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«Non si dà effetto senza causa»

Da: CdT 14.12.2012 pag 56

L'OPINIONE ROBERTO FLAMMINII*


L'aristotelico «Verum scire est sci­re per causas» asse­risce che il vero sa­pere è quello legato alla conoscenza delle connessioni causali, dei rappor­ti causa-effetto. Un assioma ci ricorda che «Non si dà ef­fetto senza causa». Pure i fenomeni umani, i fenomeni morali, presuppon­gono una causa, e una causa della loro medesima natura, giacché essa li contie­ne in potenza. Alla luce di questa pre­messa, tentiamo di illuminare la com­plessa questione degli omicidi/suicidi riconducibili alle procedure di separa­zione e divorzio, non di rado iter legale da noi lungo ed estenuante. Il suicidio è universalmente riconosciuto come una peculiarità maschile. Più del 70% dei suicidi sono compiuti da maschi. Ma mentre il suicidio femminile non arriva nemmeno al 10%, la percentuale dei sui­cidi maschili in fase di separazione lievi­ta oltre il 90%. Le cause di questi suicidi sono di regola ricondotte a «motivi pas­sionali», probabilmente perché per ra­gioni attinenti al diritto, per ragioni con­nesse alla «fabbrica dei divorzi», non si muore. E allora mass-media, giornali, riviste e Tv, titolano: «Disperato suicida: non si rassegnava alla fine di un amo­re»; altrimenti «Morte inspiegabile di un separato che non vedeva i figli da tre mesi, dormiva sotto un ponte e aveva perso il lavoro»; oppure «Non vedeva più la figlia: padre separato si uccide»; «Il folle gesto ancora privo di spiegazio­ni»; o ancora «Morire a trent'anni senza un perché». Si entra nella vita d'un uo­mo al suo termine, per giudicarne ed etichettarne il gesto come inspiegabile, folle, isolandolo, scollegandolo però da tutto quanto l'ha preceduto, da qualsia­si possibile causa. Ricordate? «Non si dà effetto senza causa». È realmente così difficile individuare le possibili o proba­bili cause di tanti suicidi ed omicidi di padri separati? Non presuppongono anch'essi una causa, e una causa della loro medesima natura, giacché essa li contiene in potenza? Il diritto che regola separazioni e divorzio, a conti fatti risul­ta per niente o insufficientemente capace di osservarsi, fare autocritica e correg­gersi. Rigidamente, meccanicamente, prosegue nel creare relazioni genitoriali inibite o del tutto rese impossibili, non concependo tanto il «figlio» come nesso di relazioni affettive, quanto piuttosto come risultante di diritti e doveri da esercitarsi: in conseguenza di questo, non può che generare sofferenze e vio­lenze. Secondo ogni argomentazione uf­ficiale, il «sistema» in regime di separa­zione coniugale opera sempre al meglio, per il meglio, e massimamente per «il bene del minore». Analizzando le cre­scenti situazioni criminogene occorre, al di là delle intenzioni e di quanto asseri­to, sforzarsi di chiarire le responsabilità degli attori coinvolti. Rimane innegabile che chi compie una strage e poi si toglie la vita, al momento di compiere il gesto appaia folle. Eppure è altrettanto inne­gabile l'errore nel non voler approfondi­re il ripetersi di fatti di cronaca che da anni mietono vittime: incapace di rico­noscere e gestire il disagio, di adeguarsi e correggersi, il diritto del divorzio dovreb­be, una buona volta, in qualche misura riconoscersi non estraneo ai drammi che è capace di produrre. Il gesto della perso­na disperata che arriva ad uccidere ed uccidersi è un effetto, ma quale ne è la causa? La lettura dominante continua ad essere quella del gesto isolato di un pazzo, di solito folle di gelosia, incapace di rassegnarsi ad essere lasciato. È una lettura nel complesso semplicistica e chiaramente fuorviante. Incapaci di scindere il ruolo coniugale dal ruolo ge­nitoriale, si insiste a considerare come criminogena la difficoltà di accettare la separazione dal coniuge, senza esami­nare ed approfondire la centralità che ha invece la separazione forzata dai fi­gli. L'osservazione mette in evidenza co­me gli eventi delittuosi si verifichino nel­la quasi totalità dei casi in presenza di figli minorenni, mentre i casi di coppie senza figli o con figli ormai adulti risul­tano numericamente rari. Infatti, soffe­renza, rancori e violenze subentrano specialmente quando norme giuridiche dispotiche, che impediscono una separa­zione serena con onori ed oneri ripartiti in maniera equa, sono imposte al padre. Non corrisponde pertanto al vero l'inter­pretazione secondo la quale una gelosia morbosa trasformerebbe la separazione in un'offesa tanto grave da essere lavata col sangue. La separazione, non senza una qualche difficoltà per il «lutto» da elaborare, in sé è di norma accettata, ciò che non è altrettanto facile accettare so­no invece le misure che ne derivano: nella maggior parte dei casi non essere stato un buon marito si trasforma in non essere un buon padre, quindi seguo­no l'emarginazione dal processo di accu­dimento ed educazione dei figli, gli im­pedimenti legali al legame genitoriale, l'interruzione violenta delle relazioni. Intendo qui sottolinearlo: non si giustifi­cano in alcun modo i gesti delittuosi, ri­mane tuttavia insostenibile che di fronte ad un fenomeno di tali proporzioni e gravità il diritto che regola separazioni e divorzi continui a sentirsi, e proclamar­si, estraneo agli esiti delle dinamiche che è capace di sviluppare. Non possiamo seguitare a sottostimare l'importanza, la parte di responsabilità, che la giurispru­denza, avvocati divorzisti, consulenti di tribunale e giudici, hanno nelle vicende di cronaca nera legate alle separazioni e ai divorzi. In psicologia come in patolo­gia, la verità dimora nella massima di Pasteur che, spegnendosi, riferiva al pro­fessor Rénon che lo vegliava: «Bernard aveva ragione: il germe è nulla, il terre­no è tutto» . Termino con quella che a parer mio è un'illuminante affermazio­ne di Fabio Nestola, presidente della Fe­derazione Nazionale Bigenitorialità (Fe.N.Bi): La limitatezza genitoriale è unanimemente riconosciuta come un disvalore in costanza di matrimonio, con la separazione diviene un disvalore non accettarla.[...] I rapporti genitoriali non si conformano al prevalente inte­resse del minore, sono invece subordi­nati al favor giudiziario nel mantenere uno standard rodato.[...] Tale accani­mento genera conseguenze di grande spessore anche sotto il profilo della criminogenesi.


