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Il disagio giovanile chiama il ‘Time Out’

Da: La regione, 3.1.13 pag 2

Speciale Adolescenza in crisi

Il Centro educativo per l’adolescenza (Cea) è una struttura che ha già ricevuto luce verde da parte del governo. Ora il Dipartimento sanità e socialità si sta occupando di definire i dettagli del centro, che dovrebbe accogliere fino a dieci ragazzi dai 15 ai 18 anni (con deroga per scendere fino a 12). Friborgo insegna: uno dei punti più controversi è la massa critica

Il disagio giovanile chiama il ‘Time Out’

La struttura di contenimento di Friborgo è presa da esempio dal Ticino, che sta ‘disegnando’ il proprio centro L’esperienza romanda è positiva: ‘Struttura chiusa ma il ragazzo dalla seconda settimana inizia il reinserimento’

a cura di Chiara Scapozza foto Ti-Press e Ass. Saint-Etienne
Il centro friborghese, ai bordi di una zona residenziale

Un silenzio assordante. Ecco la prima cosa che incontriamo, oltre la soglia del centro Time Out di Friborgo. “Ma come – ci chiediamo – è martedì, inizio pomeriggio. E tutto tace. Dove sono i ragazzi problematici che tanto, così sembra, sanno dare filo da torcere anche agli adulti più preparati?”. Pierre-Yves Buri , responsabile pedagogico del centro di contenimento fin dalla sua apertura avvenuta una decina di anni fa, ci raggiunge in una saletta per riunioni e, salutandoci, affonda nella sedia. “No – lo intuiamo subito – non dev’essere stata una pausa pranzo ordinaria”. Avevamo incrociato un’automobile della polizia sulla strada che sale verso il centro... « All’inizio gli agenti intervenivano nella struttura fino a quattro volte la settimana. Ora una o due volte l’anno » ci spiegherà in seguito, senza nascondere anche una certa soddisfazione. “Per la visita abbiamo scelto il giorno giusto”.

Sì, perché è difficile immaginare le situazioni con le quali l’équipe di educatori è confrontata quotidianamente. «Time Out conta dieci posti per ragazzi dai 12 ai 17 anni. Ragazzi e ragazze con livello cognitivo variabile, ma tutti con alle spalle problemi con la giustizia e con una storia personale drammatica. Prevalentemente ci concentriamo sulla fascia fino ai 15 anni, ossia la più problematica. Eccetto le pause pranzo, il gruppo è diviso in tre piccoli team ». Da un lato perché l’intervento è il più possibile individualizzato (ogni ragazzo ha un educatore di riferimento), dall’altro perché in gruppo sarebbero « ingestibili ».

Quando visitiamo gli spazi “atelier” incontriamo anche dei banchi scolastici. Quattro, da un posto singolo. « Più di quattro ragazzi alla volta sarebbe la catastrofe. Mettere tre di loro in una scuola pubblica da 300 allievi significherebbe farla saltare in aria ». Sulle pareti campeggiano fogli con indicazioni del tipo: “sto seduto al banco”, “rispetto il silenzio”. « Un mio collega in dieci anni ha tentato due volte la gita in montagna con il gruppo. Lasciamo stare. Come pure è impensabile organizzare un pomeriggio in riva al fiume ». Si creano dinamiche di banda, con veri e propri ammutinamenti.

Reggere il colpo

Non ci è dato sapere cosa sia successo qualche ora prima. Sappiamo solo che sono in castigo, tutti. Ognuno chiuso nella propria stanza. Quando ne visitiamo una vuota, Pierre-Yves ci prega di abbassare il volume della voce. Ci spiega come sia piuttosto particolare il fatto che, nonostante il castigo, la casa non tremi per una qualche crisi isterica. E non vuole “rompere l’incantesimo”. « In una struttura chiusa, riportare il livello di tensione a quello ordinario può richiedere giorni. Altrove il ragazzo può prendere le sue cose e andare a scaricare dove meglio crede, con atteggiamenti che possono poi sfociare nella delinquenza, nella droga, nella violenza e via dicendo. Qui invece tutto rimane all’interno della casa. Bisogna quindi stare all’erta ». Perché l’unica valvola di sfogo rimane... sé stessi. Autolesionismo, suicidio.

