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Creiamo l’Autorità regionale popolare di protezione (ARPP), per il vero bene dei minori!

bambola viso mattino

 

Da: Mattino, 28.9.2014 pag 28, Rubrica "Papageno: in nome dei figli e dei futuri padri"

Creiamo l’Autorità regionale popolare di protezione (ARPP), per il vero bene dei minori!

Il passaggio dalle Delegazioni tu­torie comunali alle Commissioni tutorie (CTR), da queste ultime alle attuali Autorità regionali di protezione (ARP), non riteniamo abbia portato i progressi sperati, anzi. In particolare per quanto at­tiene all’agire di questa autorità amministrativa in rapporto al co­siddetto bene dei minori. Questi operatori dispongono di un potere quasi illimitato. Basti pensare che le loro decisioni possono essere (e lo sono in pratica quasi in modo si­stematico) immediatamente esecu­tive, anche in caso di ricorso. Fortunatamente il minore e il cit­tadino “protetti” da questa autorità possono inoltrare ricorso - scom­parsa l’inutile Autorità di vigilanza sulle tutele - direttamente alla Ca­mera di protezione del Tribunale di appello, guadagnando un bel po’ di tempo e disponendo di maggiori garanzie giuridiche sul rispetto dei loro diritti fondamentali.

Decisioni contrarie al bene dei minori

Dai numerosi casi a nostra cono­scenza in cui sono coinvolti minori, notiamo che il modo di agire delle ARP è abbastanza similare e stereo­tipato. Infatti, a seguito di semplici asserzioni, timori o sospetti di qua­lunque genere (non forzatamente di abusi sessuali), fondati o meno, ri­cevuti dalla madre o da qualche operatore sociale, medico, inse­gnante, ecc., constatati da loro di persona o sovente semplicemente ricevuti come informazioni o comu­nicazioni della madre, scatta la macchina infernale delle ARP. Primo passo, la sospensione dei di­ritti di visita liberi del padre con i figli, la concessione di diritti di vi­sita protetti presso strutture sorve­gliate (quasi sempre a Casa Santa Elisabetta). Successivamente, ecco che giungono i primi rapporti degli operatori di sorveglianza, poi le va­lutazioni delle capacità genitoriali o perizie psichiatriche del padre, tal­volta denunce penali (quasi sempre sfociate in un decreto di non luogo a procedere o di abbandono). Du­rante questi mesi, i figli devono in­contrare il loro papà per poche ore a settimana o ogni due settimane, in presenza degli operatori, con il loro fiato sul collo. Nessuna vera inti­mità, nessuna fotografia (proibito dal regolamento), chiusi in gabbia come animali allo zoo, con gli sguardi prevenuti e accusatori degli operatori di sorveglianza che anno­tano e interpretano ciò che vedono o pensano di vedere: gli specialisti del bene del minore!

Padri, sorvegliati speciali

Ecco come vengono ridotti tanti padri che fino a poco prima accu­divano i loro figli con amore e cura: dopo la separazione diven­gono sorvegliati speciali, il peri­colo numero uno dei loro figli. Nessuno degli operatori, strana­mente, va ad investigare con chi vivono i figli nel loro nucleo ma­terno, sulla madre stessa o su chi sarà mai l’intruso che prende spa­zio nella vita e nella casa del mi­nore presso la madre. Stranamente, dell’agire della madre e soprattutto di quest’ultimo non importa a nes­suno! Ma del padre sì!

E quando il padre non ci sta?

I padri separati o divorziati devono essere servili, sottomessi, e annichi­lirsi dinanzi alle ARP e accoliti, senza avere comunque neppure la certezza che così facendo potranno riavere un normale rapporto con i loro figli. Ma se un padre dice no? A quei padri che si oppongono a queste umiliazioni psicologiche, spesso in­comprensibili e ingiustificate, a que­ste perizie psicologiche, costose e sovente contestabili nelle valutazioni finali, ecco che viene tolto ogni di­ritto di visita e ogni diritto di infor­mazione e giuridico sui propri figli, naturalmente eccettuato il diritto/do­vere al mantenimento del figlio da versare ovviamente alla madre. Il padre alla fine serve solo a pagare. E alle ARP sembra vada bene così.

Dove sta in tutto questo il bene dei minori?

I figli all’improvviso non possono più stare con il loro papà in libertà ma vengono confinati “nella gabbia e nei recinti” nell’ultimo piano di Casa Santa Elisabetta a Lugano o in luoghi analoghi. Questi piccoli non capiscono ciò che sta accadendo, soffrono, e spesso nel loro cuore af­franto si disperano, e finiscono pure loro in “cura” dallo psicologo infan­tile. Devono aspettare giorni - che per loro sono anni - di poter rivedere il loro padre, con tanti occhi puntati su di loro, senza naturalezza né tran­quillità. Questo è il servizio offerto dalla ARP a questa nuova tipologia di criminali in Ticino: i padri sepa­rati. È in questo clima angusto che verranno allestiti i rapporti degli spe­cialisti che, inevitabilmente, critiche­ranno e faranno le pulci ai padri! Le ARP e gli altri operatori coinvolti hanno perso la misura, il buon senso e l’agire per il bene dei minori: basta andare addosso ai padri, sempre e a prescindere. Appare inverosimile ma possiamo assicurarvi che solo dopo che i padri hanno a che fare con le ARP si rendono conto di que­sta triste realtà: prima non ci crede quasi nessuno.

Fermiamo questo scempio umano: politici, create le ARPP!

Una soluzione? Togliamo potere alle ARP affiancando loro una sorta di giuria popolare, composta da per­sone comuni, diverse di volta in volta. Rendiamo le ARP delle ARPP, delle Autorità regionali popolari di protezione. A questa giuria popolare la ARP attuale deve sottoporre la sua proposta di intervento che la giuria accetta o respinge a maggioranza dei 2/3. Essa deve essere composta da gente comune, ad es. da 9 persone: 4 genitori (2 padri e 2 madri, di cui un genitore separato non affidatario e uno affidatario), 1 nonno e 1 nonna, 1 giovane maschio e 1 giovane fem­mina tra i 16 e i 18 anni, e un gior­nalista d’inchiesta. Ogni membro delle ARP e gli operatori sociali coinvolti con minori devono sotto­porsi, prima di poter esercitare l'in­carico, ad una perizia delle loro capacità psicologiche e genitoriali. Le decisioni dell'Autorità regionale popolare di protezione (ARPP) sa­ranno ancora appellabili alla Camera di protezione del Tribunale d'Ap­pello. Una proposta, un sogno, un’il­lusione? Chissà! L’importante è che i padri e i minori non cadano nelle reti delle ARP…altrimenti…! 

Contatto: 

 

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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