Svizzera Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Seleziona la tua lingua

Sentenze ignorate

Sentenze ignorate LEGGI L'ARTICOLO NEL FORMATO ORIGINALE

All'età di quattro anni Tamara Rossi è stata tolta per sbaglio alla sua famiglia. Il Tribunale d'appello ticinese ha ordinato più volte di riavvicinarla ai genitori. Invano

Quando Tamara Rossi frequenta la scuola d'infanzia, le autorità ticinesi la strappano per errore ai genitori. A più riprese il Tribunale d'appello ha ordinato un riavvicinamento graduale della bambina alla mamma e al papà. Ma le sentenze non sono state applicate.

di Matteo Cheda (L'Inchiesta 2005; www.consumatori.ch)

«Ritengo che ci siano gli estremi affinché questa decisione non venga applicata». Nel febbraio 2002 la psicologa Gianna Scacchi del servizio medico psicologico ticinese scrive a Nello Pedrazzi (funzionario dell'ufficio del tutore ufficiale) chiedendogli di non mettere in pratica una sentenza del Tribunale d'appello.

Pedrazzi in qualità di "curatore" deve difendere gli interessi di Tamara Rossi (nome fittizio), una ragazza che oggi frequenta la terza media e che nel 1996 è stata tolta ai suoi genitori a causa di un errore.

Quando Scacchi scrive quella lettera, Tamara è in quinta elementare. Due mesi prima il Tribunale d'appello aveva deciso di riavvicinarla gradualmente ai suoi genitori, aumentando i cosiddetti "diritti di visita".

Secondo la psicologa, la sentenza «costituisce una grave minaccia per il benessere psichico di Tamara». Per questo chiede al curatore di non metterla in pratica.

Ed è proprio ciò che accade.

Una misteriosa sculacciata

Facciamo un passo indietro. Venerdì 16 febbraio 1996 i genitori di Tamara Rossi (4 anni e mezzo) vanno a prendere la figlia alla scuola d'infanzia e la portano in auto a casa della famiglia Bianchi (nome fittizio). Fino a due mesi prima Tamara alloggiava dai Bianchi dal lunedì al venerdì e rientrava dai genitori il sabato e la domenica. Nel corso di questo affido (durato tre anni e mezzo) i Bianchi si erano affezionati alla bambina e viceversa. I Rossi avevano quindi permesso a Tamara di trascorrere le vacanze di carnevale con i Bianchi a Wildhaus, nelle montagne del canton San Gallo.

Lunedì 19 febbraio 1996 la signora Bianchi telefona dalle vacanze alla psicologa Gianna Scacchi del servizio medico psicologico ticinese. Racconta che Tamara le avrebbe detto di essere stata picchiata dal padre. Precisa che la bambina appare sofferente e depressa, che è stata visitata dal medico Hans-Peter Eggenberger di Wildhaus, il quale ha riscontrato lividi sul corpo.

Secondo il certificato medico però, Tamara non è né sofferente, né depressa, ma ha un leggero raffreddore. Il medico attesta il segno di una sculacciata sul sedere data «dalla mano destra di un adulto». La psicologa invia il certificato alla delegazione tutoria comunale con la raccomandazione di privare immediatamente i genitori della custodia parentale e affidare Tamara ai Bianchi.

Scacchi non avverte la polizia e non sporge querela contro ignoti. Nessuno quindi verifica se le accuse della signora Bianchi sono vere, oppure se non è per caso stata lei a dare la sculacciata a Tamara dando la colpa ai Rossi, allo scopo di riottenere l'affido della bambina (che le fruttava 10 mila franchi all'anno).

L'allarme rosso scattato nove anni fa tra i servizi sociali a causa di quella sculacciata ricevuta «dalla mano destra di un adulto» (finora rimasto ignoto), per Tamara e i suoi genitori avrà conseguenze che durano ancora oggi.

Giovedì 22 febbraio 1996 (quando Tamara è sempre in vacanza con i Bianchi) la delegazione tutoria, accoglie la richiesta della psicologa Scacchi: priva immediatamente i Rossi del diritto di custodia su Tamara e affida la bambina ai Bianchi.

