Da: Mattino della domenica, 30.5.2010 pag 20
Trattata come una
delinquente!
Valeria Faccin
Lettera aperta al comandante
della Polizia
Egregio signor
Comandante avvocato
Romano Piazzini,
Il mio caso è già di sua
conoscenza e desidero esternare tutta la mia rabbia e indignazione a seguito di
un colloquio avuto nella sede della gendarmeria per rispondere in me-rito ad
una vecchia banale disputa famigliare, senza morti né feriti, e dal quale sono
uscita alquanto traumatizzata. Di certo non ho la fedina penale sporca per
subìre un simile trattamento da parte di un Agente negli uffici della stessa.
Per completezza
d’informazione, preciso che la convocazione riguardava una lettera da me
scritta e in-dirizzata a mia sorella, la quale ha pensato bene di esporre
querela. Il contenuto dello scritto comunque rifletteva sacrosante verità, fu
così grave reato prendere carta e penna? Questa premessa per far capire che non
ci si trovava di fronte ad una terrorista né davanti ad una pericolosa
delinquente ma ad una persona rispettabile, che mai in tutta la sua vita ha
avuto problemi di sorta con la giustizia.
Una donna, voglio precisare,
la cui dignità è stata calpestata e denigrata. Il Sergente che ha condotto
l’interrogatorio non solo non ha indicato i miei diritti (ad esempio la facoltà
di non rispondere), ma ha proceduto ad un vero e proprio terzo grado degno di
uno Stato dittatoriale. Non è mancato nulla: dalle urla alle minacce, dai
giudizi offensivi alle battute ironiche, specie sul mio stato di salute
(l’Agente mi ha chiesto se volevo eventualmente un risarcimento..!), infangando
pure la figura di mia madre (defunta) e violando pure vergognosamente la mia
privacy con giudizi privi di fondamento.
Allibita, mi sono sentita
dare della fallita e della paranoica, invidiosa e frustrata, visto che – come
ha asse-rito lo stesso Agente, sempre urlando e sbattendo ripetutamente
l’incarto sulla scrivania e sotto il naso - dalla vita non ho ottenuto nulla,
arrogandosi pure il diritto... religioso di prendere come riferimento ai suoi
discorsi i comandamenti e pure vestendo (si fa per dire...) i panni di uno
psicologo.
Le prevaricazioni sono
continuate al momento della firma del verbale: dopo quasi un’ora di strepitii e
minacce, visionandolo, mi sono accorta che lo scritto non corrispondeva
totalmente alle mie affermazioni. Ho quindi chiesto delle correzioni, per tutta
risposta il suo “collaboratore” mi ha detto (in dialetto): “Ah no, io il
verbale non lo rifaccio di certo”.
Pertanto sono stata forzata –
in modo autoritario – a firmare il documento travisato in quanto non rispecchiava,
come detto, parte di ciò che io avevo dichiarato.
Ho chiesto di poter avere una
copia del verbale – come sarebbe dovuto essere nei miei diritti – ma mi è
arrivato un netto rifiuto.
Credo che nessuno possa
immaginare l’effetto paralizzante di una simile esperienza dal profilo
soprattutto psicologico. Dopo essermi ripresa, ho preso carta e penna per
segnalare a lei personalmente (fin nei minimi dettagli) i gravi fatti,
specialmente l’indegno trattamento subìto da parte dell’Agente, inteso come violenza
verbale e psicologica, senza la benché minima possibilità di difesa.
Purtroppo le mie attese sono
sva-nite nel nulla in quanto lei ha archiviato il mio caso affermando e
firmando che “da un attento esame degli incarti non risultano elementi che possano
indurmi a prendere misure disciplinari nei confronti del collaboratore
interessato, che ha svolto correttamente il suo compito”.
Ora le chiedo, Signor
Comandante: quale fiducia può avere il cittadino nella giustizia ticinese
davanti a situazioni del genere?
Personalmente ne ho poca,
anche se non dispero che il mio caso possa essere rivisto, soltanto da
“qualcuno” che finalmente si facesse finalmente un esame di coscienza,
riconoscendo i miei diritti e le mie ragioni.
Spero che questa mia vicenda
serva da esempio affinché altre persone non abbiano a vivere una simile
devastante esperienza. Tutti devono avere il coraggio di segnalare tali abusi,
ribellandosi senza alcun ti-more, risvegliando il senso civico e la
responsabilità individuale e fa-vorire il rispetto della dignità umana.
Concludo dicendo che, proprio
per riacquistare la fiducia nel corpo della polizia, in questo caso cantonale,
che sicuramente si avvale di risorse umane valide e professionali, certi
“collaboratori” andrebbero maggiormente “seguiti” per evitare che essi abusino
della loro divisa per andare oltre ai loro doveri professionali, civici e
morali.
Distinti saluti.
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