* educatore SUPSI

L'OPINIONE ROBERTO FLAMMINII*
«Non si dà effetto senza causa»


L'aristotelico «Verum scire est sci­re per causas» asse­risce che il vero sa­pere è quello legato alla conoscenza delle connessioni causali, dei rappor­ti causa-effetto. Un assioma ci ricorda che «Non si dà ef­fetto senza causa». Pure i fenomeni umani, i fenomeni morali, presuppon­gono una causa, e una causa della loro medesima natura, giacché essa li contie­ne in potenza. Alla luce di questa pre­messa, tentiamo di illuminare la com­plessa questione degli omicidi/suicidi riconducibili alle procedure di separa­zione e divorzio, non di rado iter legale da noi lungo ed estenuante. Il suicidio è universalmente riconosciuto come una peculiarità maschile. Più del 70% dei suicidi sono compiuti da maschi. Ma mentre il suicidio femminile non arriva nemmeno al 10%, la percentuale dei sui­cidi maschili in fase di separazione lievi­ta oltre il 90%. Le cause di questi suicidi sono di regola ricondotte a «motivi pas­sionali», probabilmente perché per ra­gioni attinenti al diritto, per ragioni con­nesse alla «fabbrica dei divorzi», non si muore. E allora mass-media, giornali, riviste e Tv, titolano: «Disperato suicida: non si rassegnava alla fine di un amo­re»; altrimenti «Morte inspiegabile di un separato che non vedeva i figli da tre mesi, dormiva sotto un ponte e aveva perso il lavoro»; oppure «Non vedeva più la figlia: padre separato si uccide»; «Il folle gesto ancora privo di spiegazio­ni»; o ancora «Morire a trent'anni senza un perché». Si entra nella vita d'un uo­mo al suo termine, per giudicarne ed etichettarne il gesto come inspiegabile, folle, isolandolo, scollegandolo però da tutto quanto l'ha preceduto, da qualsia­si possibile causa. Ricordate? «Non si dà effetto senza causa». È realmente così difficile individuare le possibili o proba­bili cause di tanti suicidi ed omicidi di padri separati? Non presuppongono anch'essi una causa, e una causa della loro medesima natura, giacché essa li contiene in potenza? Il diritto che regola separazioni e divorzio, a conti fatti risul­ta per niente o insufficientemente capace di osservarsi, fare autocritica e correg­gersi. Rigidamente, meccanicamente, prosegue nel creare relazioni genitoriali inibite o del tutto rese impossibili, non concependo tanto il «figlio» come nesso di relazioni affettive, quanto piuttosto come risultante di diritti e doveri da esercitarsi: in conseguenza di questo, non può che generare sofferenze e vio­lenze. Secondo ogni argomentazione uf­ficiale, il «sistema» in regime di separa­zione coniugale opera sempre al meglio, per il meglio, e massimamente per «il bene del minore». Analizzando le cre­scenti situazioni criminogene occorre, al di là delle intenzioni e di quanto asseri­to, sforzarsi di chiarire le responsabilità degli attori coinvolti. Rimane innegabile che chi compie una strage e poi si toglie la vita, al momento di compiere il gesto appaia folle. Eppure è altrettanto inne­gabile l'errore nel non voler approfondi­re il ripetersi di fatti di cronaca che da anni mietono vittime: incapace di rico­noscere e gestire il disagio, di adeguarsi e correggersi, il diritto del divorzio dovreb­be, una buona volta, in