Da: CdT, 6.5.11 pag 3
■ L'INTERVISTAGIORGIO MALINVERNI
Dentro la Corte dei «guardiani» dei diritti umani
A colloquio col giudice ticinese che ci rappresenta a Strasburgo
È vero, la Svizzera non fa parte dell'Unione europea, ma questo non significa che non partecipi a organismi continentali e non contribuisca a decisioni che in un qualche modo segnano la storia, i costumi e le leggi dei Paesi di questa parte del mappamondo. Berna, per esempio, nel 1974 ha firmato la Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell'uomo e delle Libertà fondamentali (CEDU) e a questo titolo ha diritto ad avere un suo giudice alla Corte europea dei diritti dell'Uomo a Strasburgo. Dal 19 gennaio 2007 il rappresentante elvetico presso la Corte è un ticinese, il dottore in diritto Giorgio Malinverni che dal 1980 è stato professore di diritto costituzionale, diritto internazionale e diritto internazionale dei diritti umani all'Università di Ginevra. Su invito del Consiglio di Stato, della deputazione ticinese alle Camere e della delegazione UE in Svizzera e Lichtenstein, questa sera Giorgio Malinverni parlerà di «Europa dei Valori», assieme a Dick Marty, in una conferenza all'Università della Svizzera italiana che inizierà alle 17. Con lui cerchiamo di capire lo stato di salute dei diritti umani nel vecchio continente. PAGINA DI CARLO SILINI
■ Giudice Malinverni, ogni anno vengono inoltrate oltre 50 mila nuove richieste alla vostra Corte. Su cosa verte la maggior parte delle richieste?
«La maggior parte dei ricorsi riguardano l'equo processo, che è garantito dall'articolo 6 della Convenzione. Si tratta di persone che si lamentano del fatto che la procedura è durata troppo o che alcuni principi di base dell'equo processo non sono stati rispettati. In questi casi, anche se la Corte arriva a stabilire che ci sono state violazioni, non si tratta di violazioni molto gravi».
La Convenzione (CEDU) parla infatti anche di diritti, diciamo così, più primari, come il diritto alla vita o il divieto della tortura. Non siete chiamati mai ad occuparvene?
«Sì, ma sono casi che riguardano solo una minoranza dei ricorsi e in genere provengono da una minoranza di Stati».
Quali Stati?
«Per tanti anni la Turchia. E si capisce il motivo: la situazione della minoranza curda e i disordini nel sud-est del Paese con tendenze insurrezionali e autono mistiche. Da quando sono entrati a far parte del Consiglio d'Europa anche gli Stati dell'Europa dell'Est abbiamo diversi casi di questo tipo provenienti dalla Russia, dall'Ucraina, dalla Moldavia e da altri Paesi dell'ex blocco sovietico».
Nessuna richiesta, su queste violazioni, da parte di Stati dell'Europa occiden tale?
«Ce ne sono. Principalmente provengono dall'Inghilterra e dalla Svezia, ma anche dai Paesi Bassi e a volte dalla Svizzera. Riguardano persone che ritengono che se fossero estradate o espulse nel loro Paese di provenienza - di solito extra europeo - sarebbero sottoposte a trattamenti inumani o degradanti o a tortura. Parliamo di cittadini iracheni o afghani, per esempio».
Gli Stati che hanno aderito alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo in che modo sono tenuti a rispettare le decisioni della vostra Corte?
«Nella convenzione stessa c'è un articolo, il 46, che prevede espressamente che gli Stati si impegnino a rispettare le sentenze della Corte».
E lo fanno?
«Nella stragrande maggioranza dei casi sì. Quando la Corte giunge a una constatazione di violazione di un diritto garantito da un articolo della Convenzione, la maggior parte delle volte prevede che lo Stato debba versare un'indennità alla vittima della violazione. Di solito gli Stati la concedono. Tutt'al più, a volte tardano a farlo».
Le sanzioni sono pecuniarie?
«Quasi sempre: in alcuni casi, molto eccezionali e rarissimi, possono esserci altre misure. Per esempio è successo con una persona gravemente ammalata che era in prigione. In quell'occasione la Corte ha ordinato che venisse liberata perché la sua salute non le consentiva di restare in carcere: doveva essere curata in un ospedale civile».
Quali sono le cause normalmente presentate dalla Svizzera?
«Non si può dire che esista una tipologia, come avviene per alcuni altri Stati. Per la Svizzera ogni caso è diverso dagli altri. Questo fa anche l'interesse dei casi elvetici. Significa che quando la Corte condanna la Svizzera per la violazione di un diritto, Berna ne tira le conseguenze e il fatto non si ripete più».
Quando ci sono dei processi alla Svizzera lei partecipa o non può farlo?
«La Convenzione europea stessa prevede che il giudice nazionale debba partecipare. Gli Stati, quando hanno accettato la Convenzione, hanno voluto in un qualche modo essere rappresentati nella sezione o nella camera della Corte che emana una sentenza che li concerne. Sovente, poi, il giudice nazionale deve spiegare ai suoi colleghi le particolarità del diritto nazionale».
È successo anche a lei?
«Certo. Mi è capitato di dover spiegare ai miei colleghi, ad esempio, che da noi la procedura penale era fino a poco tempo fa di competenza dei Cantoni, che non c'era un diritto unificato eccetera».
