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Da: www.tio.ch del 07.05.2020
di Davide Illarietti
Giornalista

BELLINZONA -

Nell'immaginario comune, sono spesso associate alla polemica. Tempo fa è nata anche un'associazione per chiederne l'abolizione.

Ora le Autorità regionale di protezione (Arp) cambiano nome e pelle. Il governo ha messo mano agli enti che, in Ticino, si occupano della protezione dei minori e delle persone sotto curatela.

Il Consiglio di Stato - si legge in una nota odierna - vuole creare una nuova autorità giudiziaria, specializzata nel diritto di protezione. La decisione arriva al termine di un lungo confronto, in cui è stato attivato un gruppo di esperti e rappresentanti istituzionali per analizzare problematiche e soluzioni. 

Conclusione: le Arp (come le conosciamo) devono andare in pensione. E lo faranno a partire dall'anno prossimo, al termine di un percorso che - si legge - le trasformerà «da autorità amministrative comunali ad autorità giudiziarie cantonali». 

La riorganizzazione prevede, nell'ambito del diritto di famiglia, una suddivisione di competenze tra le nuove Preture di protezione e le attuali Preture, che si occuperanno dei casi attribuiti dal Codice civile al "giudice di prima istanza".

I vantaggi della riforma? Una maggiore «autorevolezza derivante dalla natura giudiziaria dell’autorità, che rafforzerà pure il suo riconoscimento verso l’esterno anche per quanto riguarda le vertenze internazionali» si legge nella nota. I prossimi passi: il Dipartimento delle istituzioni preparerà un messaggio da presentare entro fine anno al Parlamento. La riforma rientrerà nel grande progetto "Ticino 2020" mirato a ripartire le competenze - amministrative e finanziarie - del Cantone e dei Comuni nei prossimi anni.

Da: CdT 27.2.13 pag 37

Tutele e curatele, riforma necessaria

Le tutele e curatele sono misure di li­mitazione della libertà personale che vengono istituite per il bene del tutelato dalle Autorità regionali di protezione (ARP) che fino allo scorso anno si chia­mavano Commissioni tutorie regionali (CTR). È estremamente importante che a prendere queste misure siano professio­nisti specializzati nella complessa mate­ria, poiché decisioni prese male o in fretta creano sofferenze, in particolar modo nei minori, e costi inutili. Considerandoli nel loro numero complessivo, i reclami rela­tivi al cattivo funzionamento delle CTR presentati allo sportello di consulenza istituito nel 2007 da AGNA e ATFMR sono veramente tanti. La situazione è nota e confermata da verifiche e studi compiuti fin dal 2008, ma i presidenti delle CTR in passato hanno respinto tutte le critiche e le proposte di miglioramento.
La modifica di legge sottoposta a votazio­
ne popolare il 3 marzo è stata approvata a stragrande maggioranza dal Parlamento con tre emendamenti presentati da quat­tro deputate: Amanda Rückert (Lega), Giovanna Viscardi (PLRT), Greta Gysin (Verdi) e Pelin Kandemir (PS). Gli emen­damenti riguardano l'art. 6 (dimensione minima dei comprensori), l'art. 8 (ido­neità dei candidati membri delle ARP) e l'art. 9 (grado di occupazione e divieto di patrocinio dei presidenti); il loro obietti­vo è garantire che chi deciderà della no­stra libertà personale possa prestare la maggiore attenzione ed avere la migliore esperienza possibile. Si tratta quindi non solo di avere un «buon presidente», ma anche un'ARP composta in modo tale da poter far fronte a tutte le nuove compe­tenze interne e non delegabili come im­pone il diritto federale entrato in vigore il 1. gennaio.
Purtroppo a queste modifiche alcuni presidenti delle ex CTR hanno nuova­mente opposto resistenza e con il soste­gno dei Comuni di appartenenza si sono attivati presso gli altri Comuni racco­gliendo le firme per il referendum. A loro avviso la proposta di un grado di occupa­zione minimo dei presidenti delle ARP all'80% è immotivata. In realtà questa misura è stata suggerita da tutti gli esper­ti e risulta inserita in tutti i documenti elaborati dai gruppi di lavoro nominati dal Consiglio di Stato per offrire ai citta­dini un servizio più accurato. I Comuni temono che «professionalizzazione» fac­cia rima con «burocratizzazione», ma anche qui gli esperti affermano che è proprio grazie all'occupazione esclusiva e alla specializzazione degli addetti al la­voro nel settore che, in opposizione all'attuale situazione che vede i presiden­ti impiegati nelle ARP a percentuali lavo­rative molto basse, si potrà giungere alla razionalizzazione e all'uniformazione delle procedure, ad abbassare i costi di­retti e indiretti e ad un'ottimizzazione della tempistica che permetterà di eva­dere le pratiche in minor tempo e quindi di assicurarsi una maggiore qualità del servizio.
Un'altra preoccupazione dei sostenitori del «no» è che si corra il rischio concreto di un'importante perdita di conoscenze dovuta al fatto che la maggioranza degli attuali presidenti non intende assumere un'occupazione all'80%. Secondo noi l'alto grado di insoddisfazione da parte dell'utenza non depone a favore della conferma di molti di loro. Una loro ulte­riore paura è quella di un aumento dei costi a carico dei Comuni e, in ultima analisi, del cittadino contribuente. Se si seguono le indicazioni dell'art. 6 della legge, al posto degli attuali 18 si nomine­ranno 5 presidenti, con un incremento dei costi di soli 50.000 franchi annui per tutto il territorio cantonale. Siamo certi che sarà più facile trovare quattro o cin­que ottimi presidenti a tempo pieno che diciotto a tempo parziale.

