sempre occupate da indagati che trascorrevano in quegli spazi buona parte del periodo dell'inchiesta svolta a loro carico. Mesi a volte. Il trasferimento alla Stampa, a indagini concluse, veniva vissuto come una liberazione: coincideva, tra l'altro, spesso con la possibilità di fare finalmente una doccia, di poter usufruire veramente dell'ora d'aria.
Le proteste, a vari livelli, contro le Pretoriali si trascinarono per anni, sino a quando, nei pressi del penitenziario della Stampa, sulle ceneri del Vecchio Stampino, fu realizzato il nuovo carcere giudiziario, conosciuto come la Farera. Da allora anche gli interrogatori dei detenuti sotto inchiesta avvengono in questa struttura. Nuove trasferte per procuratori, polizia e avvocati, obbligati a recarsi in occasione dei vari interrogatori al Giudiziario. Spostamenti, questi, che hanno dato fiato a velati, a volte neanche più di tanto, reclami.
Adesso è arrivato il documento elaborato dal Dipartimento delle istituzioni, denominato «Giustizia 2018» che concerne una revisione dell'organizzazione giudiziaria. Raggruppamenti, spostamenti e altre misure per arrivare ad un nuovo assetto dell'attuale sistema. Un cambiamento pure della geografia della giustizia nel cantone. Il documento è attualmente in consultazione ma i suoi contenuti sono già oggetto di un animato dibattito. Prevede, tra l'altro, che la valigia, questa volta con destinazione Bellinzona, non la faccia una singola Corte ma il Tribunale penale cantonale. La discussione, vivace, è aperta. Da non dimenticare, poi, che dietro l'angolo vi è un'altra questione, forse altrettanto urgente: quella riguardante la realizzazione di un nuovo penitenziario. La Stampa ha fatto il suo tempo. È una co struzione datata. Il direttore generale delle strutture carcerarie ticinesi, Fabrizio Comandini, con i suoi collaboratori da tempo sta lanciando chiari segnali al proposito: urge pure un comparto per coloro che, affetti da problemi psichiatrici, hanno commesso reati. Il Consiglio di Stato dovrà ora chinarsi sul problema e sui contenuti di un rapporto commissionato a suo tempo sulle esigenze future della nuova Stampa e già terminato.
Al crimine non importa granché della giustizia. Anzi, il crimine fa di tutto per evitarla nel suo quotidiano cammino. Il procuratore generale John Noseda, nel presentare il bilancio 2012 del Ministero pubblico ticinese, ha segnalato un'impennata di nuovi incarti ed ha detto a chiare lettere: «Ci servono più mezzi». Serve anche un nuovo penitenziario. Poi la Giustizia potrà riprendere il suo peregrinare con la valigia in mano.