La giornata è di quelle toste. Lo si intuisce anche incrociando alcuni degli educatori in casa. « Il 90% dell’équipe di oggi è la stessa che c’era dieci anni fa, quando Time Out ha aperto i battenti – racconta Pierre-Yves –. C’è stata un’evoluzione, siamo diventati sempre più strutturati. Questo ci ha permesso di acquisire quegli strumenti che oggi ci consentono di agire sì tramite il contenimento, ma solo perché siamo in grado di realizzarlo ». Insomma: non è solo questione di porte senza maniglie, di camere spoglie o di chiavi per accedere ad ogni spazio della casa. È questione di intervento.

« Dopo alcuni mesi di attività, siamo stati forzati a chiudere per quattro settimane. Il motivo? La casa non ha retto l’urto. Ma per fortuna! Altrimenti non l’avremmo retto nemmeno noi... ». La struttura non era del tutto adatta: per esempio, le porte erano in legno e sono state distrutte nel giro di poco. A forzare la chiusura temporanea di Time Out è stato l’intervento fonico: sono state aggiunte delle isolazioni in ogni locale, altrimenti le crisi rischiavano di diventare... “contagiose”. « Il mese di stop ci ha permesso di fare il punto e cambiare subito quel che non andava. L’inizio era stato davvero duro ».

L’intervento

Il centro Time Out si presenta come una struttura di osservazione e valutazione. Un soggiorno di breve durata, tre mesi. « Questo è determinante: chi arriva qui sa esattamente quando se ne andrà. È l’occasione per loro di iniziare e portare a termine un progetto, dopo parecchio tempo che non ci riescono più. La data di uscita è un punto di riferimento essenziale ». Anche perché scandisce il soggiorno: dopo due settimane al centro, il minore inizia a rientrare a casa il weekend. Dalla quinta settimana, si prova con qualche giorno di scuola o di stage professionale. « È un’apertura progressiva sulla realtà, che consente di valutare il ragazzo a differenti livelli. Dapprima, quando entra nella struttura, tramite l’osservazione delle sue diverse strategie: come si fa posto, come reagisce agli educatori, come interagisce durante gli atelier, ma anche tramite un test di quoziente intellettivo, il colloquio pedo-psichiatrico, eccetera. Alla quarta settimana queste informazioni sono riunite e tutto il team di educatori decide ipotesi e obiettivi di intervento ». Che possono poi variare ed essere adattate in corso d’opera, man mano che il giovane rientra nella società. Affrontando la sfida più dura.

Cea (Ticino) vs Time Out (Friborgo)

Massa critica Entrambe le strutture sono calibrate per 10 posti letto. In Ticino si vorrebbero accogliere ragazzi in situazione di crisi tra i 15 e i 18 anni, con possibilità di deroga per scendere fino ai 12enni. A Friborgo si accolgono giovani dai 12 ai 17: un terzo degli ospiti proviene dallo stesso cantone, i due terzi dagli altri cantoni romandi. ● Struttura La struttura ticinese sarà costruita ex novo. È stato il caso anche per il Time Out (una decina di anni fa): tuttavia a pochi mesi dall’apertura ha dovuto chiudere per risistemare alcuni aspetti (isolazione fonica, materiali, ecc.). Quello architetturale è determinante. ● Location Il gruppo interdipartimentale che sta definendo il progetto del Centro educativo per l’adolescenza ha individuato cinque possibili proprietà dello Stato sulle quali potrebbe sorgere la struttura. Nel messaggio all’attenzione del parlamento verrà indicata la scelta finale. A Friborgo, Time Out si trova ai bordi di una zona residenziale, dove sorgono numerose strutture di aiuto: case per anziani, foyer, appartamenti protetti, ospedale. All’epoca, non vi fu nessuna opposizione alla licenza edilizia. ● Personale I costi di gestione del centro ticinese dovrebbero poter contare sul sussidio federale, come avviene a Friborgo. «Sul personale non si può risparmiare», avvertono i responsabili di Time Out, dove contano 1,6 adulti per ogni giovane. Quote più basse sono già state all’origine del fallimento di alcuni progetti, ad esempio nel Canton Ginevra.

