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Figlia abusata da patrigno: risposta della madre

LETTERE AL CORRIERE


Una mamma che chiede un rispettoso silenzio

«Mamma infischiatene di ciò che dicono i giornali, tu ed io sappiamo qual è la verità, tu mi sei sempre stata vicina e questo è quel che conta».
Sono stata tentata di seguire il consiglio di mia figlia quattordicenne,

la quale desidera più che ogni altra cosa dimenticare e tornare a condurre una vita serena. Visto che però la sua storia è stata data «in pasto agli squali» affamati di avvenimenti tragici formulo anch’io alcune osservazioni intorno al processo che ha visto al centro la sua vicenda di ragazza abusata dal patrigno.
Innanzitutto, al fine di chiarire una volta per sempre l’equivoco, asserisco forte e chiaro che non ho assolutamente mai assistito a nessun episodio di abuso (questo peraltro è quanto ho già detto in tribunale), che non mi ritengo né complice né tonta e che solo una mente sordida avrebbe letto dietro al legame affettivo che mio marito aveva con mia figlia un’intenzione perversa. E questo per mettere a tacere le insinuazioni di un «atteggiamento dabbenistico» o, peggio, di una presunta complicità da parte mia.
Mi chiedo invece se non vi sia una tendenza a travisare le parole da parte di un certo tipo di stampa e forse talora anche un godimento poco pulito nel nutrirsi di certi dettagli da parte di un certo tipo di lettore.
Ad ogni modo oltre al danno, non sono disposta a subire la beffa di un certo tipo di giornalismo che, a costo di far notizia, è pronto a fare illazioni o quantomeno a indulgere in un atteggiamento di dubbia etica professionale se non addirittura in un’attitudine morbosa affondando le fauci nella carne.
Ho potuto notare come questo tipo di processo susciti una specie di reazione collettiva nella quale si è indotti a cercare il «mostro» (ed eventualmente anche il complice...) contro cui puntare il dito, quasi a voler scongiurare ogni potenziale coinvolgimento personale in una vicenda simile. Ebbene auguro a tutti voi di non essere mai toccati in prima persona da un tale dramma ma ribadisco che troppo spesso si immagina che l’abusatore debba necessariamente essere un mostro dai denti aguzzi, dallo sguardo truce e dal comportamento perverso, che se ne sta dietro l’angolo in attesa di colpire e che debba essere messo in gabbia. In realtà l’abusatore è di solito qualcuno che sta al nostro fianco, che ride, piange, che lavora, ama e che, oltre ad avere tutta la gamma di sentimenti di una persona cosiddetta normale, ha un grave problema (che trova a sua volta origine in degradanti umiliazioni e violenze subite), un problema tanto grave che egli decide di mantenerlo segreto (ma questo è un argomento da affrontare in altra sede).
Quello che qui davvero mi preme chiarire è che, se non viene smascherato facilmente non è necessariamente grazie ad un atteggiamento compiacente o complice e non è nemmeno a causa della «stupidità emozionale» di chi gli sta intorno ma è piuttosto perché si ha un’immagine sbagliata dell’abusatore, che in realtà è una persona che può apparire normale e addirittura equilibrata e che, forte dell’intenso legame che riesce a creare col prossimo, compie la sua impercettibile opera di seduzione.
Mi viene da chiedermi inoltre: – dato che mio marito si è denunciato da solo chiedendo di essere punito e chiedendo aiuto (pare che sia il primo caso nella storia del nostro cantone); – d ato che, a scansodi equivoci, è stato denunciato anche da me; – dato che io e mia figlia siamo in terapia e ci stiamo confrontando a fondo con quanto avvenuto, perché la stampa, invece di infierire sulle vittime (e di vittime ce ne sono parecchie) non dà spazio a argomenti più importanti dei sordidi dettagli come ad esempio l’abuso di stereotipi, la prevenzione, la reintegrazione delle vittime, la terapia in carcere, il sostegno a quelli che hanno paura di denunciare?
Concludo chiedendo il rispetto per tute le persone coinvolte in questa triste vicenda ma anche per coloro che ne hanno vissuta o ne vivranno una simile e che non hanno i mezzi o la forza per avanzare questa richiesta, rispetto che, quando non si è toccati dal dramma (e di conseguenza non si può capire di quale sia la lacerazione), non si dimostra certo accanendosi o facendo inutili congetture bensì semplicemente mantenendo il silenzio... appunto... un rispettoso silenzio.
Lettera firmata

(Corriere del Ticino, 28.09.2007)

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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