Serena Giudicetti,
vicepresidente ATFMR
Pietro Vanetti,
presidente AGNA

Da: La regione, 4.3.13 pag 4

‘I ticinesi hanno optato per la qualità delle Tutorie’

Così Vanetti di Agna. Passa la professionalizzazione. Calastri: i presidenti molleranno

di Andrea Manna
Gongola Pietro Vanetti : « La maggioranza dei ticinesi ha dato più importanza agli aspetti qualitativi del lavoro delle Autorità regionali di protezione che a quelli economici e politici sollevati dai Comuni che hanno lanciato il referendum. Insomma i cittadini, e Agna, vogliono dalle Arp un servizio di qualità. Una qualità che prima di questa riforma e di questa votazione non convinceva ». Raggiunto dalla Regione, il presidente dell’Associazione dei genitori non affidatari (Agna) commenta così il risultato scaturito dalle urne in una domenica quasi primaverile. Il 56,8 per cento dei votanti ha detto sì agli adeguamenti normativi cantonali, varati lo scorso settembre dal Gran Consiglio, al riformato diritto tutorio federale. Soprattutto ha detto sì alla professionalizzazione delle Commissioni tutorie regionali, le Ctr, dal 1° gennaio Arp, Autorità regionali di protezione: concretamente, il grado di occupazione dei presidenti delle Ctr/Arp non potrà essere inferiore “all’80 per cento”. Professionalizzazione inserita dal parlamento nel pacchetto di disposizioni sulle tutele uscito in settembre, ma contestata da una settantina di Comuni tramite referendum. Ieri il verdetto popolare.

Ed è una sentenza chiara. Scontata la soddisfazione di Vanetti, la cui associazione, insieme con quella delle famiglie monoparentali e ricostituite, l’Atfmr, ha combattuto fin dall’inizio le tesi dei contrari alla professionalizzazione. Agna e Atfmr, riprende Vanetti, « sono ora pronte a collaborare con il Consiglio di Stato e i Comuni alla stesura del regolamento di applicazione, affinché quest’ultimo rispecchi i contenuti della legge appena avallata dal popolo e affinché le Arp nelle loro decisioni prestino particolare attenzione alla psicologia e alla pedagogia, piuttosto che al Codice civile. E ciò proprio nell’interesse dei soggetti più deboli ». Valeva la pena insistere sulla professionalizzazione quando già si prospetta l’adozione del modello giudiziario, con la conseguente scomparsa delle Arp dato che le loro competenze saranno assunte dalle preture o dal ventilato tribunale di famiglia? « Assolutamente sì, ne valeva la pena – afferma perentorio il presidente dell’Agna –. Mettiamo a posto quello che oggi si può mettere a posto. E la professionalizzazione era indispensabile, urgente. Peraltro dubitiamo assai che il passaggio al modello giudiziario avverrà nel giro di pochi anni. Sempre che avvenga. Al momento infatti è solo un’ipotesi ».