Poco dopo l'accusa di maltrattamenti è accantonata. Scacchi sostiene che i Rossi vanno privati della custodia parentale perché non hanno la capacità genitoriale, ovvero non sono idonei a svolgere il loro ruolo di mamma e papà.

Tempi lunghi per evadere il ricorso

La delegazione tutoria approva questa motivazione. E i genitori la contestano davanti all'autorità di vigilanza sulle tutele. I tempi del ricorso sono lunghi e nel frattempo Tamara si abitua a vivere con i Bianchi. I genitori li vede solo ogni tanto sotto sorveglianza alla Casa Santa Elisabetta, un luogo che mette a disagio la bambina.

La bambina e i genitori sono visitati dallo psichiatra Marco Frei, un esperto indipendente nominato dall'autorità di vigilanza. Nel suo rapporto Frei scrive che i Rossi hanno la capacità genitoriale e che Tamara può rientrare in famiglia, ma non da un giorno all'altro. Infatti intanto che il ricorso veniva evaso la bambina si è abituata a vivere con i Bianchi. Frei ritiene comunque che da subito Tamara può trascorrere diversi giorni a casa dei genitori.

L'autorità di vigilanza non accoglie quest'ultima raccomandazione. Nel marzo 1997 aumenta comunque i contatti tra Tamara e i genitori. Ordina un aumento graduale delle visite e toglie la sorveglianza: da un pomeriggio alla settimana si passa progressivamente a due week-end più due giornate al mese. La decisione è firmata da Mario Branda, capo dell'ufficio di vigilanza sulle tutele (oggi procuratore pubblico) e dal suo superiore Mauro De Lorenzi, capo della sezione enti locali.

Due funzionari del servizio medico psicologico però si oppongono a questo programma di riavvicinamento: il medico Ferruccio Bianchi (capo servizio) e la psicologa Gianna Scacchi nell'aprile 1997 chiedono e ottengono di ripristinare la sorveglianza e ridurre le visite, siccome Tamara soffre per la tensione tra le due famiglie.

Sette anni di attesa alla Corte europea

La decisione di avvicinamento graduale dell'autorità di vigilanza (che però non viene applicata!) è confermata nel maggio 1997 dal Tribunale d'appello e nell'agosto 1997 dal Tribunale federale. Ambedue negano però il ripristino della custodia chiesto dai genitori. Nel febbraio 1998 l'avvocato dei genitori Edy Grignola si appella quindi alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, dove (dopo sette anni) il caso è tuttora pendente. I Bianchi sono invece difesi dall'avvocato Andrea Pozzi che si limita a pochi interventi.

Marzo 1998. La delegazione tutoria riconferma la privazione della custodia parentale e ordina un diritto di visita sorvegliato ogni due settimane, lasciando il compito di definirne la durata alla curatrice Gabriella Modonesi (dopo il suo pensionamento nel 1999 le subentrerà Nello Pedrazzi).

I Rossi ripartono da zero: impugnano questa nuova decisione all'autorità di vigilanza sulle tutele che nel novembre 1998 respinge il ricorso. Si rivolgono quindi al Tribunale d'appello che, il 22 marzo 2000, ordina un'estensione graduale del diritto di visita. Se le visite sorvegliate vanno bene, scrive il tribunale, dopo quattro mesi i genitori potranno avere la bambina per una giornata intera, senza sorveglianza.

Immediatamente i servizi sociali si mobilitano contro questa sentenza e cercano di impedire che l'ordine del tribunale sia eseguito. Pochi giorni dopo la decisione, il 4 aprile 2000, il servizio medico psicologico scrive al curatore Nello Pedrazzi criticando la sentenza dei giudici. Il capo-servizio Ferruccio Bianchi e la psicologa Gianna Scacchi ritengono infatti che «il progetto di riavvicinamento mediante un'intensificazione progressiva dei diritti di visita debba essere messo in discussione, proponendo invece la privazione della custodia parentale anche a lungo termine».