Veniamo al caso più importante che riguarda il nostro Paese e che è ancora pendente: la proibizione dei minareti… «La decisione dovrebbe essere presa tra poche settimane. Ci sarà un pronunciamento».
È possibile anticipare gli orientamenti della Corte?
«Questo non posso farlo. Oltretutto non potrei dire quale sarà il contenuto della sentenza. Lo si saprà solo quando la camera competente avrà preso la sua decisione».
Poniamo che la Corte condanni la proibizione di costruire i minareti. Può farlo? Non è tenuta a rispettare le decisioni o le leggi nazionali?
«È vero, non può annullare decisioni o leggi degli Stati. Se lei legge le sentenze della Corte vedrà che l'ultima frase è questa: “C'è stata violazione del tale articolo”, o “Non c'è stata violazione”. Sono sentenze che terminano quindi con una constatazione di violazione o di non violazione. Il potere della Corte è solo di constatare questo fatto».
E di fronte a questa constatazione, lo Stato interessato cosa fa?
«Di fronte alle sentenze spetta agli Stati prendere le misure adeguate per dare effetto alla sentenza della Corte».
Voi giudici avete l'impressione che le vostre sentenze stiano davvero cam biando lo «jus commune europaeum»?
«È chiaro che da quando la Corte esiste, ovvero da cinquant'anni, il fatto che ci sia questo corpo di giurisprudenza così importante ha generato una sorta di diritto comune europeo. Su questo non c'è dubbio. La Corte interpreta la Convenzione in modo autonomo, dà un significato autonomo ad alcuni concetti e questo finisce con l'unificare, fino a un certo punto, le legislazioni nazionali».
Un capitolo appariscente della vostra attività negli ultimi anni riguarda i simboli religiosi. Lei è uno dei due giudici che recentemente era contrario al mantenimento del crocifisso in un'aula scolastica in Italia. Come si affrontano questi argomenti che risultano molto spinosi?
«Sono problemi di attualità e di società che appaiono adesso perché viviamo in una società multiculturale dove sono rari i Paesi che hanno una sola religione, come nel passato. Si tratta di sentenze di cui la stampa parla di più perché sono argomenti che interessano il pubblico. Ma quantitativamente rimangono una piccola minoranza sulla totalità dei casi di cui si occupa la Corte. Per quanto riguarda il crocifisso o il velo islamico, tutti se ne interessano, anche chi non è giurista».
Con quali altri nuovi problemi siete con frontati?
«Per esempio con i temi riguardanti la procreazione artificiale, il matrimonio omosessuale, l'adozione di bambini da parte di coppie non sposate o da parte di persone omosessuali. Anche queste sono sentenze che attirano l'attenzione dei media perché interessano un pubblico molto ampio».
D'altra parte, con le vostre sentenze, voi codificate la riflessione delle società sui nuovi problemi che si presentano… «Sì. E il problema con il quale siamo confrontati è che noi siamo una Corte sovranazionale, internazionale, e dobbiamo far rispettare i diritti garantiti dalla Convenzione. Però, in alcuni campi, come appunto quello della morale, bisogna lasciare agli Stati un certo margine di apprezzamento. Nel caso del crocifisso in Italia, l'argomento principale sul quale si è basata la grande camera della Corte a stragrande maggioranza (eravamo solo due giudici dissenzienti) era che questo genere di decisioni entra nel cosiddetto margine di apprezzamento degli Stati. Ovvero che sono gli Stati che devono decidere. Lo stesso è successo nel caso dell'aborto in Irlanda».
Ce lo ricorda?
«Sì. In una sentenza recente contro l'Irlanda la maggioranza dei giudici è stata del parere che anche se l'Irlanda è attualmente l'unico Paese in Europa che non permette l'aborto, nonostante tutto bisogna lasciar fare allo Stato quello che vuole».
Concordava anche lei?
«No. Con altri sei o sette giudici eravamo del parere di far rispettare i diritti delle donne incinte che avevano già avuto cinque o sei bambini e non ne volevano più. Il problema difficile per noi è di mantenere un giusto equilibrio tra una tutela efficace dei diritti delle persone senza interferire troppo nella sovranità dello Stato».
Che cosa pensa della vertenza tra l'Italia e la Francia sui profughi provenienti dalla Tunisia?
«È una questione che riguarda i diritti dell'uomo, ma è innanzitutto un problema di libera circolazione delle persone in Europa. Se queste persone sono rimandate in Tunisia o in Libia, lì ci sarebbe un problema che ci riguarda perché c'è il rischio di tortura o assassinio. Il caso di una persona arrivata in Italia a cui l'Italia dà un passaporto che le consente di andare in Francia o in un altro Paese riguarda quindi anzitutto il diritto comunitario, non i diritti dell'uomo».
Non vi riguarda neppure, a livello di giurisdizione, la vicenda dell'uccisione di Bin Laden che è avvenuta ben lontano dall'Europa. Ma cosa ne pensa, dal punto di vista del diritto?
«Non abbiamo la competenza, l'ha detto anche lei. Ma è certo che il modo in cui Bin Laden è stato ucciso, dal punto di vista dei diritti dell'uomo lascia perplessi. Per fortuna un caso simile non capiterà mai da noi».
Tra poche settimane si deciderà sulla questione del divieto dei minareti in Svizzera



50 MILA RICHIESTE OGNI ANNO
Foto aerea della sede della Corte dove lavora Giorgio Malinverni, sopra.
(Foto dell'edificio dal sito www. echr.coe.int/echr)
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