I punti controversi: la massa critica e il prosieguo

I due terzi degli ospiti di Time Out provengono da fuori cantone

All’entrata di Time Out ci si imbatte in una parete su cui sono appesi dei piccoli quadretti preparati dai ragazzi in partenza. Sono per lo più messaggi d’incoraggiamento per chi arriva e molti, moltissimi ringraziamenti rivolti agli educatori. « Il legame che si crea è stretto. Leggendo le scritte, si percepisce nettamente che qualcosa durante il soggiorno ha segnato le loro relazioni umane ». Jean-Luc Kuenlin , direttore dell’Associazione Saint-Etienne alla quale Time Out fa capo, è convinto della bontà del progetto. « Al termine dei tre mesi, non sta a noi comunque trovare lo sbocco per il giovane. Possiamo fare delle proposte e dare alcune indicazioni, ma sta a chi all’inizio ci ha affidato il mandato trovare una soluzione ». Motivo per cui la questione a sapere se la struttura risponde al bisogno della società giovanile attuale è piuttosto complicato. « Constatiamo che un terzo degli ospiti è friborghese (cantone che conta 280mila abitanti circa, ndr) , i due terzi provengono dagli altri cantoni romandi. Non avrebbe senso fare un discorso esclusivamente cantonale. Dev’essere un approccio regionale ».

In lista d’attesa oggi ci sono una trentina di nomi. « Se non avessimo accolto giovani di altri cantoni, avremmo certamente chiuso da tempo – riprende il responsabile pedagogico PierreYves Buri –. Prima di Time Out lavoravo come assistente sociale in città e credevo avremmo riempito la struttura senza nessun problema ».

Invece il raggio d’intervento, giocoforza, è stato ampliato. E l’ampliamento, per gli addetti ai lavori, non dovrebbe fermarsi a questo. « A parer mio occorrerebbe affiancare all’intervento sui tre mesi anche quello a medio termine. L’età dei giovani che arrivano qui continua a diminuire, le fragilità psichiche aumentano mentre i dossier penali diminuiscono ». Per questo servono posti in cui collocare i giovani dopo la fase acuta. « Nella stessa struttura, con la possibilità però di cambiare registro: un numero di posti destinati a chi è pronto a lavorare sull’apertura verso il mondo esterno ». Così da essere seguiti da vicino, anche nel caso il progetto dovesse fallire.

Ticino: a che punto siamo?

« Il cantiere è aperto » risponde Roberto Sandrinelli , aggiunto di direzione dell’Ufficio dell’azione sociale e delle famiglie, che si sta occupando di definire il progetto di Centro educativo per adolescenti in situazioni di crisi (Cea). Le linee generali sono confermate (v. scheda). « Dobbiamo capire i limiti procedurali e giuridici entro i quali possiamo muoverci ». Poi bisognerà scegliere il partner al quale affidare la gestione: con ogni probabilità si tratterà di un ente già esistente. Solo a quel punto si prenderà contatto con i comuni sui quali potrebbe sorgere il Cea. « Occorrerà costruire il consenso, ci vorrà del tempo ». Nel frattempo, al Canisio si porta avanti il progetto di supporto non solo educativo ma anche psicologico e psicoterapeutico. Centro che potrebbe accogliere, in futuro, anche chi lascia il Cea. « Crediamo così di riuscire a diversificare l’offerta secondo l’evoluzione dei bisogni di protezione dei minori ».

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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