Il referendum è stato appoggiato dalla giovane Associazione dei comuni ticinesi (Act)... « Perché ancora una volta i Comuni non erano stati consultati, mi riferisco per l’appunto agli emendamenti, poi accolti dal parlamento, che hanno introdotto la professionalizzazione », spiega Riccardo Calastri , alla testa dell’Act. « Temo che a breve – continua il sindaco di Sementina – i presidenti in carica delle Commissioni tutorie daranno le dimissioni: coloro che hanno già una professione e hanno attualmente un grado di occupazione nelle Tutorie del trenta per cento ben difficilmente potranno operarvi all’ottanta per cento ». Fra i sostenitori del referendum Franco Celio . « Questo fine settimana – osserva il granconsigliere del Plr – erano in votazione popolare temi oggettivamente più importanti di quello sulle tutele, che è stato pertanto un po’ in ombra. Cosa che ha fatto sì che gli argomenti ‘strappalacrime’ dei fautori del ‘sì’ avessero la meglio ». Ora, aggiunge Celio, « vedremo se il governo manterrà la promessa di non procedere a fusioni forsennate delle Arp, che andrebbero a scapito delle regioni periferiche, e se la burocratizzazione si fermerà alle presidenze delle Autorità regionali di protezione o se dilagherà a macchia d’olio creando così un esercito di nuovi funzionari: in tal caso i cittadini pagheranno il prezzo della loro distrazione ».

In Gran Consiglio gli emendamenti tradottisi nelle norme sulla professionalizzazione erano stati presentati da quattro deputate. Tra queste la liberale radicale Giovanna ViscardiLa professionalizzazione risponde anche, in parte, alle esigenze della nuova normativa federale ») e Greta Gysin dei Verdi. « I ticinesi – rileva Gysin – hanno capito l’importanza della posta in gioco. Quello delle tutele è un settore molto importante e delicato. Ed è fondamentale che chi è chiamato in questo settore a prendere delle decisioni operi nelle Arp a titolo principale e non accessorio: la professionalizzazione garantirà una maggiore e migliore qualità del lavoro delle Autorità regionali di protezione ». La campagna dei referendisti « è stata alquanto aggressiva, ma – è convinta la parlamentare – non ci saranno né un incremento spropositato dei costi né un aumento della burocrazia: ci sarà invece un aumento della qualità, nell’interesse di tutti i cittadini ».

‘Le zone periferiche non devono temere ’

A.MA.

Nelle zone periferiche, osserva il capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi , « è tendenzialmente passato il no: capisco i loro timori, ma una delle varianti che come Dipartimento stiamo studiando – in vista del passaggio, auspicato dal Gran Consiglio, al modello giudiziario – prevede l’attribuzione alle preture, anche quelle di valle, delle competenze oggi assegnate alle Arp: preture che fungeranno quindi da tribunali di famiglia ». Preture di valle destinate però a scomparire stando al documento ‘Giustizia 2018’... « È un documento per il momento tecnico, non politico – precisa Gobbi –. Tant’è che io non l’ho ancora firmato ».

TI-PRESS Pietro Vanetti
TI-PRESS Franco Celio

Da: La regione 14.3.13 pag 7

Tutele e vigilanza: ‘Presto la risposta del governo’

Così il capo della Divisione interni sull’interrogazione Plr. Parla il presidente della Camera

di Andrea Manna
Il giudice Franco Lardelli TI-PRESS
TI-PRESS Guido Santini

« Considerata la delicatezza del tema sollevato dall’atto parlamentare, il Consiglio di Stato intende prendere posizione al più presto, quasi certamente ancora nel corso di questo mese », sostiene Guido Santini . Altro non aggiunge, dal Dipartimento istituzioni, il responsabile della Divisione degli interni. A breve dunque il governo dovrebbe rispondere all’interrogazione di Andrea Giudici in materia di tutele: per il deputato del Plr la Camera di protezione del Tribunale d’appello “non può fungere contemporaneamente” da autorità di ricorso – tenuta cioè a deliberare sui reclami contro le decisioni delle Arp, le Autorità regionali di protezione (le ex Commissioni tutorie regionali) – e da autorità di vigilanza. Di vigilanza sulle stesse Arp.

Al riguardo Giudici cita una recente sentenza del Tribunale federale, secondo cui, scrive l’autore dell’interrogazione, “la coabitazione dell’autorità di vigilanza e dell’autorità di reclamo in nessun modo è compatibile con l’articolo 6 della Cedu”, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Insomma “il sistema ticinese” sarebbe “incostituzionale”.

Firmato da altri tredici granconsiglieri liberali radicali, l’atto parlamentare è stato confezionato e inoltrato al Consiglio di Stato pochi giorni prima della votazione popolare innescata dal referendum promosso da una settantina di Comuni contrari alla cosiddetta professionalizzazione delle presidenze (grado di occupazione non inferiore “all’80 per cento”) delle Autorità regionali di protezione. Domenica 3 marzo dalle urne è scaturito però un chiaro sì alla professionalizzazione e di conseguenza a tutte le altre disposizioni su tutele e curatele approvate dal Legislativo cantonale. E tra le decisioni prese dal Gran Consiglio lo scorso settembre – nell’adeguare la normativa ticinese al riformato diritto tutorio federale, scattato col 1° gennaio di quest’anno – quella di istituire in seno al Tribunale di appello la Camera di protezione.