Due giorni dopo, il 6 aprile 2000, Pedrazzi scrive ai Rossi: «vi comunico che per quanto riguarda il diritto di visita per il momento non sono possibili cambiamenti». Insomma: il Tribunale d'appello emette una sentenza. E il funzionario incaricato di metterla in pratica ammette per iscritto che non la applicherà.

Il 20 aprile 2000 Pedrazzi scrive ai genitori comunicando la data della visita successiva: domenica 7 maggio dalle 15 alle 17. Due ore soltanto nel giro di due mesi. E dire che la sentenza del Tribunale d'appello per le prime otto settimane prevedeva quattro visite di quattro ore e mezza (dalle 13.30 alle 18); in totale quindi 18 ore. Il funzionario dell'ufficio del tutore ufficiale ne concede solo due, ma non spiega perché ha deciso di ignorare la sentenza.

Maggio 2000. La mamma di Tamara scrive al Tribunale d'appello lamentandosi che il programma delle visite non viene messo in atto. «Tale programma va rispettato» le risponde il giudice Giorgio A. Bernasconi. «Nell'ipotesi in cui l'una o l'altra autorità rifiutasse senza valido motivo di eseguire la sentenza del 22 marzo 2000, potrete far capo ai rimedi che la legge mette a vostra disposizione».

I contatti con la figlia sorvegliati a vista

Giugno - luglio 2000. La signora Rossi scrive a destra e a sinistra ma la musica non cambia. La sentenza continua a non essere applicata. Sull'arco di quattro mesi i genitori vedono la figlia solo due volte e per poche ore (il Tribunale aveva previsto incontri di una giornata intera ogni due settimane). E soprattutto la sorveglianza non è stata tolta. I contatti tra genitori e figlia sono controllati a vista da Angela Engeler, responsabile del Punto d'Incontro di Casa Santa Elisabetta.

Agosto 2000. Engeler scrive al curatore Pedrazzi. Ritiene che Tamara dovrebbe poter trascorrere le visite a casa dei suoi genitori, senza sorveglianza. Mentre il "Punto d'Incontro" dovrebbe servire solo a garantire il passaggio da una famiglia all'altra.

Ottobre 2000. Pedrazzi invia un rapporto alla delegazione tutoria. Scrive che «non è stato possibile organizzare i diritti di visita a scadenze regolari come stabilito dalla sentenza del Tribunale d'appello in quanto gli stessi cadevano proprio nel periodo estivo». Una strana argomentazione: la sentenza era del 22 marzo e doveva essere applicata con effetto immediato. Inoltre il tribunale non aveva ordinato alcuna sospensione delle visite durante l'estate.

Secondo Pedrazzi, Tamara soffre dopo le visite a causa della conflittualità tra i Rossi e i Bianchi. Il curatore sostiene che non è possibile organizzare incontri regolari ogni due settimane «in quanto aumentano l'eventualità di imprevisti e impedimenti». Ritiene poi che «tali elementi siano sufficienti per determinare l'impossibilità di continuare il programma dei diritti di visita stabilito dal Tribunale di Appello».

Novembre 2000. La delegazione tutoria accoglie la richiesta del curatore e decide che il diritto di visita stabilito dal Tribunale d'appello «non può più essere applicato». Stabilisce tre visite sorvegliate di un'ora per i mesi di dicembre e gennaio e passa la patata bollente alla nuova commissione tutoria regionale che dal 2001 sostituisce la delegazione comunale.

I Rossi ricorrono all'autorità di vigilanza. Al capo ufficio Mario Branda il caso comincia a uscire dalle orecchie: è infatti la terza volta in sei anni che deve esaminarlo. Tra ricorsi, sentenze e corrispondenza varia l'incarto ora conta già un migliaio di pagine e ogni mese si ingarbuglia sempre più.

Febbraio 2001. L'autorità di vigilanza respinge il ricorso e stabilisce che i Rossi possono vedere Tamara solo una volta al mese per due ore sotto sorveglianza alla Casa Santa Elisabetta.

