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UNA SOCIETÀ SENZA PADRI?

Da: CdT 22.10.12 pag 32

L'Opinione.

Roberto Flamminii *

roberto flamminii

Dorothy Dinner­stein, accademica, femminista ed atti­vista USA, nel suo celebre testo «The Mermaid and the Minotaur» (1999), affermava: « Finché il genitore più im­portante è la ma­dre, la donna sarà inevitabilmente costretta nel duplice ruolo di semiumano, indispensabile supporto e di semiumano, mortale ne­mico dell'umano Sé. […] verrà vista co­me la persona che non lascia vivere gli altri, che con un gesto li riporta alla di­pendenza, che vuole risucchiare, dissol­vere, annegare, soffocare le persone au­tonome. Nella vita adulta … ci appog­giamo ai nostri primi accomodamenti eterosessuali per mantenere lontana questa minaccia originaria. Dovremo continuare a farlo, in qualche modo, fi­no a quando non riorganizzeremo l'ac­cudimento dei bambini in modo che coinvolga sia il maschio sia la femmi­na».

Questo stato di cose, ci dice la Din­nerstein, è causa delle maggiori fonti di dolore, paura ed odio, di profondo disa­gio tra uomo e donna fin dai tempi in cui gli studi sui miti ci consentono di reperire sentimenti umani, e prevarrà finché la donna non si libererà del ruolo di capro espiatorio - idolo - fornitrice - divoratrice. Dolore, paura ed odio spic­cheranno nel rapporto maschio-femmi­na, fino a quando non alleveranno i figli assieme, rispettando le proprie specifici­tà.

Il padre che non può o non vuole difendere e proteggere la prole e la pro­pria famiglia, ce lo ricorda bene il pro­fessore e psicologo analista L. Zoja (Il gesto di Ettore, 2003), non si comporta da padre. I figli vogliono sentire il padre vicino nel bene e nell'amore, ma pure nella forza e nell'esempio di colui che è vincente, forte, che sa mostrarsi ed offrir­si quale protezione e sostegno rassicu­ranti. Un padre giusto ed onesto, ma perdente verso il mondo, generalmente non è dai figli preferito a uno ingiusto ma vincente e forte: un autentico para­dosso che ben emerge anche dal shake­speariano «Re Lear», prototipo del pa­dre che non può essere accettato, ma abbandonato, dal momento in cui perde forza e prestigio.

A differenza della ma­dre, che è madre per quello che fa in fa­miglia «con» e «per» i figli, il padre non è solamente padre per questo che assicu­ra in casa, ma anche per quello che fa «con» e «nella» società. Il padre è padre degno quando è modello di legge morale e dell'amore ed al contempo di legge della forza. Il padre è chiamato - o do­vrebbe esserlo - ad assumersi la respon­sabilità della paternità volontariamente e non per istinto. Infatti, tra le specie dei mammiferi, solamente un tre per cento risultano essere monogamiche: il ma­schio animale possiede un meccanismo innato che inibisce la sua aggressività verso i piccoli della sua specie solamente quando appartiene ad una specie mo­nogamica, altrimenti non fa in effetti niente per proteggerli e non distingue fra piccoli suoi e non suoi.

L'abbandono dell'animalità con tutta probabilità ha segnato l'inizio della cultura, della civil­tà, della società civile (Il grande fenome­no che prepara l'ominizzazione e che compie, crediamo, l'Homo sapiens, non è «l'uccisione del padre», ma la nascita del padre. E.Morin, Il paradigma perdu­to, 1999.). È stato anche detto che il pa­dre si sta trasformando in un lusso (A.Guggenbühl-Craig, Il bene del male. Paradossi della psicologia, 1998). Le sue funzioni tradizionali sono esercitate sempre meno. I suoi compiti materiali si trasferiscono viepiù alle madri, a qual­che istituzione, allo Stato. Già nell'antica Roma si era imposta una discendenza di tipo matrilineare che aveva portato ad una drastica diminuzione dei matrimo­ni e della natalità. Quando all'invito alla paternità in famiglia ed in comuni­tà, non corrisponde più un incoraggia­mento, ma l'esclusione e il non riconosci­mento, allora l'uomo torna ad essere «centauro», vale a dire maschio pre-pa­terno (L. Zoja, Centauri. Mito e violenza maschile, 2010).