qualche misura riconoscersi non estraneo ai drammi che è capace di produrre. Il gesto della perso­na disperata che arriva ad uccidere ed uccidersi è un effetto, ma quale ne è la causa? La lettura dominante continua ad essere quella del gesto isolato di un pazzo, di solito folle di gelosia, incapace di rassegnarsi ad essere lasciato. È una lettura nel complesso semplicistica e chiaramente fuorviante. Incapaci di scindere il ruolo coniugale dal ruolo ge­nitoriale, si insiste a considerare come criminogena la difficoltà di accettare la separazione dal coniuge, senza esami­nare ed approfondire la centralità che ha invece la separazione forzata dai fi­gli. L'osservazione mette in evidenza co­me gli eventi delittuosi si verifichino nel­la quasi totalità dei casi in presenza di figli minorenni, mentre i casi di coppie senza figli o con figli ormai adulti risul­tano numericamente rari. Infatti, soffe­renza, rancori e violenze subentrano specialmente quando norme giuridiche dispotiche, che impediscono una separa­zione serena con onori ed oneri ripartiti in maniera equa, sono imposte al padre. Non corrisponde pertanto al vero l'inter­pretazione secondo la quale una gelosia morbosa trasformerebbe la separazione in un'offesa tanto grave da essere lavata col sangue. La separazione, non senza una qualche difficoltà per il «lutto» da elaborare, in sé è di norma accettata, ciò che non è altrettanto facile accettare so­no invece le misure che ne derivano: nella maggior parte dei casi non essere stato un buon marito si trasforma in non essere un buon padre, quindi seguo­no l'emarginazione dal processo di accu­dimento ed educazione dei figli, gli im­pedimenti legali al legame genitoriale, l'interruzione violenta delle relazioni. Intendo qui sottolinearlo: non si giustifi­cano in alcun modo i gesti delittuosi, ri­mane tuttavia insostenibile che di fronte ad un fenomeno di tali proporzioni e gravità il diritto che regola separazioni e divorzi continui a sentirsi, e proclamar­si, estraneo agli esiti delle dinamiche che è capace di sviluppare. Non possiamo seguitare a sottostimare l'importanza, la parte di responsabilità, che la giurispru­denza, avvocati divorzisti, consulenti di tribunale e giudici, hanno nelle vicende di cronaca nera legate alle separazioni e ai divorzi. In psicologia come in patolo­gia, la verità dimora nella massima di Pasteur che, spegnendosi, riferiva al pro­fessor Rénon che lo vegliava: «Bernard aveva ragione: il germe è nulla, il terre­no è tutto» . Termino con quella che a parer mio è un'illuminante affermazio­ne di Fabio Nestola, presidente della Fe­derazione Nazionale Bigenitorialità (Fe.N.Bi): La limitatezza genitoriale è unanimemente riconosciuta come un disvalore in costanza di matrimonio, con la separazione diviene un disvalore non accettarla.[...] I rapporti genitoriali non si conformano al prevalente inte­resse del minore, sono invece subordi­nati al favor giudiziario nel mantenere uno standard rodato.[...] Tale accani­mento genera conseguenze di grande spessore anche sotto il profilo della criminogenesi.
* educatore SUPSI





Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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