Critiche dal tribunale agli operatori sociali

I genitori si rivolgono quindi al Tribunale d'appello, il quale, il 14 dicembre 2001, ordina di aumentare le visite: un pomeriggio ogni mese, dalle 13.30 alle 18.00. La sorvegliante dovrà osservare il comportamento dei Rossi e di Tamara, per verificare se esiste un rapporto vero e affettivo tra genitori e figlia.

Se questo rapporto dovesse mancare, proseguono i giudici, il diritto di visita andrà soppresso. Nel caso contrario continuerà senza sorveglianza e Tamara potrà tornare a casa dei suoi genitori per un pomeriggio al mese.

Nella sentenza il tribunale critica l'operato del curatore Nello Pedrazzi (funzionario dell'ufficio del tutore ufficiale) e della psicologa Gianna Scacchi del servizio medico psicologico. E proprio queste due persone si attivano per ostacolare l'applicazione della sentenza che critica il loro operato.

Invece di organizzare le visite previste dal tribunale, Pedrazzi le sospende del tutto per quattro mesi, fino a metà aprile 2002. Poi chiede una nuova decisione alla commissione tutoria (presieduta dall'avvocata Michela Ferrari-Testa, ex vice- presidente del Partito liberale radicale ticinese). Nel maggio 2002 questa riduce le visite a due ore e mezzo ogni tre settimane e ripristina la sorveglianza.

La parcella dell'avvocato Grignola nel frattempo è salita a diverse decine di migliaia di franchi. Ma i Rossi non demordono e chiedono al loro legale di ricorrere per l'ennesima volta all'autorità di vigilanza (ora diretta dall'avvocata Alessia Paglia). Questa, nell'agosto 2003, non solo respinge il ricorso, ma riduce ulteriormente le visite a «2/3 ore» ogni due mesi sotto sorveglianza. I genitori impugnano anche questa decisione al Tribunale d'appello che, nel dicembre 2004, non si era ancora pronunciato.

Gli errori a catena delle autorità tutorie, ripetutamente corretti dalle istanze superiori fanno soffrire Tamara. Nel febbraio 2002 l'assistente sociale Maria Grazia Macaluso Bressan (che segue l'affido per conto del servizio sociale) e il suo capo-équipe Marco Capoferri scrivono che «sono risultate molto pesanti da gestire le continue sollecitazioni e relative insicurezze prodotte dai diversi decreti delle Autorità (Delegazione Tutoria, Autorità di vigilanza, Tribunale d'Appello)». «Ogni decisione concordata con gli operatori è stata modificata o invalidata da successive sentenze».

«In questo "clima"», prosegue il servizio sociale, «Tamara periodicamente manifesta sintomi di tipo psicosomatico»: si sveglia di notte con incubi, vuole dormire nel letto della signora Bianchi, ha eruzioni cutanee, mangia troppo, è stanca e non vuole andare a scuola.

Dalle decisioni sbagliate nasce un circolo vizioso

Paradossalmente le autorità tutorie sostengono che i contatti tra Tamara e i genitori vanno ridotti proprio a causa di questi sintomi. Siccome le decisioni non rispettano la legge, devono poi essere corrette dalle autorità superiori. L'insicurezza causata dagli errori a sua volta fa star male Tamara. Si crea un circolo vizioso: la sofferenza della bambina diventa l'argomento per emettere nuove decisioni sbagliate che saranno poi corrette dalle autorità di ricorso e causeranno nuove sofferenze alla bambina.

Continua sui prossimi numeri.

Commento - Se mancano le chiavi

Il signor Magri e il signor Grassi si candidano per il governo ticinese. Il popolo elegge Magri. Il portinaio però non gli consegna le chiavi dell'ufficio e decide che «per il bene del Ticino» in governo deve andarci il candidato sconfitto.

Magri fa ricorso. Due anni dopo il tribunale gli dà ragione. Il portinaio però annuncia che «esistono gli estremi per non applicare la sentenza» e si rifiuta nuovamente di consegnare le chiavi dell'ufficio al vincitore delle elezioni.

Nuovo ricorso. Passano altri due anni. E il tribunale conferma che le chiavi vanno date al candidato eletto. Ma il portinaio continua a non mollarle. Magri quindi non può accedere al governo anche se è stato nominato dal popolo. Il suo posto è occupato da Grassi perché il portinaio ha deciso così.

