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Tiberio Timperi. Nel nome del figlio. Ma anche del padre.

Da: http://blog.panorama.it/ del 11.9.10

Tiberio Timperi: Nel nome del figlio

Il giornalista Tiberio Timperi

Il giornalista Tiberio Timperi

Mercoledì, primo settembre. Non vedo mio figlio dal 16 agosto. Le vacanze sono ormai finite. Tra poco lo riabbraccerò. Muto. Il citofono di quella che una volta era casa mia, rimane muto. Telefono. Squilli a vuoto. Sms. Dopo una mezz’ora che dura una vita, la risposta: «Ti richiameremo». Non mi resta che il 112. Pattuglia dei carabinieri. Saliamo su. È la prima volta da quando, 5 anni fa, mi sono separato. Stomaco chiuso, ansia, ricordi. E quella porta.

Il led dell’allarme rosseggia beffardo. Il campanello suona a vuoto. Caserma. Denuncia. Il carabiniere, forse padre anche lui, legge nei miei occhi una silenziosa supplica. Chiama al telefono la madre di mio figlio. Dall’altra parte, il nulla. Tre giorni dopo, mio malgrado, la notizia è sul Corriere della Sera. Per cinque anni, cinque lunghissimi anni, ho taciuto ma capisco che è arrivato il momento di raccontare la mia esperienza. Esperienza comune, purtroppo, a molti padri, vittime di soprusi silenziosi. La madre, quasi sempre affidataria, può facilmente ostacolare il rapporto padre–figlio. Anche se c’è un provvedimento favorevole al papà. Basta un certificato medico. O non rispondere al telefono. Sono un buon padre. Non sono parole mie o di mio figlio ma del Tribunale. Buono al punto tale che l’ultimo provvedimento non solo mi concede più tempo ma anche la possibilità di vederlo liberamente. 

Sulla carta un provvedimento illuminato. In realtà, ogni volta che lo chiedo fuori dalla rigida gabbia stabilita dal giudice, la risposta è sempre la stessa: no. Vero, in questi giorni la Cassazione ha riconosciuto i danni morali di un padre il cui rapporto con il figlio era ostacolato dalla madre affidataria. Non commento la sentenza ma non posso fare a meno di pensare che, in casi come questo, si preferisca sanzionare simbolicamente la madre piuttosto che affidare il bambino al padre. Dimenticavo, siamo in Italia. Qui, la mamma è sacra. Anche quando causa danni morali. Già, danni morali. Sono stato denunciato per aver maltrattato mio figlio, picchiato l’ex cognata, ingiuriato l’ex moglie e accusato di violenza privata. Praticamente un mostro. In realtà, questo, è il frutto della strategia processuale: ogni accusa, vera o falsa che sia, è lecita. Con buona pace della deontologia professionale. Ancora è viva in me la vergogna per aver sentito riecheggiare il mio cognome per i corridoi del Tribunale penale di piazzale Clodio. Le accuse? Archiviate. Interessanti le motivazioni. Una su tutte:  «…le dichiarazioni delle denuncianti non possono considerarsi del tutto attendibili…». Facile accusare, calunniare e insinuare quando si svolge, come nel mio caso, un lavoro pubblico in un noto luogo di perdizione come quello della tv…
Chi mi risarcirà degli sguardi carichi di sospetto quando accompagnavo mio figlio a scuola?
Sono cinque anni che la mia vita viene scandita dalle udienze del Tribunale. Dove l’orientamento culturale è quello che fa del padre un genitore di serie B.  Nonostante la legge sul condiviso stabilisca pari dopportunità tra padre e madre. Tutto deve cambiare affinché nulla cambi. Il figlio viene sempre «collocato» presso la madre. Anche quando questa è «malevola». Leggete su Google: si tratta di una sindrome caratterizzata da false denunce, calunnie, eccesso di contenzioso legale e alienazione parentale. La Giustizia però, sembra non abbia voglia o tempo di distinguere in aula chi aggredisce e chi viene aggredito. Chi mente e chi dice la verità. In questi casi, per la Giustizia sei solo una coppia conflittuale e basta. Anche se cerchi solo di far valere i diritti tuoi e di tuo figlio. Al punto che se chiedi il cambio di collocazione del minore, magari ci sta viste le scorrettezze, ti senti rispondere che a sei anni è troppo piccolo. E se insisti, all’orizzonte ti prospettano i servizi sociali o, peggio, la sistemazione in una casa famiglia. Fate attenzione: piuttosto che privilegiare il padre rispetto a una madre palesemente inadeguata, si affida il minore a una casa famiglia! E avanti il prossimo.
Non basta una legge, quella sul condiviso, per cambiare usi e costumi, all’istante.
La realtà è che in Italia, una volta separati, non ci sono pari opportunità tra padre e madre. Il padre perde figlio e casa in un colpo solo. E il suo stipendio, che prima bastava per una famiglia, ora deve bastare (basta?) per due. Io mi reputo fortunato. Ho sufficienti risorse economiche e visibilità. Visibilità che metto al servizio di quell’esercito di padri senza volto che mangiano alla Caritas, che dormono in auto o che sono in lista per entrare nelle case accoglienza per padri separati.
È una battaglia lunga e dolorosa. So di non essere solo e non ho intenzione di mollare.
Nel nome del figlio. Ma anche del padre.

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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