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Friburgo - Il 26 giugno si terrà a Zurigo il primo processo per un caso
di mutilazione genitale effettuato in Svizzera. Due genitori somali
sono accusati di lesioni gravi per aver sottoposto la figlia
all'escissione. Il processo - ha indicato ieri il procuratore Michael
Scherrer - si terrà a porte chiuse. I fatti risalgono al 1996. I due
genitori somali avevano sottoposto la figlia di due anni
all'operazione al loro domicilio, nell'Oberland zurighese. Un medico
ha constatato il fatto lo scorso settembre durante una visita alla
ragazza ormai tredicenne e ha informato le autorità tutorie, che
hanno sporto denuncia.
I due genitori, entrambi 45enni, sono stati
arrestati il 22 ottobre e sono stati rilasciati dal carcere preventivo
in novembre, dopo aver confessato l'accaduto. Attualmente, i genitori
e la figlia vivono sotto lo stesso tetto. A causa del lungo tempo
trascorso, le ricerche volte a individuare la persona, di origine
somala, che ha effettuato l'operazione non hanno dato alcun esito.
Ma i processi relativi a mutilazioni genitali non finiscono qui: la
magistratura friburghese ha inflitto sei mesi di prigione con la
condizionale di
due anni alla sorellastra di una 13enne vittima di escissione.
L'imputata è stata riconosciuta colpevole di violazione del dovere
d'assistenza o educazione nei confronti della ragazzina che vive nel
canton Friburgo.
Lo ha annunciato ieri ai media la giudice istruttrice Yvonne Gendre,
precisando che la mutilazione genitale della giovane, giunta in
Svizzera all'età di tre anni, è stata effettuata in Somalia, suo Paese
d'origine. Dato che nel Paese africano ciò non è punibile penalmente,
la sorellastra non è stata condannata per lesioni personali gravi.
In Svizzera la sorellastra ha cercato di crescere la bambina in base
alle regole tradizionali del Paese d'origine. Poiché ciò non è stato
possibile, ha riaffidato la bambina alla madre in Somalia, dove è stata
effettuata la mutilazione genitale in cattive condizioni igieniche.
In base a uno studio presentato ieri, i casi di mutilazioni di questo
genere sarebbero attualmente quattro a Friburgo. A livello svizzero,
il numero delle donne escisse o minacciate di esserlo è stimato fra 6
e 7 mila.
Un altro caso è emerso a Ginevra, dove il procuratore
generale Daniel Zappelli ha annunciato ieri l'apertura di un'indagine
in seguito alla denuncia presentata da una donna, madre di due
ragazze che sarebbero state escisse in Malesia, dove hanno vissuto per
più di dieci anni dopo essere state rapite dal padre. È poco probabile
che l'uomo, uno svizzero convertito all'Islam, venga accusato di
violazione del dovere d'assistenza o d'educazione, precisa il giudice
incaricato dell'indagine. Al momento in cui le bimbe hanno subìto la
mutilazione, l'uomo si trovava in carcere.
Secondo l'Unicef, il codice penale svizzero dovrebbe proibire
esplicitamente il ricorso alle mutilazioni genitali, cosa che
faciliterebbe considerevolmente la prevenzione e l'abolizione di tali
usanze. L'Austria, la Danimarca, la Norvegia, la Svezia, il Belgio e la
Spagna vietano tali pratiche. Attualmente, ai sensi del codice penale
svizzero, l'escissione e l'infibulazione sono lesioni gravi, con pene
che possono arrivare fino a dieci anni di reclusione. Secondo una
perizia giuridica dell'Università di Friburgo, invece, l'incisione e
altre pratiche di mutilazione sono considerate solo lesioni semplici.
ATS/RED
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