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‘Vittime di famiglie inesistenti'

Da: La regione 28.3.09 pag 20

‘Vittime di famiglie inesistenti'

Raffaele Mattei, direttore della Fondazione Amilcare: ‘L'abbandono è la costante nelle storie d'emarginazione'

La Fondazione Amilcare è nata per dare una casa e una stabilità ad adolescenti che non possono più vivere nel loro nucleo familiare. Gestisce tre foyer (a Massagno, Molino Nuovo e Locarno) e un servizio introdotto un anno e mezzo fa che si chiama Adoc (presente su tutto il territorio ticinese). I foyer sono case dove si accolgono nove ragazzi dai 13 ai 18 anni - scolarizzati o no - che presentano fragilità importanti sul piano psicologico. L'équipe Adoc svolge un lavoro di accompagnamento individuale per ragazzi che hanno rotto radicalmente con il contesto in cui vivono, che hanno già avuto esperienze istituzionali fallimentari, tra le quali magari anche la clinica psichiatrica o il centro chiuso. Gli obiettivi primari sono di stabilire una relazione con il ragazzo, aiutarlo nella ricerca di un alloggio e nutrirlo. Progressivamente viene responsabilizzato sulle questioni che lo riguardano. Il terzo settore di cui si occupa la fondazione è l'inserimento lavorativo e per questo esiste Spazio Ado (vedi articolo principale).

Raffaele Mattei, da oltre vent'anni lavora con i giovani. Le sembra che il disagio sia in aumento?

«L'abbandono è la costante nelle storie dei ragazzi emarginati. Bambini trascurati, svalutati, genitori molto sofferenti loro stessi non sono una novità di oggi. Negli anni Novanta abbiamo iniziato una formazione in terapia familiare: quando l'abbiamo terminata di famiglie non ne restavano quasi più. Ecco che cosa sta cambiando. Prima di parlare di disagio giovanile, quindi, bisogna avere il coraggio di parlare del disagio diffuso in tutti gli strati della nostra società. La famiglia si è rimpicciolita e le figure adulte di riferimento cui i giovani possono fare capo sono sempre meno. Cinquanta anni fa i quartieri erano villaggi. C'erano feste di paese e momenti in cui la comunità si riuniva. Un bambino trascurato aveva comunque qualcuno che badava a lui, una zia, una vicina. Oggi, se i genitori lasciano solo il figlio, questo è completamente isolato, mentre invece sappiamo che è fondamentale sentire di appartenere a un gruppo o a un luogo. La maggior parte dei nostri ragazzi non sente di appartenere a niente, né a una famiglia, né a un quartiere, e non ha nemmeno mai avuto una persona stabile di riferimento».

Riuscite a occuparvi di tutti i casi che vi vengono segnalati?

«No, assolutamente. La Fondazione Amilcare si occupa di una sessantina di adolescenti, che è solo una parte dei giovani in difficoltà in Ticino. Ogni città avrebbe bisogno di uno Spazio Ado, noi abbiamo segnalazioni continue. Ci sono vari aiuti per chi ce la fa, ma per chi non riesce c'è una grave carenza di opportunità, di soluzioni.Trenta ragazzi ogni anno non portano a termine o non trovano uno sbocco professionale dopo il pretirocinio: dove vanno a finire? Vogliamo metterli in assistenza a 18 anni?».

Nota delle differenze tra il Ticino e gli altri cantoni?

«Da noi il problema dei giovani è molto sottovalutato. Per gli anziani si spendono 120 milioni, per l'handicap altrettanti, per i minori 20 milioni. Ce ne vorrebbero almeno il doppio. A volte ho l'impressione di chiedere l'elemosina per svolgere un'adeguata protezione dei minori. Vent'anni fa ho scritto un progetto di foyer terapeutico che ancora non è stato realizzato. Esiste solo la clinica psichiatrica, che non è una soluzione. Sì, nel resto della Svizzera, romanda e tedesca, c'è una maggiore cultura della protezione dei minori. In Svizzera france-

se ad esempio ci sono istituti con un atelier all'interno dove poter svolgere un apprendistato che è riconosciuto a livello cantonale».

Come spiega queste differenze di presa a carico?

«In parte per ragioni territoriali. In Romandia esistono diverse strutture specialistiche distribuite in più città e a seconda del caso, grazie a una collaborazione fra cantoni, si può fare capo al servizio più indicato. Nella Svizzera italiana siamo isolati. È però altrettanto vero che da noi si tende a lavorare solo sull'urgenza, tralasciando la protezione e la prevenzione e se si va avanti così, finiremo per ritrovarci con sempre più urgenze. Siamo an-

che più chiusi verso gli stranieri e la cultura giovanile. A Ginevra o a Berna si parla di integrazione effettiva e i centri giovanili sono considerati in tutt'altro modo».

Che cosa riterrebbe necessario e fattibile?

«Innanzitutto lavorare sulla prevenzione e protezione già nei bambini, non possiamo permetterci di aspettare che crescano e commettano qualcosa di grave per cominciare a curarli . Spesso incontro degli adolescenti e mi chiedo perché non si sia intervenuti prima, perché non abbiano ricevuto un ambiente educante con almeno un adulto come punto di riferimento. Un fenomeno cui assisto di frequente è quello di ragazzi-

ne che si occupano della gestione della casa e dei fratelli minori perché la madre è sofferente. O bambini cui monta la rabbia perché la mamma sta sempre male, non sanno chi sia il padre e si accorgono che una vita così loro non la vogliono e arrivati a una certa età esplodono. Con i bambini è più facile trattare, anche se sono problematici. Man mano che crescono diventa più difficile soprattutto nel periodo della scuola media, quando iniziano a disturbare in modo pesante e non riescono a stare al passo anche se è già da tempo che perdono terreno. In questa fase spesso vengono isolati: hanno un educatore tutto per loro e cresce il senso di esclusione dalla famiglia, dalla scuola, dai coetanei. Si interviene sul sintomo, sull'espressione del disagio e si lavora solo su questo aspetto, mentre prima di tutto hanno bisogno di esprimere la rabbia per la vita vissuta. E allora ci si rende conto che bisognava proteggerli molto prima, già quando la polizia era intervenuta per la terza volta perché il padre ha picchiato moglie e figli ma poi nessuno ha fatto niente. Si parla di violenza nei giovani come se a loro la violenza piacesse, ci dimentichiamo che sono vittime con storie terribili sulle spalle».

