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Due anni sospesi per il 52enne che abusò della figlia dell’ex compagna

Da: La regione 14.3.12 pag 12

Libero nonostante il Dna lo condanni

Due anni sospesi per il 52enne che abusò della figlia dell’ex compagna. Probabili ricorsi in Appello di tutte le parti

DELDA
TI-PRESS ARCHIVIO La giudice Rosa Item

Incastrato dal Dna, ma non finisce in carcere. È una sentenza che non soddisfa né l’accusa né la difesa né la parte civile – che verosimilmente ricorreranno in Appello – quella pronunciata ieri dalla Corte delle Assise criminali di Leventina contro il 52enne che ha molestato la figlia dell’ex compagna. L’uomo è stato condannato a due anni di detenzione, sospesi condizionalmente per 24 mesi, poiché ritenuto colpevole dei reati di ripetuti atti sessuali con fanciulli e coazione.

 

La giudice Rosa Item ha ritenuto credibile la versione fornita dalla minorenne, mentre ha biasimato il comportamento dell’imputato che, sia durante l’inchiesta sia nel processo iniziato l’altroieri, ha sempre negato gli abusi. È riuscito ad evitare la prigione grazie alla sua incensuratezza, al fatto di essere titolare di un’azienda a conduzione familiare che senza la sua presenza sarebbe destinata al fallimento e perché non c’è il pericolo di reiterazione del reato. Che ci ricaschi, per farla breve.

Confrontata con la richiesta di pena del procuratore pubblico Andrea Pagani (tre anni di carcere da espiare) e il proscioglimento auspicato dal legale del 52enne Gianluigi Della Santa, la Corte ha optato per la ‘via di mezzo’ pur confermando l’atto d’accusa. Che restituisce dignità alla giovane, ma che nel contempo non pregiudica il futuro dell’uomo. Alla comunicazione del dispositivo della sentenza l’accusato è rimasto impassibile; d’altro canto le parti sono parse sbigottite. « La colpa dell’imputato è grave. Per quello che ha fatto ma anche perché non ha capito l’entità di quello che ha commesso », ha affermato la presidente della Corte Rosa Item. Ha tradito la fiducia – ha proseguito la giudice – di una ragazza dal « vissuto difficile » che per lui provava affetto. Come se non bastasse, il 52enne ha « screditato la minorenne e la madre » respingendo con determinazione ogni addebito. Sin dai primi interrogatori e in seguito pure in aula.

La sua negazione non è stata ritenuta credibile, contrariamente alla « versione lineare, contestualizzata, coerente e senza sbavature » della ragazza che all’epoca dei fatti aveva meno di sedici anni. Una ricostruzione supportata e rinforzata dalle dichiarazioni del fratello, presente nella stanza la sera in cui la giovane ha dovuto subire le attenzioni morbose dell’uomo.

La prova regina

È la prova del Dna, tuttavia, che non lascia scampo a quest’ultimo. Le risultanze della perizia eseguita dall’Institut für Rechtsmedizin di San Gallo, secondo la Corte, non permettono nessun altro giudizio se non quello di colpevolezza. « Il suo Dna, nelle mutande della vittima, non ci è finito per caso. Solo gli abusi spiegano perché è stato trovato sul cavallo e sull’elastico degli slip », ha rilevato la presidente Rosa Item senza mai distogliere lo sguardo dal 52enne che le sedeva di fronte. La giudice ha quindi accolto in pieno la tesi dell’accusa. Il pp Andrea Pagani, al di là di numerosi elementi oggettivi, aveva incentrato la requisitoria di lunedì sull’accertamento peritale. Il Dna del 52enne, ricordiamo, è stato trovato in ben cinque punti dell’indumento intimo indossato la sera di oltre due anni fa dalla minorenne.

Come detto in precedenza, all’imputato sono state riconosciute due attenuanti importanti che hanno evitato che per lui si spalancassero di nuovo – dopo la detenzione preventiva di un mese – le porte del carcere. Da un lato l’incensuratezza. Dall’altro l’attività professionale in proprio. Inoltre, ha sottolineato la giudice Rosa Item, « non ci sono elementi per affermare che lei ci ricascherà ». Due parole, infine, sulle richieste di risarcimento avanzate dalla rappresentante dell’accusatore privato, l’avvocatessa Renata Loss Campana. La Corte, fra torto morale ed indennizzi, ne ha riconosciute per 29 mila franchi circa.