La questione al centro dell’interrogazione di Giudici era stata in parte posta da un emendamento, pure questo targato Plr, presentato in dicembre quando il Gran Consiglio è stato chiamato a votare il decreto legislativo messo a punto dal governo per evitare sul piano cantonale il vuoto legislativo in seguito alla riuscita del referendum dei Comuni. Il verdetto del plenum? Bocciatura dell’emendamento, luce verde al decreto così come allestito dal Consiglio di Stato. Giorgio Galusero , Franco Celio e Giudici chiedevano in sostanza che la vigilanza sulle Arp non passasse alla nuova autorità giudiziaria, ovvero alla Camera di protezione: quel compito lo svolga ancora l’Amministrazione cantonale. “L’autorità di vigilanza – annotavano fra l’altro i tre parlamentari nel loro emendamento – deve continuare a esercitare nel modo più opportuno senza condizionamenti rispetto a future controversie (che dovrebbe poi decidere in sede di reclamo). Inoltre un ufficio amministrativo è molto più snello di un tribunale”.

Gran Consiglio e popolo hanno però deciso di assegnare alla Camera di protezione del Tribunale d’appello anche la vigilanza sulle Arp. Vigilanza che la Camera – spiega il suo presidente, il giudice Franco Lardelli , interpellato dalla Regione esercita « per il tramite di un proprio ispettore ». Dunque non sono i tre magistrati (oltre a Lardelli, Emanuela Epiney-Colombo , vicepresidente e Damiano Bozzini , membro) della Camera di protezione, operativa dal 1° gennaio, a occuparsi direttamente della vigilanza sull’attività in generale delle Autorità regionali di protezione. « L’ispettore, attualmente un’ispettrice, gode di una certa autonomia di intervento – riprende Lardelli –. Ovviamente rende attente le Arp anche a quella che è la giurisprudenza, e quindi al tenore delle sentenze dei giudici di questa Camera sui ricorsi contro le decisioni delle Autorità regionali di protezione ». Ai fini della vigilanza « l’ispettrice dispone fra l’altro di un archivio ‘attivo’ di tutte le misure di protezione, riguardanti maggiorenni e minorenni, in atto a livello cantonale: attualmente i casi sono circa 7’200 ».

Non solo vigilanza. L’evasione dei reclami contro le decisioni delle Arp compete ai giudici della Camera di protezione. E il lavoro non manca davvero. « Dopo un gennaio relativamente tranquillo (il nuovo diritto tutorio era del resto appena entrato in vigore), il numero dei ricorsi sta aumentando », osserva Lardelli. A fine 2013 consuntivo e tendenze.

Da: CdT 1.3.13 pag 37

Tutori e curatori: meglio professionisti
Perché voterò sì alla professionalizzazio­ne delle tutorie? Se proprio lo Stato deve mettere il naso nelle nostre faccende priva­te e decidere delle nostre vite tramite le tu­torie (ora chiamate ARP), allora che lo fac­cia, per lo meno, con funzionari specializ­zati. Vi immaginate un delegato comunale o un presidente, che non si sa bene chi lo ha scelto, in base a quali requisiti e criteri, che non ha nessuna formazione specifica, venire in casa vostra a dirvi come educare i vostri figli, se potete o meno sottoporvi a una cura contro una malattia, decidere co­me e quando dovete spendere i vostri sol­di? I periti esterni, incaricati di esaminare se siamo ancora in grado di intendere e volere o di verificare se siamo o meno buo­ni genitori o altro ancora, non sono altro che specialisti chiamati ad aiutare le tutorie a prendere una decisione. Ma allora non è meglio assumerlo, lo specialista? Costa meno pagargli lo stipendio, che l'onorario a tariffa oraria. Che importanza volete che abbia per il cittadino, se i costi della profes­sionalizzazione sono a carico dei Comuni o del Cantone? Tanto ci tocca comunque pagare. Allora che serva almeno a garantire le competenze di uno specialista invece che dello «stregone del villaggio» di turno. Lo sapete che alcune tutorie hanno nomi­nato curatori frontalieri e ordinano perizie a periti provenienti dall'Italia? Costano meno e, si dice, sono più formati degli sviz­zeri. Secondo alcuni Comuni, grazie ai frontalieri, è possibile avere a disposizione personale specializzato a bassissimo costo. Di fronte a questi prezzi, non importa più a nessuno se è del paese o della valle. Per certi politici, queste sono quisquilie. Tanto il curatore o il perito frontaliere sarete voi ad averlo in casa, mica loro.
Manuela Fertile,
Locarno mediatrice FSA e FSM

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