Questa storia è inventata ma assomiglia a quella vera di Tamara Rossi. Nel 1996 i servizi sociali e le autorità tutorie ticinesi decidono che la bambina deve essere allontanata dai genitori. Per tre volte il Tribunale d'appello stabilisce che la bambina va invece riavvicinata gradualmente alla mamma e al papà. Ma per tre volte i funzionari incaricati non applicano le sentenze del tribunale «per il bene della bambina».

Poniamo che la vostra ex baby-sitter vi accusi senza prove di aver dato una sculacciata a vostro figlio. Poniamo che lo Stato, senza alcuna verifica, decida che (per il bene del bambino!) questo sospetto è sufficiente per portarvi via immediatamente il figlio e affidarlo (a pagamento!) alla donna che vi accusa. E, siccome per via del conflitto tra voi e la ex baby-sitter vostro figlio soffre, poniamo che lo Stato ve lo faccia vedere solo per due ore ogni due mesi, sotto sorveglianza.

Non siete d'accordo con queste decisioni? Avete pochi giorni di tempo per fare ricorso. I giudici invece impiegano anni a evaderlo, ovvero a decidere se avete ragione o torto. Intanto vostro figlio cresce e si affeziona all'altra famiglia.

Lo sapevate che se il tribunale dovesse darvi ragione e dovesse criticare i funzionari che vi hanno portato via il figlio, questi hanno il potere di non applicare la sentenza?

Non siete d'accordo con questo modo di procedere? Semplice: fate un altro ricorso e aspettate altri due anni! E se neanche questa sentenza sarà applicata, dovrete fare un terzo ricorso, attendere ancora, e così via. Intanto gli anni passano e vostro figlio crescerà lontano da voi. Vi considererà degli estranei.

I funzionari che si sono occupati del caso di Tamara sembrano persone intelligenti. Eppure nessuno di loro ammette che è sbagliato non applicare le sentenze dei tribunali. Questo dovrebbe preoccupare chi crede nella democrazia e nella sicurezza del diritto. È un po' come se fosse considerato normale impedire ai politici eletti dal popolo di entrare in carica.

Il governo ticinese (quello che le chiavi dell'ufficio le ha ricevute) dovrebbe aprire un'inchiesta sull'operato dei funzionari nel caso di Tamara; dovrebbe proporre una procedura di ricorso accelerata per le misure che toccano i minorenni; e soprattutto dovrebbe chiedere scusa alla famiglia Rossi.

Matteo Cheda

La vacanza di Tamara - 4

Nel febbraio 1996 "Tamara Rossi" (4 anni) va in vacanza con i "Bianchi". Questi accusano i Rossi di aver picchiato la figlia. Senza verificare se l'accusa è vera, le autorità ticinesi tolgono Tamara ai genitori e la affidano ai Bianchi. A causa del conflitto tra le due famiglie riducono progressivamente i contatti genitori-figlia a due ore ogni due mesi, sotto sorveglianza.

Nell'agosto 2004, i Bianchi lasciano il Ticino. Tamara, ormai adolescente, è collocata in un foyer privato. Qui gli educatori la stanno riavvicinando ai genitori. Finora con successo.

L'errore iniziale ha prodotto un dossier di oltre duemila pagine da cui emergono lacune preoccupanti tra i servizi sociali e le autorità tutorie. L'Inchiesta pubblica il caso a puntate, omettendo il nome e il luogo di residenza della ragazza.

Copyright © L'Inchiesta, 1/2005, gennaio - pagina 15

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

Commenti

Newspaper

Movimento Papageno esamina l’impatto giuridico e sociale della separazione e del divorzio, con particolare attenzione al benessere dei minori e alla responsabilità genitoriale condivisa.

Forniamo documentazione e analisi per sostenere decisioni informate e un dibattito pubblico equilibrato in Ticino e in Svizzera.

Iscriviti per ricevere aggiornamenti.

Maschi avvisati mezzi sal­vati

Bene dei minori

Male dei minori

Ultimi articoli