 

 

Da: La regione, 13.3.12 pag 12

Abusi: chiesti tre anni, ma lui nega

A processo un 52enne accusato di aver molestato la figlia della compagna. Il suo avvocato: ‘Nel dubbio va prosciolto’

DELDA
Il procuratore pubblico Andrea Pagani TI-PRESS

« Alla vittima dev’essere restituita la dignità che le è stata tolta dalle scellerate gesta dell’imputato ». Nell’appello, rivolto alla Corte, del procuratore pubblico Andrea Pagani, è racchiusa l’ennesima brutta storia di abusi ai danni di una minorenne. A comparire ieri davanti alle Assise criminali di Leventina (riunite a Lugano) è stato un 52enne della regione che deve rispondere del reato di ripetuti atti sessuali con fanciulli e coazione. A subire le moleste attenzioni è stata la figlia adolescente della compagna dell’uomo. Lui nega, tra tanti ‘non ricordo’ e molti ‘non so’. Per l’accusa, però, numerosi indizi – e soprattutto il Dna rinvenuto sulle mutande della giovane – lo incastrano. Ergo: va condannato a 3 anni di carcere da espiare, dedotto il mese di detenzione preventiva già sofferto. Va invece prosciolto, sostiene la difesa rappresentata dall’avvocato Gianluigi Della Santa: troppi i dubbi, per poter mandare « un innocente in prigione ». Solo la sentenza che verrà pronunciata nel tardo pomeriggio di oggi dalla giudice Rosa Item stabilirà quale delle due versioni è vera. A chi, insomma, credere.

Prima di scrivere la parola fine su quella che resta comunque una triste vicenda, c’è da capire com’è andata. Stando alla ricostruzione degli inquirenti. Era una sera d’autunno di due anni fa. La madre della giovane era assente. Dopo averle dato la buona notte, il 52enne si spinse oltre. Toccando e leccando la vittima nelle parti intime. Usando anche una certa forza, dato che la ragazza cercò in tutti i modi di opporsi alle avance. Nella camera c’era pure il fratello della giovane, che non ha visto niente (la luce era spenta), ma ricorda solo alcuni minuti di silenzio. Minuti durante i quali – per il procuratore pubblico Andrea Pagani – si sarebbe consumato l’abuso che avrebbe avuto un precedente meno grave, un mese prima, durante le vacanze al mare. La minore, tuttavia, non rivelò quest’ultimo fatto, se non dopo aver raccontato alla madre quanto aveva subito nella sua stanza.

In quello che è un processo indiziario, l’accusa ha messo sul tavolo degli « elementi oggettivi, incontrovertibili ». Una quindicina quelli snocciolati dal pp, che dimostrano come « l’imputato, che ha commesso degli atti odiosi, è un bugiardo ». Credibile e lineare è per contro la ricostruzione dei fatti fornita dalla minorenne, ha puntualizzato Andrea Pagani. Ma la prova che « non lascia scampo » al 52enne è il Dna dell’uomo trovato sugli slip della giovane, in cinque punti. « Ciò che inoltre preoccupa è che egli non ha capito sino in fondo quello di cui si è macchiato. Quanto male ha fatto alla ragazza e alla sua famiglia. Attenzione, poiché chi non ammette questi reati rischia di cadere nella stessa tentazione », è stata la conclusione della requisitoria.

Sulla stessa lunghezza d’onda la rappresentante dell’accusatore privato – l’avvocatessa Renata Loss Campana – che ha paragonato il 52enne a Voldemort, il mostro della saga di Harry Potter: « La ragazza si porterà dietro in eterno delle cicatrici indelebili ». Seppur il risarcimento non riuscirà a lenire le ferite, la legale ha chiesto per vittima e madre un indennizzo di 49 mila franchi.

« Per la prima volta in vent’anni che svolgo questa professione, ho paura. Perché mi ritrovo in aula con un dubbio grande come una casa. Cos’è meglio: un colpevole libero oppure un innocente in prigione? ». La domanda l’ha posta il patrocinatore del 52enne, Gianluigi Della Santa . Che nell’arringa ha pure fornito la (sua) risposta. Ebbene, l’imputato va prosciolto perché la ragazza non è credibile: « Da parte della giovane ho constatato un atteggiamento di distorsione della realtà. Ovvero è portata ad inventare i fatti. E ciò che è peggio, è che nessuno si è mai preso cura di lei », ha precisato l’avvocato leggendo quanto reso a verbale da alcuni teste. Tra i quali dei terapeuti che hanno avuto in cura la ragazza dopo il traumatico divorzio dei genitori.

Il legale bellinzonese ha infine minimizzato la prova regina dell’accusa, cioè quella del Dna. « Se davvero il mio assistito l’ha leccata lì, perché non c’è il Dna della sua saliva? Non ci si può affidare al risultato della perizia per trarre delle conclusioni », ha chiosato rivolgendosi alla Corte presieduta dalla giudice Rosa Item. Il 52enne dal canto suo ha affermato che una condanna sarebbe per lui « personalmente e professionalmente catastrofica ».

 

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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