Nella nostra società, da decenni è in atto una sorta di liquida­zione della figura paterna. Fin dagli an­ni '60, lo slogan «verso una società sen­za padri» era gridato con la volontà di trasmettere l'idea dell'inadeguatezza di un «Padre» che avesse le caratteristiche tradizionali dell'autorità, del comando, della superiorità. Ideologia anti-autori­taria, uccisione simbolica del padre, tanto in famiglia quanto in società. Ri­bellione ideologica che riuscì nei propri intenti, le cui conseguenze viepiù negati­ve, specialmente in ambito famigliare, stiamo subendo da molto tempo. Non si può illustrare convenientemente il dete­rioramento che questo asserto ha pro­dotto, proprio perché, senza nessun so­stegno scientifico e neppure razionale, ma totalmente ideologico, si è desiderato smantellare la famiglia, colpendo il pa­dre dichiarandolo inutile ed ingombran­te. Così facendo, non si è avversato sol­tanto l'autorità paterna, ma soprattutto l'importanza basilare che il ruolo pos­siede nel processo di identificazione e di sviluppo psico-affettivo dei figli. Le con­seguenze sono tanto importanti che ad esse possiamo riferirci quando prendia­mo atto dell'aumento dei disturbi di gio­vani che si divincolano tra bullismo, violenza, tossicodipendenza, alcoolismo, noia e radicale senso di vuoto.

Nono­stante l'importanza della figura paterna nella vita dei figli sia ormai universal­mente riconosciuta, ancora oggi nel vo­ler realizzare un rapporto tra padre e figlio coinvolgente ed importante, i pa­dri incontrano parecchi impedimenti: in modo evidente nel mercato del lavoro e nei casi di separazione e divorzio. Nei casi di separazione, e sono viepiù nume­rosi, di fatto la relazione padre-figlio su­bisce una sostanziale e spesso definitiva rottura. Persistono pregiudizi, tradizioni sociali e abitudini giudiziarie che siste­maticamente prevalgono nelle decisioni per l'affidamento della prole, malgrado numerosi studi scientifici dimostrino in­vece l'importanza del pari coinvolgi­mento genitoriale (Coinvolgimento pa­terno e conseguente sviluppo dei figli: Review sistematica di 24 studi longitudi­nali in 4 continenti, in ACTA PAEDIA­TRICA, n. 97, pp. 152-158, 2008). Quan­do la coppia si separa si ripropongono, da parte del contesto sociale, culturale, giuridico, modelli superati per i quali alla donna tocca la cura degli affetti e all'uomo il sostentamento economico. Sistematicamente, si verifica uno squili­brio evidente a favore dell'affidamento monogenitoriale alla madre che, tranne che per rari casi, comporta una sostan­ziale esclusione dei padri dalla vita dei figli. In netto contrasto con i risultati delle autorevoli ricerche scientifiche che dimostrano come sia fondamentale, per i figli dei genitori separati, il manteni­mento della continuità affettiva con i due genitori, per la nostra società, il nostro sistema giudiziario, incomprensi­bilmente i figli continuano ad essere af­fidati ad un solo genitore (B.Raschetti, Bien-fondé de la résidence alternée pour les enfants dont les parents sont séparés, www.senato.it/.../957%20ANFI%202.pdf). La paternità è un fatto culturale indispensabile, basilare, una creazione sociale per la quale vale la pena impe­gnarci certi che impoverendola non ot­terremo che tristi conseguenze.

* educatore SUPSI  

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