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A margine / Quel che un processo da follia dovrebbe insegnare

Da: www.mattino.ch

Scritto da Redazione   
giovedì 09 luglio 2009
giustizia01_seconda.jpgSolo qualche ora fa è finito un incubo pluriennale per sette dei nove imputati davanti al Tribunale penale federale in Bellinzona; ed il superprocuratore Adrian Ettwein è stato rispedito a casa con danni permanenti alla carriera ed all’”ego” sino a ieri smisurato (ben gli sta). In attesa delle motivazioni di tale sentenza, che è clamorosa solo per chi aveva abbracciato acriticamente le tesi dell’accusa, alcune modeste ma utili proposte.


Partiamo alla grandissima, menzionando don Lisànder ed il suo principe di Condé, che dicono aver dormito saporitamente la notte avanti una celebre battaglia. Non che il Condé abbia un ruolo strategico in questo racconto, salvo il fatto che ci si domanda come tra ieri ed oggi abbia riposato (e se abbia riposato) tale Adrian Ettwein, procuratore incaricato o incaricatosi di trascinare l’accusa al maxiprocesso davanti al Tribunale penale federale in Bellinzona. Detto fuori dai denti, non si può provare altro che ribrezzo verso un falsario della giurisprudenza o, se preferite l’esplicitazione, verso un ideologo da dogmi autoreferenziali; si spera pertanto che costui si sia rigirato tra le lenzuola, e che per la prima volta nella sua mente si siano formati alcuni concetti. Nel caso ciò non sia avvenuto, lo si aiuta e lo si agevola, ricordandogli nel frattempo che su nove persone imputate ben sette - pesino i nomi di Alfredo “Fredi” Bossert e di Franco Della Torre - sono state assolte.

Lato legale. Ciò che non sta scritto nei libri non è nel mondo; eppure Adrian Ettwein, nel delirio di un atto di accusa che pareva costruito con il solo scopo di ottenere la fucilazione sommaria degli accusati, ha tentato di ottenere condanne per ciò che crimine non è mai stato, in Svizzera. Sarebbe dovuta valere, nella sua interpretazione delle cose, una sorta di proprietà transitoria del reato, e per di più con il criterio dell’extraterritorialità; se A fa questo per mestiere ed A conosce B e B ha comperato un chilogrammo di zucchero da C dopo essersi fatto prestare i soldi da D, automaticamente D è sodale e complice di A per quel che A abbia commesso o possa aver commesso in un imprecisato momento della sua esistenza. Con tali premesse, non c’è una probabilità che sia una dell’innocenza di papa Benedetto XVI, per dire di un personaggio presumibilmente al di sopra di ogni sospetto, fatte salve alcune vicenduole di basso cabotaggio in epoca di Concilio Vaticano II.

Lato mentale. Nel corso della sua formazione, Adrian Ettwein si dev’essere convinto della totale affidabilità di alcuni strumenti di indagine assai cari ad altre magistrature nazionali. Essendo tuttavia che i processi vengono fatti in aula e non sulle pagine dei giornali, si scoprì che le polveri erano bagnate nel momento stesso in cui l’uomo scoprì un arsenale di armi d’anteguerra e lo presentò come risorsa inoppugnabile, a sua valutazione, s’intende. Ed infatti: il “pentito” di camorra, numero imprecisato di ergastoli sul groppone, che parla per enigmi e secondo la regola del “sentito dire”; la collaborazione delle forze dell’ordine italiane, che tuttavia si trasforma in “boomerang” perché dalle dichiarazioni emerge sì un quadro interessante circa alcuni fenomeni della criminalità, ma nulla - ed ancora meno, se la cosa fosse possibile - afferente al processo. Per tanto così, esistono ottime conferenze ed eccellenti conferenzieri che potranno venire in qualunque momento, su semplice invito ed al prezzo del rimborso-spese, a raccontare di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino e del semidimenticato Boris Giuliano.
Lato (in)culturale. È parso a più riprese che, nei propositi dell’accusa, dovesse prevalere una condanna istituzionale di tutto ciò che sta a sud del San Gottardo. Equazioni: Italia uguale scandali e mafia, Ticino uguale Italia. Ticino uguale scandali e mafia. Ma arrivo io, Adrian Ettwein l’ammazzatutti, Adrian Ettwein accusatore implacabile e giudice; e vedrete. Abbiamo visto, infatti.

Conclusioni, e prendano appunti a Berna, a Losanna, a Bellinzona, a Lugano ed in qualunque altro luogo sia amministrata la giustizia in nome del popolo sovrano. Se con tutto l’armamentario sfoderato da Adrian Ettwein questi sono gli esiti, erronee risultano le premesse strutturali con cui vengono impalcati certi processi dall’enorme ridondanza mediatica (a proposito della stampa: quella ticinese, con rarissime e deplorevoli eccezioni, è stata splendida nel riferire con puntualità ma anche nell’evidenziare le falle, e le falle stavano su un solo fronte). A partire da domani, con gentile grazia, si faccia così: rogatorie in arrivo, nel congelatore o respinte d’ufficio alla frontiera; richieste di rogatoria in partenza, al macero prima ancora che l’inchiostro si sia asciugato sul foglio qualora vi sia anche soltanto il sospetto di una “fishing expedition”. Ci sarebbe anche altro; ma queste due calde raccomandazioni, oltre a far risparmiare milionate di franchi in procedure ed a sveltire i ritmi, avranno persino il pregio di salvare qualche carriera. Già: su quella di Adrian Ettwein, degno epigono di Valentin Roschacher, al momento non scommetteremmo un centesimo.

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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