Da: Mattino della domenica, 29.4.12 pag 15, Rubrica "Papageno: in nome dei padri"
La riduzione della violenza ai soli abusi e maltrattamenti sulla donna e sulla madre, è senz’altro un’operazione di semplificazione non priva di conseguenze e ripercussioni sociali e culturali. Voler considerare la violenza esclusivamente nelle sue declinazioni “al maschile”, sotto forma di reati di maltrattamento e di abusi che l’uomo commette contro la donna, la madre e i minori, è un’operazione di riduzione e sottovalutazione in rapporto alla reale ampiezza e gravità del tema “violenza”. La violenza di Stato, del sistema giustizia, quella domestica o dei mass-media, quella psicologica oltre che fisica, rappresentano un fenomeno assai più eterogeneo e complesso di quello che, generalmente, mezzi d’informazione, politica e alcune frange femministe, vorrebbero farci credere. La violenza ha invero mille declinazioni, mille sfaccettature, non ha colore, età, passaporto o sesso. Che senso può avere rivelarne e dare risalto solamente a qualche sua manifestazione e omettere invece le altre? Preferiamo fingere che le altre sue manifestazioni non esistano?
Per esempio, importantissimi ed approfonditi studi sul tema della violenza in rapporto alla dimensione del sacro, alle leggi dell’imitazione ed alla indifferenziazione generalizzata, sono stati condotti da numerosi studiosi, fra i primi l’antropologo francese René Girard: studi invero fondamentali ed illuminanti. Esiste la violenza delle donne sugli uomini, delle donne contro le donne, delle madri contro le figlie, contro i figli, delle mogli contro i mariti ed i suoceri, contro le autorità. Nella vicina penisola, per esempio, il 70% delle sottrazioni internazionali di minori riguarda le donne; il 10% della pedofilia è femminile; il 72% degli infanticidi è perpetrato da donne; il 90% dei genitori alienanti è costituito da madri, valori che rendono giustizia dell’eterogeneità del fenomeno violenza.
La ricerca ed il dibattito tra i ricercatori non sono oggigiorno concentrati sull’esistenza o meno di una violenza femminile, bensì sul tema della simmetria - o meno - tra i due generi nell’esercizio della violenza. Un decisivo contributo a questo dibattito è venuto da una ricerca del 2006 del più autorevole organo di ricerca americano, il Centers for Disease Control, che concludeva appunto - come altre precedenti ricerche - su una sostanziale simmetria nella violenza tra i generi. Il prof. Martin S. Fiebert, del Dipartimento di Psicologia della California State University, nel 1997 ha presentato all’American Psychological Convention tenutasi a Washington (pubblicata con un aggiornamento nel 2004 sulla rivista “Sexuality and Culture”) i risultati di una sua approfondita disanima della letteratura scientifica sulla violenza femminile. Questo lavoro bibliografico, essendo i risultati presentati in netta controtendenza con l’assunto ideologico dominante che la violenza fosse una prerogativa esclusivamente maschile, è stato poi meticolosamente aggiornato dal Prof. Fiebert. L’ultima versione è del febbraio 2009 e, come precisato dall’autore: “… esamina 247 lavori accademici: 188 studi empirici e 59 rewiew e/o analisi, i quali dimostrano che le donne sono altrettanto aggressive, o più aggressive, degli uomini nelle loro relazioni con i loro mariti o partner maschi. La dimensione complessiva del campione negli studi recensiti supera il numero di 240’200”.
Quella della donna scaltra che mediante una gestione “disinvolta” del diritto, degli affetti e dell’apparato genitale, accumula una fortuna fatta di diritti e privilegi, pensione, alimenti a vita, espropriazione di beni e di averi altrui, acquisiti con il matrimonio e/o la maternità, anche se del tutto legalizzata, non è forse violenza? Eccetto quella “al maschile”, alle altre declinazioni della violenza si dedica scarsa o nessuna attenzione, riflessione, prevenzione, carta stampata o programmi Tv. A quanto pare, è argomento politicamente scorretto, scomodo, da negare ed occultare, argomento tabù. Operazione riduzionista e semplificatrice, che tuttavia induce facilmente a scivolare nelle trappole del sessismo, della discriminazione, delle ideologie. Questi i concreti pericoli.
Sono migliaia i minori vittime del diritto sulla separazione e divorzio, nonché della giurisprudenza. Migliaia di bambini e di bambine diventano vittime di anacronistiche pratiche adagiate su ideologie che avremmo dovuto da tempo abbandonare e superare, ma che a tutt’oggi seminano sofferenza e violenza. A chi giova distorcere la realtà in questa maniera? A chi e per quali scopi ultimi, occorre in tal modo cercare consenso e sostegno dalla politica e dall’opinione pubblica?
Esistono le violenze di Stato, le violenze della giustizia, del sistema socio-giuridico, terribili in quanto legalmente perpetrate, incontestabili, ineludibili. Violenze che incarcerano i padri “preventivamente”, “cautelativamente”, che li cancellano sistematicamente dalla vita dei figli, che separano con la forza del diritto, i figli dai genitori, figli che per questo diventano “orfani di genitore vivo”. Genitori affidatari che possono calpestare i bisogni e i diritti dei figli al loro padre e alla di lui prossimità fisica e geografica, impunemente, senza alcun intervento “correttivo” e responsabilizzante da parte dello Stato o delle autorità. Violenze che uccidono e spingono ad uccidere e uccidersi, a impazzire, a scivolare nella disperazione e nella depressione, ma delle quali non si deve parlare, né scrivere: violenze che non si devono nemmeno nominare!
Quando la giustizia è fatta di automatismi, di garanzie di impunità, di prevedibilità, di strumentalizzazioni a piacimento e senza conseguenze, di distribuzione sistematica e meccanica di ingiustizie e provvedimenti perché “in automatico”, allora è diventata la peggior nemica di se stessa. Perché Tv, giornali, libri e riviste, mezzi di informazione, non dovrebbero rendere note le notizie invece che nasconderle? Informazione, mass media e politica che distorcono la realtà, semplificandola, amputandola, riducendola ad alcuni suoi aspetti, occultando pure quelli scomodi e fastidiosi, generano verità parziali e ingannatrici, vale a dire contraffazioni del vero: diventano in questo modo i peggior nemici di se stessi!
ROBERTO FLAMMINII, EDUCATORE SUPSI, OSPITE DELLA RUBRICA “PAPAGENO: IN NOME DEI PADRI”.
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