Da anni ormai si parla tanto dei problemi delle coppie divorziate, delle difficoltà economiche, legali e affettive a cui vanno incontro mogli e mariti nel momento in cui si dividono. Degli scontri per l’affidamento dei figli o per l’importo degli assegni alimentari che, con una legislazione tesa soprattutto a proteggere i diritti materni, innescano contenziosi giudiziari che si trascinano per tanto tempo. Troppo tempo. Nessuno parla mai, però, di un altro aspetto di questo problema. Ossia le mille difficoltà a cui va incontro una donna che sposa, o vorrebbe sposare, un uomo divorziato con cui si trova a condividere, senza averne responsabilità alcuna, un calvario di vere e proprie sofferenze. Un calvario irto di ripicche e ritorsioni da parte dell’ex moglie, o dei suoi legali, che provocano stress psicologico, quando non traumi veri e propri, oltre che, ovviamente, un dispendio economico non indifferente.
Nessuno parla mai di quante sofferenze ciò comporta anche per figli nati dalla nuova coppia o delle inammissibili lungaggini legali per arrivare al divorzio. Io da ben sette anni mi trovo in questa situazione, e come me penso ci siano in Svizzera migliaia e migliaia di donne che vivono queste stesse condizioni. Che dire dell’amaro pane quotidiano che ci tocca mangiare. Delle piccole e grandi vendette di cui siamo bersaglio da parte delle ex mogli, dei problemi economici di cui dobbiamo farci carico perché i nostri compagni sono il più delle volte messi con le spalle al muro con convenzioni capestro. O tartassati da assurde richieste economiche per lo più avvallate da preture che tendono a scaricare sugli ex mariti la responsabilità di un matrimonio andato a male, per quanto il concetto di colpa sia stato ormai cancellato dalla legge, oppure castigati con limiti assai restrittivi nella possibilità di stare un po’ con i loro figli. È un’esistenza avvelenata la nostra. Di cui però nessuno pare accorgersi. Eppure quello che chiediamo è soltanto di vivere in pace, di avere la possibilità, ma sarebbe meglio dire il diritto, di vivere la nostra vita con la persona che amiamo e ricostruire anche per lui una nuova vita. Un diritto che ora ci viene negato.
In tempi in cui si parla tanto dei diritti delle donne, mi chiedo a volte se donne, con la complicità di una legislazione discriminante, non creiino donne di seconda categoria. Se non siamo solo una fastidiosa appendice in una pratica di divorzio. Mi chiedo perché non abbiamo il diritto di vivere con gioia la nostra affettivitità, di costruire una nuova famiglia e di far crescere serenamente i figli (anche quelli del primo matrimonio).
Katherin Säuberli,42 anni, libera professionista, Stabio
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