E se è troppo tardi per prevenire?

«Bisognerà curare! Ho già parlato di foyer terapeutici, foyer con l'apprendistato interno e Spazi Ado in ogni città. Un altro problema è che, se un ragazzo arriva da noi ed è già maggiorenne, non possiamo prenderlo. Vorrei più servizi per i giovani adulti e una rete di datori di lavoro che ricevano facilitazioni per assumere questi ragazzi. Siamo in un momento di crisi e i soldi non ci sono, d'accordo. Ma è proprio in questi momenti che è necessario investire sui giovani, non lasciarli perdere. Noi stiamo dalla parte dei ragazzi: bisogna avere fiducia in loro, dargli una possibilità e credere che questa opportunità dia frutti».

Speciale

Giovani fragili

a cura di Sara Rossi

Si chiama Spazio Ado ed è un servizio di accompagnamento per gli adolescenti che, nonostante la giovane età, sono già esclusi dal tessuto sociale.

Un luogo da dove si può ripartire per ripensare e riprogettare la propria esistenza

 

Per ridare senso alla vita

L'esperienza di Spazio Ado, il centro diurno di Besso per adolescenti fuori dal circuito scuola e lavoro

Si chiama Spazio Ado e sembra un appartamento, di quelli moderni, con grandi spazi comuni e poche pareti. Sette anni fa un gruppo di ragazzi e di educatori ha abbattuto i muri e costruito un salotto grande, una cucina, dei bagni, lasciando un locale per la sala di musica, uno per la palestra e un laboratorio. In sette anni è passata da lì un'ottantina di adolescenti. Il luogo si è modificato, ma nessuno ha mai comprato niente: i mobili e gli oggetti che servivano sono stati recuperati qua e là. Scarti a cui i ragazzi di Spazio Ado hanno restituito un senso, un valore. Un po' come hanno ridato un senso e un valore alla loro vita, che già a 15 o 18 anni sentivano - ed erano - esclusi dalla società.

«Spazio Ado sostiene l'inserimento lavorativo di ragazzi che hanno abbandonato o sono stati abbandonati dalla scuola, che non sono riusciti a fare un tirocinio né un pretirocinio. L'unica richiesta da parte nostra è di venire tutti i giorni puntuali e partecipare alle attività settimanali. Lunedì mattina musica, al pomeriggio video, martedì atelier cucina, poi ginnastica...». Santo Sgrò, educatore, è una vita che lavora con i giovani. Prima a Ginevra in una Maison de Quartier, poi, a Besso (in un vecchio stabile accanto alle Arti grafiche già Veladini) ha aperto Spazio Ado con la Fondazione Amilcare nel 2001.

«I ragazzi vengono segnalati dai servizi sociali o medico-psicologici, dalla scuola, dai genitori, dai tutori. Sono giovani persone che alle spalle hanno una lunga storia di sofferenza. Qui più che uno spazio trovano un tempo. Un tempo per riacquistare fiducia negli adulti, nel mondo, in se stessi. A volte arrivano dopo anni di inattività, senza fissa dimora o senza mai uscire in una stanza». L'educatore racconta come piano piano rimettono in ordine la loro vita: dormire di notte, alzarsi al mattino, andare lì tutti i giorni. Poi si avvicinano al mondo del lavoro. Qualcuno del quartiere porta un mobile da ristrutturare, chiede una mano per fare un trasloco o pitturare il suo appartamento. Non sono una ditta, ma fanno piccoli esperimenti di costanza professionale. Dopodiché inizia la ricerca di un posto di stage.

I quattro educatori di Spazio Ado accompagnano i ragazzi durante l'apprendistato e nei primi tempi dell'inserimento professionale vero e proprio, fino a quando ce la fanno da soli. Non c'è un tempo prefissato per ognuna delle tappe di questo percorso: chi impiega tre mesi, chi due anni. Nel frattempo imparano anche ad avere amici, a riconnettersi con il tessuto sociale. Quando è il momento giusto per prendere il volo se ne vanno, ma nessuno sparisce mai del tutto. Per un anno almeno tengono contatti regolari con Spazio Ado, poi continuano a passare per una visita ogni tanto, magari nei momenti importanti, di gioia o di tristezza.

Più della metà di chi ha seguito il percorso ora sta lavorando. «È un buon risultato, perché a volte è veramente difficile ridare un'opportunità alla vita quando questa ti ha sempre solo dimostrato che i sogni non si avverano mai» dice Santo.

Spazio Ado non è una Maison de Quartier, di quelle che piacciono a Santo Sgrò, dove la gente del quartiere entra, fa una domanda, porta un'idea. Per fortuna però contatti con l'esterno non mancano, per esempio con l'Associazione Genitori di Besso. Quasi ogni settimana a Spazio Ado si organizza una festa per qualche bambino del quartiere. Gli invitati sono i suoi amici, i suoi genitori, i suoi nonni. Gli adulti rimangono sbigottiti quando constatano che sono stati gli adolescenti a decorare la sala, a preparare la torta di compleanno, quando li guardano leggere un libro ai loro figli. Così, la paura se ne va.

 

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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